Un eroe (non) dimenticato
10 Giugno 2024
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Un eroe (non) dimenticato

Sono le 16:15 del 10 giugno 1924. Il giornalista Giacomo Matteotti, deputato e segretario del Partito Socialista Unitario, è appena uscito dalla sua abitazione sul Lungotevere per recarsi a Montecitorio. È lì che viene aggredito e caricato su un’auto da cinque squadristi della Ceka (un’organizzazione clandestina dal nome della temuta polizia sovietica, che Mussolini aveva creato allo scopo di far controllare e aggredire gli avversari politici). Matteotti fa in tempo a lanciare dall’auto il suo tesserino di parlamentare prima di essere violentemente colpito durante la colluttazione scatenatasi in macchina e morire probabilmente dopo alcune ore di agonia. Il corpo viene ritrovato (o fatto ritrovare?) solo il 16 agosto, in un bosco a circa 25 km dal luogo del rapimento.
Se questa è la sequenza degli eventi, su molti dettagli del delitto non è mai stata fatta totale chiarezza. Nemmeno sul preciso movente. Dieci giorni prima, il 30 maggio, Matteotti aveva tenuto un coraggioso discorso alla Camera dei deputati, chiedendo che le elezioni del precedente 6 aprile venissero annullate in blocco per il clima di violenza in cui si erano svolte – con minacce e bastonature non solo agli avversari ma perfino agli elettori mentre si recavano alle urne – e per i comprovati brogli elettorali, che avevano garantito la maggioranza parlamentare al partito fascista, con il 60,1% dei voti. Si era trattato di un discorso breve, ma che aveva richiesto più di un’ora per essere pronunciato, a causa delle continue interruzioni per le minacce dei parlamentari fascisti, ma anche per gli applausi degli altri deputati. È noto, inoltre, che, sedendosi, Matteotti disse poi a due suoi compagni: “Io il mio discorso l’ho fatto. Ora preparate voi il discorso funebre per me”.
Il suo omicidio non sembra però essere stato una semplice reazione squadrista a questo celebre discorso, ma uno dei tanti delitti politici, accuratamente pianificati, avvenuti negli anni del regime, come quelli di Amendola, don Minzoni, Gramsci e dei fratelli Rosselli. E tesi recenti sostengono che potrebbe avere un’ulteriore motivazione: proprio quel 10 giugno Matteotti avrebbe infatti dovuto denunciare alla Camera un caso di corruzione che coinvolgeva la società petrolifera americana Sinclair Oil, alcuni esponenti del governo italiano e forse perfino Arnaldo, il fratello di Mussolini (la borsa del deputato, del resto, non è stata mai più ritrovata). Il secondogenito di Matteotti, nel dopoguerra, arrivò poi ad accusare il re di essere il vero mandante del delitto. Come che sia, la corte giudicò alla fine “preterintenzionale” l’omicidio, ammettendo perfino la debole costituzione della vittima come concausa. E gli esecutori materiali, inizialmente condannati a poco più di 5 anni, furono scarcerati poco dopo, con una amnistia varata appositamente per loro.
In questi giorni sono molte le iniziative per celebrare il centenario della sua morte. Dalla mostra Giacomo Matteotti. Vita e morte di un padre della democrazia, visitabile a Palazzo Braschi a Roma fino al 16 giugno, alla pubblicazione di una serie di saggi, usciti tutti in questo 2024, fra i quali si ricordano: M. Breda e S. Caretti, Il nemico di Mussolini. Giacomo Matteotti. Storia di un eroe dimenticato, Solferino (a cui è ispirato il titolo di questo piccolo contributo); M. Grasso, L’oppositore. Matteotti contro il fascismo, Carocci; G. Romanato, Giacomo Matteotti. Un italiano diverso, Bompiani. E soprattutto la ripubblicazione, da parte della casa editrice Il Melangolo, del profilo che nel 1926 gli aveva dedicato un’altra straordinaria personalità, Piero Gobetti, destinato a morire a sua volta poco dopo, in seguito a un pestaggio fascista: Per Matteotti. Un ritratto. Con ammirazione Gobetti ne ricorda la dottrina, la conoscenza delle lingue e dell’estero, la politica realistica partita dal basso, dalle campagne e dalle leghe agrarie, l’avversione alla guerra, la ferma coscienza morale. Anche per questo è giusto celebrare Matteotti e ricordarlo qui con le parole che, qualche mese prima di essere ammazzato, aveva urlato in faccia alle camicie nere: “Uccidete pure me, ma non ucciderete mai le idee che sono in me”.☺

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