Storia di F.
3 Ottobre 2015
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Storia di F.

Quella di “terzo mondo” è un’espressione poco felice che è stata usata per troppo tempo in senso dispregiativo non solo per indicare un mondo sottosviluppato rispetto all’occidente mosso dalla corsa del capitalismo, ma anche per sottolineare lo stato di arretratezza delle persone che lo popolano. Alla luce dei fatti quindi attribuire questa espressione a nazioni africane e dell’America latina risulta inappropriato perché sono proprio questi i paesi in cui l’umanità è più viva e non accecata dal consumismo sfrenato, la gente è capace di sorridere in mezzo al dolore e alla fame. La gente è capace di immaginare un mondo migliore nonostante quello che viene loro imposto risulti il peggiore dei mondi possibili.

C’è però qualche elemento che caratterizza i governi di queste nazioni: l’alto livello di corruzione e di clientelismo, l’assenza di meritocrazia, l’insaziabile sete di potere che consente di vendere l’anima al diavolo, l’incuranza delle esigenze del popolo e soprattutto dei più bisognosi. Bene, è così allora che l’espressione terzo mondo è quella che caratterizza meglio il nostro mondo europeo e occidentale in generale. L’espressione che abbiamo usato per respingere l’altro, il diverso, il nero, è quella che ci rappresenta meglio: non abbiamo la pelle nera ma l’anima nera, quella sì.

E questa storia è appunto la dimostrazione che viviamo nel terzo mondo: F. è una donna di Santa Croce di Magliano affetta da sclerosi multipla da quindici anni. Prima di essere operata a Chieti, ha vissuto su una sedia a rotelle notte e giorno, con il femore rotto, tra atroci dolori. Invano ha tentato, diverse volte, di chiedere delle radiografie, tac, esami di approfondimento, nonostante le urla, che immagino assordanti, non per l’intensità, ma per il muro che si son trovate di fronte.

Tra ulcere e piaghe da decubito F. ha vissuto sulla sua sedia per mesi, sostenuta da suo marito e dalle sue figlie, fino a quando il medico curante le ha preparato una richiesta di ricovero presso il reparto di lunga degenza di Larino. Anche qui porte chiuse in faccia, attesa assordante. Poi la svolta, un dottore prende a cuore la sua situazione e finalmente F. viene operata. Su consiglio del medico sceglie di non farsi impiantare la protesi che attirerebbe troppi batteri. Al reparto le sue piaghe vengono medicate su un banchetto di legno, senza rispetto per le norme igieniche, senza rispetto per le urla di dolore di F., che è costretta a farsi sostenere dalle figlie. Nel reparto gli anziani vorrebbero cambiare posizione viste le ore che passano nel letto ma le infermiere affermano che non sono tenute ad aiutarli. Il medico punisce coloro che fanno notare che i propri parenti non vengono lavati da giorni e denunciano che non riescono ad evacuare.

F. viene dimessa dall’ ospedale senza preavviso, costretta a pagare a proprie spese un’ambulanza che la porti a casa. Costretta a pagare a proprie spese un letto adatto a lei, anti-decubito. 1600 euro. Nessun aiuto. Nessuno Stato italiano. Vorrebbe fare riabilitazione all’ospedale di Larino ma viene respinta nonostante le promesse e una carta scritta. F. chiede un sollevatore. Quando le parlo, nonostante le ingiustizie subìte, la sua forza appare più coraggiosa della malattia: Ne avevo bisogno. Non posso usare le gambe. In questo caso le mie gambe sono la sedia, il letto, il sollevatore. Prova un ottimo sollevatore di una sanitaria di Termoli, ma chissà come, chissà perché, chissà per chi, le viene assegnato un sollevatore completamente inadeguato per le sue esigenze. Un sollevatore che non ha passato alcun collaudo. Come è possibile che le venga assegnato? Adesso F. sta ancora aspettando delle scarpe adeguate. Arriveranno mai?

Queste so- no solo alcune delle ingiustizie che F., dolce e arrabbiata, ha dovuto subire in quindici anni di malattia. F. vuole denunciare, vuole parlare delle ingiustizie che attanagliano la nostra regione e la rendono, secondo chi scrive, una regione da terzo mondo, mondo molisano corrotto, malvagio, che calpesta i deboli e premia i ladri, i mafiosi. Troppi malati vivono ogni giorno in strutture inadeguate accanto a persone insensibili, senza supporto del sistema sanitario italiano. In tutta questa melma c’è anche qualche persona buona, persone che veramente meritano questo nome, esseri umani. Il personale sanitario che ha aiutato F. ad andare avanti. E coloro che denunciano ogni giorno le falle del sistema sanitario italiano, che contribuiscono a bloccare il declino dell’Italia.

“Le mie figlie le augurerei a tutte le famiglie. Nella mia famiglia abbiamo affrontato sempre tutto insieme, gioie e dolori, abbiamo sempre parlato di qualsiasi cosa. Mio marito non è ricco, ma ha un cuore grande. Non potrei desiderare altra famiglia”. Termina così la mia intervista a F.

Che la vita ti sia lieve, F. Che Santa Croce ti capisca, che il Molise ti affianchi nella lotta. ☺

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