Sui dirigenti scolastici
3 Dicembre 2014 Share

Sui dirigenti scolastici

Si è chiusa il 15 novembre la consultazione online che il governo aveva lanciato urbi et orbi per raccogliere opinioni sul testo de La buona scuola, contenente le linee-guida cui dovrebbe ispirarsi la prossima riforma dell’istruzione. Sulla scia delle riflessioni avviate nei numeri precedenti, qualche interessante osservazione sul futuro ruolo dei dirigenti scolastici è comparsa su “La Tecnica della Scuola”, di cui preferisco riportare integralmente un recente contributo. Col quale concordo pienamente.

“Non basterebbe il 100% di bravi docenti. Per fare una buona scuola ci vuole un bravo dirigente. Perché “Il pesce puzza dalla testa”, dice la saggezza popolare. E col suo lessico da marketing lo dice pure La Buona Scuola: “il timoniere è essenziale” per cambiare rotta.

Il bravo dirigente scolastico sa fare lavorare bene i docenti, “coordina” e “valorizza” le risorse umane, “rispetta” le competenze degli organi collegiali, facendoli ben funzionare, punta al “benessere organizzativo”, è attento alla comunicazione, cura la qualità dei processi formativi, sapendo che deve misurarsi con diritti riconosciuti in Costituzione, tanto del personale docente quanto dell’utenza.

Il bravo dirigente è capace di riconoscere e sanzionare chi non fa il suo dovere, di aiutare con la sua autorevolezza chi ha qualche difficoltà, di coinvolgere e guidare l’organizzazione verso gli obiettivi da raggiungere, di motivare i docenti mettendoli in grado di lavorare al meglio.

Con l’ultima tornata concorsuale si è cercato di selezionare e formare dirigenti il più possibile all’altezza del proprio ruolo. Ma chi, nella sua vita professionale, dopo l’avvento dell’autonomia, non si è imbattuto in qualche dirigente che a scuola proprio non ci dovrebbe stare?

L’identikit del dirigente scolastico “standard” è presto fatto: un burocrate, spesso stressato, o annoiato, o troppo ambizioso, e non un leader. Per farsi ascoltare deve urlare, per farsi ubbidire deve minacciare. Per lui il confronto è un affronto. In collegio perde le staffe, non lesina il sarcasmo”, persino il complimento ammiccante alla collega avvenente, persino la parola volgare (come “Chissà dove mi so’ infrociato la pennetta usb”), persino qualche spudorata opinione sugli organi collegiali (“E’ chiaro che in Consiglio d’Istituto i genitori li facciamo illudere di contare qualcosa, ma le decisioni le prendo io”). Si riveste d’autorità in qualità di formatore inviato dal MIUR e tiene qualche incontro magari proprio su La buona scuola, ma ci infila dentro di tutto: battute inopportune, una strana sintassi, aneddoti personali che cercano audience e vogliono accorciare le distanze, ma stridono col contesto per la loro grossolanità.

“I sindacati lo sanno bene. Mega collettori di quotidiane lamentele, riconoscono che oggi funzionano le scuole dove ci sono dirigenti scolastici autorevoli e di “buon senso”. Mentre le altre tirano a campare.

Che “Il pesce puzza dalla testa”, lo capì per primo l’ex ministro Brunetta che fortissimamente volle il decreto legislativo 150 del 2009, col quale ha introdotto la nuova disciplina anti-fannulloni e anti-assenteisti, ha sottratto spazio alla contrattazione, ha avviato i meccanismi premiali, ha esteso i poteri dirigenziali. Ma ha anche caricato i dirigenti di maggiori responsabilità, sulle quali nella scuola si fa lo gnorri.

I dirigenti, dice il decreto, sono valutati in base agli indicatori di performance e al raggiungimento degli obiettivi assegnati. La retribuzione di risultato deve essere pari al 30% della retribuzione totale. Può essere decurtata se il dirigente non raggiunge gli standard. L’incarico può non essere rinnovato se gli obiettivi non sono raggiunti. Nella scuola, invece, non c’è alcuna valutazione e la stessa retribuzione “di risultato” continua ad essere attribuita in base a parametri indipendenti dai risultati. Il CCNL dei dirigenti scolastici, firmato all’epoca della Gelmini che tutti i giorni predicava il merito, parla semplicemente di “orientamento ai risultati”. E d’altronde, oggi, se un dirigente sbaglia, resta dov’è.

Sulla valutazione della dirigenza scolastica, finalmente, entro dicembre 2014 l’Invalsi presenterà la “proposta organica”, che “sarà oggetto di un confronto con le organizzazioni sindacali e le associazioni professionali” dicono al Ministero, mentre riguardo ai docenti la ministra Giannini di confrontarsi proprio non ci sente.

Con l’attuazione del piano Renzi-Giannini, il rischio è che da certi pessimi dirigenti dipenda la valutazione dei docenti e l’attribuzione della “premialità”. Il documento governativo La Buona Scuola tratta in una paginetta i meccanismi di reclutamento e di formazione della nuova dirigenza scolastica, nulla dice sulla valutazione, mentre ai Ds attribuisce la facoltà di scegliere i docenti ritenuti professionalmente più adatti e di premiarli economicamente”. Sarà il colpo di grazia per la Scuola e la legittimazione di un sistema malato e zoppo, dove si continuerà ad entrare squallidamente in competizione. Con un’aggravante: per 60 euro al mese. ☺

 

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