Termoli: un cantiere a sinistra
30 Giugno 2024
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Termoli: un cantiere a sinistra

Viviamo in una regione, il Molise, in cui la Lega raccoglie il 17% di consensi e in una città, Termoli, in cui il centrodestra viene votato da oltre 12.000 persone su poco più di 18.000 votanti (degli oltre 28.000 aventi diritto).
Il consenso di cui gode quest’area politica così maggioritaria è, peraltro, potenzialmente molto più vasto, dal momento che molti candidati “di opposizione” sembrerebbero riconoscersi, da un lato, in un’area politica “né di destra né di sinistra”, dall’altro in un generico “nuovo che avanza”; nella cosiddetta “politica del fare” (ma fare cosa?), in vaghi appelli al protagonismo dei giovani (che, a ben vedere, esprimono già il proprio protagonismo, ma fuggendo da qui) oppure in una visione liberista e aziendalista della città.
Certo colpisce ancora una volta il dato sull’astensionismo (più di 10.000 persone non si sono recate alle urne, il 35% circa), ma va riconosciuto a questa destra, che a Termoli è erede di un pluridecennale conservatorismo politico sempre, in qualche modo, al potere, di interpretare alla perfezione i tempi correnti: di essere in sintonia con l’ anima della città, di aver acquisito esperienza amministrativa e di saper gestire, senza rotture clamorose o accelerazioni fuori luogo, le eventuali conflittualità emergenti. Silenziando e ostacolando le minoranze politiche e sociali, relegandole all’angolo.
La destra locale si compone di un mix che, in prospettiva, è vincente ancora per decenni, poiché capace di favorire lo sviluppo liberista della città (e, di conseguenza, gli appetiti di chi ha le mani sulla città), abbracciare la retorica del turismo come panacea di tutti i mali, assecondare il bisogno di frivolezza della classe media, cresciuta con il mito berlusconiano dell’uomo imprenditore di se stesso. Garantendo, nel contempo, un po’ di riconoscimento (spesso poco più che apparente) a chi, pur “contando” poco, è disposto a mostrare accondiscendenza verso il potere. Il tutto ricondotto dentro la cornice rassicurante di una presunta “identità termolese”, che ammalia, confonde le acque e produce consenso nello stesso tempo. È il trionfo dell’insostenibile leggerezza della politica contemporanea e, nello stesso tempo, la punta più alta del controllo sornione, conservatore e democratico-cristiano sulla città.
Mentre questo modello avanza incontrastato, in città maturano sofferenze, disagi, contraddizioni: la questione giovanile (disagio, emigrazione, assenza di spazi aggregativi), la crisi abitativa, il dramma del lavoro povero e precario, la gestione opaca e inefficace di pezzi di welfare, l’insostenibile cementificazione di larghe parti della città e la trascuratezza verso la questione ecologica, il rischio concreto delle infiltrazioni di organizzazioni criminali nel tessuto produttivo ed economico del territorio, il nodo delle politiche culturali, il tema della partecipazione democratica e del coinvolgimento degli abitanti nella amministrazione condivisa della città. Tutto ciò scompare dalla narrazione, vuota e vincente al tempo stesso, della destra al potere: Termoli diventa la “perla dell’Adriatico”, proiettata su un futuro roseo e scintillante, città pioniera dello sviluppo sostenibile. Si elogia la presunta generosità dei termolesi “brava gente”. Ci si rifugia dietro la “valorizzazione della filiera istituzionale”.
Non solo la frammentazione estrema, ma il non aver posto tali questioni al centro della campagna elettorale e, in prospettiva, dell’azione politica e programmatica è all’ origine del disastro che si è consumato nel centro-sinistra termolese. Troppi personalismi e poca immersione nella città. In un contesto così delineato, lo spazio politico per l’ alternativa è, neanche a dirlo, ridottissimo, eppure resiste persino in consiglio comunale (Rete della Sinistra).
Come allargare questo spazio, in un lavoro di raccordo con le altre opposizioni, ma, soprattutto, con la città, è la sfida aperta dei prossimi anni per un nuovo cantiere a sinistra: uno spazio permanente di ascolto, di studio, di elaborazione e di aggregazione tra diverse soggettività, accomunate da un’idea di città e di territorio giusti e solidali, accoglienti e sostenibili. Servirebbero nuove visioni e nuovi metodi: la città del futuro, pubblica e bene comune, va ricostruita dal basso, nella fiducia reciproca, nella partecipazione e nell’orizzontalità!☺

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