Mentre nell’Antico Testamento troviamo diversi esempi di parabole (la più famosa è forse quella della pecora rubata dal ricco pastore, che Natan racconta a Davide per fargli prendere coscienza del suo peccato di adulterio) nel Nuovo Testamento la parabola è un genere di insegnamento del quale solo Gesù ha il monopolio. Infatti, nei vangeli sono riportate diverse parabole (da 28 a 40, a seconda degli autori che le hanno studiate), tutte raccontate da Gesù, e nessuna parabola si trova nel resto del NT, neppure negli Atti degli apostoli, opera in cui i discepoli sono presentati come Gesù, come maestri di comunità e operatori di miracoli. Abbondano invece le metafore e le allegorie, che pure sono utilizzate da Gesù. A tal proposito, quella che normalmente viene indicata come “parabola delle pecore e dei capri”, cioè il racconto del Giudizio finale, in Mt 25, è piuttosto un’allegoria incipiente, in quanto, mentre all’inizio del racconto si parla di pecore e capri, subito dopo si parla di “quelli che sono posti alla destra e alla sinistra del re”.
Nella nostra riflessione, anziché soffermarci su una singola parabola, ci dobbiamo chiedere due cose: perché Gesù ha parlato in parabole e perché dopo di lui non c’è stato un seguito in questo tipo di racconto da parte dei discepoli, almeno nel Nuovo Testamento, mentre si è privilegiata l’allegoria.
Parabola e allegoria
Innanzitutto dobbiamo distinguere tra parabola e allegoria: la parabola è un racconto breve che porta un duplice significato: quello più superficiale che è coerente con l’oggetto del racconto: la semina, la pesca, il rapporto tra genitori e figli; quello invece più profondo rimanda a qualcos’altro che il narratore conosce bene e che l’ascoltatore deve individuare; nel caso di molte parabole di Gesù, il significato profondo è legato alla comprensione di cosa sia il Regno di Dio o dei Cieli (molte parabole iniziano in modo simile: “il Regno dei cieli è simile…”). L’allegoria è caratterizzata invece dalla perfetta corrispondenza tra gli elementi del racconto e il significato profondo: un’allegoria non ha altro significato se non quello profondo. Ecco perché nell’allegoria la narrazione può essere anche inverosimile: gli animali parlano, gli uomini superano le leggi naturali e possono magari volare e così via. Di tipo allegorico sono per esempio le favole di Esopo e di Fedro. Gesù, invece, prende sempre esempi dall’ambiente circostante: la vita agricola, l’ambiente dei pescatori di Galilea, il contesto sociale e politico, i ritmi della casa.
Ma perché Gesù parla in parabole? Egli apparteneva a una cultura non speculativa e aveva come riferimento religioso i racconti che riguardavano gli antenati di Israele e la nascita del popolo, attraverso la guida di Mosè, chiamato da Dio a liberare il popolo dall’Egitto. Un israelita non si chiedeva com’era Dio, ma piuttosto proclamava ciò che Dio aveva fatto per il popolo. Lo stesso nome di Dio, rivelato a Mosè dal roveto ardente (Es 3) non si deve tradurre “Io sono colui che è”, come lo intendiamo noi, sulla scia della traduzione greca, influenzata dai concetti filosofici greci, ma piuttosto “Io sono colui che sono presente”, cioè Colui che si mette accanto al popolo che soffre e invoca la liberazione. Tutto l’AT è caratterizzato dalla narrazione delle opere di Dio e non è possibile trovare riflessioni di tipo filosofico sul mistero di Dio, come avverrà nel pensiero cristiano classico. In questa scia, Gesù non esprime concetti speculativi, ma annuncia semplicemente il “regno di Dio” che, come abbiamo già sottolineato in precedenza, esprime l’azione concreta di Dio in favore dell’uomo e del popolo. La funzione delle parabole, quindi, è duplice: da un lato in esse si parla di azioni, di persone che compiono dei gesti; dall’altro lato non si parla di azioni eroiche, mitologiche, ma di scene quotidiane, tratte dall’esperienza dell’uomo comune, per lo più. In tal modo la vicinanza del regno è indicata sia in favore di ogni uomo, anche chi non è ricordato negli annali della storia, sia dalla semplicità stessa del racconto che non spiega, ma allude e indica, che interroga l’ascoltatore a partire dalla sua esperienza (non dimentichiamo che Gesù ha detto chiaramente, citando Isaia, che è stato mandato ad evangelizzare i poveri). Allo stesso tempo però, il senso profondo del racconto non è immediatamente evidente, ha bisogno di un preciso punto di vista da cui poter interpretare. Gesù dice ai discepoli, che hanno già cambiato la loro vita: “A voi è dato di comprendere i misteri del regno dei cieli; a quelli di fuori (cioè quelli che non appartengono alla cerchia dei discepoli) non è dato di comprendere”. La parabola, in tal senso, non è una prova di forza, ma una proposta che può essere accettata o rifiutata liberamente. Gesù attraverso il racconto non vuole annebbiare la mente, bensì vuole lasciare una distanza con l’interlocutore, cosicché abbia il tempo per riflettere e decidere se riempire lo spazio che lo separa dalla comprensione dell’annuncio di Gesù, che richiede necessariamente una presa di posizione, una scelta e un cambiamento vitale.
Potenza delle immagini
Tuttavia la scelta non porta ad alienarsi dal mondo, perché i discepoli, insieme a Gesù, sono pienamente immersi nel contesto sociale; qui sta la genialità di Gesù: l’uso di immagini tratte dalla quotidianità serve per indicare che Dio non è un mistero da raggiungere al di fuori del mondo, ma entrando nelle pieghe della storia, immergendosi così a fondo in ciò che appartiene alla terra, da poter scorgere il significato profondo, che rimanda alla creazione: quando l’umanità cerca il significato di quello che è e fa, in fondo incontra Dio che è l’artefice di quanto di buono c’è nel mondo. Gesù lo dice in modo illuminante nel vangelo di Luca: “Il regno di Dio è in voi (oppure: in mezzo a voi)” (17,21). Lo stile di Gesù, che è una combinazione di gesti in favore dell’uomo sofferente e di parole che indicano ma non impongono, ha reso possibile che si creasse intorno a lui un gruppo di persone che ha capito che Dio viene incontro nella quotidianità dell’esistenza, in tutti i suoi aspetti e momenti: anche quello finale.
La capacità di accogliere la fede nella risurrezione da parte dei discepoli, non è frutto, di nuovo, di una violenza divina, ma piuttosto dell’affinamento di quella capacità di guardare dietro all’evento; la morte di Gesù, infatti, non è semplicemente la fine, ma piuttosto nasconde in sé un significato più profondo: la vita ricevuta da quel Dio che si pone accanto e che non può abbandonare, chi si affida a Lui, al non senso della morte.
Questo ci porta alla seconda questione a cui dobbiamo rispondere: perché i discepoli non hanno continuato l’attività di Gesù come narratori dei misteri del regno attraverso le parabole ma le hanno solo attualizzate in nuovi contesti? Probabilmente perché essi avevano realmente un’unica parabola da narrare: la vita stessa di Gesù, racchiusa nei vangeli; questi testi, non è mai inutile ricordarlo, non sono semplicemente dei resoconti di cronaca, bensì la narrazione della vita di un uomo e allo stesso tempo del significato profondo di quell’esistenza: la presenza, in lui, nelle sue parole e nei suoi gesti, del regno di Dio. E’ significativo che ci siano quattro racconti con tante somiglianze e differenze, come sono diversi i modi di raccontare la parabola: essi non sono tentativi di dimostrare, come le formule speculative della dogmatica cristiana che portano nel loro DNA il peso della filosofia greca, ma sono testi che alludono e propongono, per lasciare al lettore lo spazio necessario per potersi liberamente affidare, senza sentirsi soffocare dall’evidenza, ma creando quel rapporto dialogico che dietro la semplicità del racconto sa cogliere il fascino del mistero. ☺
mike.tartaglia@virgilio.it
Mentre nell’Antico Testamento troviamo diversi esempi di parabole (la più famosa è forse quella della pecora rubata dal ricco pastore, che Natan racconta a Davide per fargli prendere coscienza del suo peccato di adulterio) nel Nuovo Testamento la parabola è un genere di insegnamento del quale solo Gesù ha il monopolio. Infatti, nei vangeli sono riportate diverse parabole (da 28 a 40, a seconda degli autori che le hanno studiate), tutte raccontate da Gesù, e nessuna parabola si trova nel resto del NT, neppure negli Atti degli apostoli, opera in cui i discepoli sono presentati come Gesù, come maestri di comunità e operatori di miracoli. Abbondano invece le metafore e le allegorie, che pure sono utilizzate da Gesù. A tal proposito, quella che normalmente viene indicata come “parabola delle pecore e dei capri”, cioè il racconto del Giudizio finale, in Mt 25, è piuttosto un’allegoria incipiente, in quanto, mentre all’inizio del racconto si parla di pecore e capri, subito dopo si parla di “quelli che sono posti alla destra e alla sinistra del re”.
Nella nostra riflessione, anziché soffermarci su una singola parabola, ci dobbiamo chiedere due cose: perché Gesù ha parlato in parabole e perché dopo di lui non c’è stato un seguito in questo tipo di racconto da parte dei discepoli, almeno nel Nuovo Testamento, mentre si è privilegiata l’allegoria.
Parabola e allegoria
Innanzitutto dobbiamo distinguere tra parabola e allegoria: la parabola è un racconto breve che porta un duplice significato: quello più superficiale che è coerente con l’oggetto del racconto: la semina, la pesca, il rapporto tra genitori e figli; quello invece più profondo rimanda a qualcos’altro che il narratore conosce bene e che l’ascoltatore deve individuare; nel caso di molte parabole di Gesù, il significato profondo è legato alla comprensione di cosa sia il Regno di Dio o dei Cieli (molte parabole iniziano in modo simile: “il Regno dei cieli è simile…”). L’allegoria è caratterizzata invece dalla perfetta corrispondenza tra gli elementi del racconto e il significato profondo: un’allegoria non ha altro significato se non quello profondo. Ecco perché nell’allegoria la narrazione può essere anche inverosimile: gli animali parlano, gli uomini superano le leggi naturali e possono magari volare e così via. Di tipo allegorico sono per esempio le favole di Esopo e di Fedro. Gesù, invece, prende sempre esempi dall’ambiente circostante: la vita agricola, l’ambiente dei pescatori di Galilea, il contesto sociale e politico, i ritmi della casa.
Ma perché Gesù parla in parabole? Egli apparteneva a una cultura non speculativa e aveva come riferimento religioso i racconti che riguardavano gli antenati di Israele e la nascita del popolo, attraverso la guida di Mosè, chiamato da Dio a liberare il popolo dall’Egitto. Un israelita non si chiedeva com’era Dio, ma piuttosto proclamava ciò che Dio aveva fatto per il popolo. Lo stesso nome di Dio, rivelato a Mosè dal roveto ardente (Es 3) non si deve tradurre “Io sono colui che è”, come lo intendiamo noi, sulla scia della traduzione greca, influenzata dai concetti filosofici greci, ma piuttosto “Io sono colui che sono presente”, cioè Colui che si mette accanto al popolo che soffre e invoca la liberazione. Tutto l’AT è caratterizzato dalla narrazione delle opere di Dio e non è possibile trovare riflessioni di tipo filosofico sul mistero di Dio, come avverrà nel pensiero cristiano classico. In questa scia, Gesù non esprime concetti speculativi, ma annuncia semplicemente il “regno di Dio” che, come abbiamo già sottolineato in precedenza, esprime l’azione concreta di Dio in favore dell’uomo e del popolo. La funzione delle parabole, quindi, è duplice: da un lato in esse si parla di azioni, di persone che compiono dei gesti; dall’altro lato non si parla di azioni eroiche, mitologiche, ma di scene quotidiane, tratte dall’esperienza dell’uomo comune, per lo più. In tal modo la vicinanza del regno è indicata sia in favore di ogni uomo, anche chi non è ricordato negli annali della storia, sia dalla semplicità stessa del racconto che non spiega, ma allude e indica, che interroga l’ascoltatore a partire dalla sua esperienza (non dimentichiamo che Gesù ha detto chiaramente, citando Isaia, che è stato mandato ad evangelizzare i poveri). Allo stesso tempo però, il senso profondo del racconto non è immediatamente evidente, ha bisogno di un preciso punto di vista da cui poter interpretare. Gesù dice ai discepoli, che hanno già cambiato la loro vita: “A voi è dato di comprendere i misteri del regno dei cieli; a quelli di fuori (cioè quelli che non appartengono alla cerchia dei discepoli) non è dato di comprendere”. La parabola, in tal senso, non è una prova di forza, ma una proposta che può essere accettata o rifiutata liberamente. Gesù attraverso il racconto non vuole annebbiare la mente, bensì vuole lasciare una distanza con l’interlocutore, cosicché abbia il tempo per riflettere e decidere se riempire lo spazio che lo separa dalla comprensione dell’annuncio di Gesù, che richiede necessariamente una presa di posizione, una scelta e un cambiamento vitale.
Potenza delle immagini
Tuttavia la scelta non porta ad alienarsi dal mondo, perché i discepoli, insieme a Gesù, sono pienamente immersi nel contesto sociale; qui sta la genialità di Gesù: l’uso di immagini tratte dalla quotidianità serve per indicare che Dio non è un mistero da raggiungere al di fuori del mondo, ma entrando nelle pieghe della storia, immergendosi così a fondo in ciò che appartiene alla terra, da poter scorgere il significato profondo, che rimanda alla creazione: quando l’umanità cerca il significato di quello che è e fa, in fondo incontra Dio che è l’artefice di quanto di buono c’è nel mondo. Gesù lo dice in modo illuminante nel vangelo di Luca: “Il regno di Dio è in voi (oppure: in mezzo a voi)” (17,21). Lo stile di Gesù, che è una combinazione di gesti in favore dell’uomo sofferente e di parole che indicano ma non impongono, ha reso possibile che si creasse intorno a lui un gruppo di persone che ha capito che Dio viene incontro nella quotidianità dell’esistenza, in tutti i suoi aspetti e momenti: anche quello finale.
La capacità di accogliere la fede nella risurrezione da parte dei discepoli, non è frutto, di nuovo, di una violenza divina, ma piuttosto dell’affinamento di quella capacità di guardare dietro all’evento; la morte di Gesù, infatti, non è semplicemente la fine, ma piuttosto nasconde in sé un significato più profondo: la vita ricevuta da quel Dio che si pone accanto e che non può abbandonare, chi si affida a Lui, al non senso della morte.
Questo ci porta alla seconda questione a cui dobbiamo rispondere: perché i discepoli non hanno continuato l’attività di Gesù come narratori dei misteri del regno attraverso le parabole ma le hanno solo attualizzate in nuovi contesti? Probabilmente perché essi avevano realmente un’unica parabola da narrare: la vita stessa di Gesù, racchiusa nei vangeli; questi testi, non è mai inutile ricordarlo, non sono semplicemente dei resoconti di cronaca, bensì la narrazione della vita di un uomo e allo stesso tempo del significato profondo di quell’esistenza: la presenza, in lui, nelle sue parole e nei suoi gesti, del regno di Dio. E’ significativo che ci siano quattro racconti con tante somiglianze e differenze, come sono diversi i modi di raccontare la parabola: essi non sono tentativi di dimostrare, come le formule speculative della dogmatica cristiana che portano nel loro DNA il peso della filosofia greca, ma sono testi che alludono e propongono, per lasciare al lettore lo spazio necessario per potersi liberamente affidare, senza sentirsi soffocare dall’evidenza, ma creando quel rapporto dialogico che dietro la semplicità del racconto sa cogliere il fascino del mistero. ☺
Mentre nell’Antico Testamento troviamo diversi esempi di parabole (la più famosa è forse quella della pecora rubata dal ricco pastore, che Natan racconta a Davide per fargli prendere coscienza del suo peccato di adulterio) nel Nuovo Testamento la parabola è un genere di insegnamento del quale solo Gesù ha il monopolio. Infatti, nei vangeli sono riportate diverse parabole (da 28 a 40, a seconda degli autori che le hanno studiate), tutte raccontate da Gesù, e nessuna parabola si trova nel resto del NT, neppure negli Atti degli apostoli, opera in cui i discepoli sono presentati come Gesù, come maestri di comunità e operatori di miracoli. Abbondano invece le metafore e le allegorie, che pure sono utilizzate da Gesù. A tal proposito, quella che normalmente viene indicata come “parabola delle pecore e dei capri”, cioè il racconto del Giudizio finale, in Mt 25, è piuttosto un’allegoria incipiente, in quanto, mentre all’inizio del racconto si parla di pecore e capri, subito dopo si parla di “quelli che sono posti alla destra e alla sinistra del re”.
Nella nostra riflessione, anziché soffermarci su una singola parabola, ci dobbiamo chiedere due cose: perché Gesù ha parlato in parabole e perché dopo di lui non c’è stato un seguito in questo tipo di racconto da parte dei discepoli, almeno nel Nuovo Testamento, mentre si è privilegiata l’allegoria.
Parabola e allegoria
Innanzitutto dobbiamo distinguere tra parabola e allegoria: la parabola è un racconto breve che porta un duplice significato: quello più superficiale che è coerente con l’oggetto del racconto: la semina, la pesca, il rapporto tra genitori e figli; quello invece più profondo rimanda a qualcos’altro che il narratore conosce bene e che l’ascoltatore deve individuare; nel caso di molte parabole di Gesù, il significato profondo è legato alla comprensione di cosa sia il Regno di Dio o dei Cieli (molte parabole iniziano in modo simile: “il Regno dei cieli è simile…”). L’allegoria è caratterizzata invece dalla perfetta corrispondenza tra gli elementi del racconto e il significato profondo: un’allegoria non ha altro significato se non quello profondo. Ecco perché nell’allegoria la narrazione può essere anche inverosimile: gli animali parlano, gli uomini superano le leggi naturali e possono magari volare e così via. Di tipo allegorico sono per esempio le favole di Esopo e di Fedro. Gesù, invece, prende sempre esempi dall’ambiente circostante: la vita agricola, l’ambiente dei pescatori di Galilea, il contesto sociale e politico, i ritmi della casa.
Ma perché Gesù parla in parabole? Egli apparteneva a una cultura non speculativa e aveva come riferimento religioso i racconti che riguardavano gli antenati di Israele e la nascita del popolo, attraverso la guida di Mosè, chiamato da Dio a liberare il popolo dall’Egitto. Un israelita non si chiedeva com’era Dio, ma piuttosto proclamava ciò che Dio aveva fatto per il popolo. Lo stesso nome di Dio, rivelato a Mosè dal roveto ardente (Es 3) non si deve tradurre “Io sono colui che è”, come lo intendiamo noi, sulla scia della traduzione greca, influenzata dai concetti filosofici greci, ma piuttosto “Io sono colui che sono presente”, cioè Colui che si mette accanto al popolo che soffre e invoca la liberazione. Tutto l’AT è caratterizzato dalla narrazione delle opere di Dio e non è possibile trovare riflessioni di tipo filosofico sul mistero di Dio, come avverrà nel pensiero cristiano classico. In questa scia, Gesù non esprime concetti speculativi, ma annuncia semplicemente il “regno di Dio” che, come abbiamo già sottolineato in precedenza, esprime l’azione concreta di Dio in favore dell’uomo e del popolo. La funzione delle parabole, quindi, è duplice: da un lato in esse si parla di azioni, di persone che compiono dei gesti; dall’altro lato non si parla di azioni eroiche, mitologiche, ma di scene quotidiane, tratte dall’esperienza dell’uomo comune, per lo più. In tal modo la vicinanza del regno è indicata sia in favore di ogni uomo, anche chi non è ricordato negli annali della storia, sia dalla semplicità stessa del racconto che non spiega, ma allude e indica, che interroga l’ascoltatore a partire dalla sua esperienza (non dimentichiamo che Gesù ha detto chiaramente, citando Isaia, che è stato mandato ad evangelizzare i poveri). Allo stesso tempo però, il senso profondo del racconto non è immediatamente evidente, ha bisogno di un preciso punto di vista da cui poter interpretare. Gesù dice ai discepoli, che hanno già cambiato la loro vita: “A voi è dato di comprendere i misteri del regno dei cieli; a quelli di fuori (cioè quelli che non appartengono alla cerchia dei discepoli) non è dato di comprendere”. La parabola, in tal senso, non è una prova di forza, ma una proposta che può essere accettata o rifiutata liberamente. Gesù attraverso il racconto non vuole annebbiare la mente, bensì vuole lasciare una distanza con l’interlocutore, cosicché abbia il tempo per riflettere e decidere se riempire lo spazio che lo separa dalla comprensione dell’annuncio di Gesù, che richiede necessariamente una presa di posizione, una scelta e un cambiamento vitale.
Potenza delle immagini
Tuttavia la scelta non porta ad alienarsi dal mondo, perché i discepoli, insieme a Gesù, sono pienamente immersi nel contesto sociale; qui sta la genialità di Gesù: l’uso di immagini tratte dalla quotidianità serve per indicare che Dio non è un mistero da raggiungere al di fuori del mondo, ma entrando nelle pieghe della storia, immergendosi così a fondo in ciò che appartiene alla terra, da poter scorgere il significato profondo, che rimanda alla creazione: quando l’umanità cerca il significato di quello che è e fa, in fondo incontra Dio che è l’artefice di quanto di buono c’è nel mondo. Gesù lo dice in modo illuminante nel vangelo di Luca: “Il regno di Dio è in voi (oppure: in mezzo a voi)” (17,21). Lo stile di Gesù, che è una combinazione di gesti in favore dell’uomo sofferente e di parole che indicano ma non impongono, ha reso possibile che si creasse intorno a lui un gruppo di persone che ha capito che Dio viene incontro nella quotidianità dell’esistenza, in tutti i suoi aspetti e momenti: anche quello finale.
La capacità di accogliere la fede nella risurrezione da parte dei discepoli, non è frutto, di nuovo, di una violenza divina, ma piuttosto dell’affinamento di quella capacità di guardare dietro all’evento; la morte di Gesù, infatti, non è semplicemente la fine, ma piuttosto nasconde in sé un significato più profondo: la vita ricevuta da quel Dio che si pone accanto e che non può abbandonare, chi si affida a Lui, al non senso della morte.
Questo ci porta alla seconda questione a cui dobbiamo rispondere: perché i discepoli non hanno continuato l’attività di Gesù come narratori dei misteri del regno attraverso le parabole ma le hanno solo attualizzate in nuovi contesti? Probabilmente perché essi avevano realmente un’unica parabola da narrare: la vita stessa di Gesù, racchiusa nei vangeli; questi testi, non è mai inutile ricordarlo, non sono semplicemente dei resoconti di cronaca, bensì la narrazione della vita di un uomo e allo stesso tempo del significato profondo di quell’esistenza: la presenza, in lui, nelle sue parole e nei suoi gesti, del regno di Dio. E’ significativo che ci siano quattro racconti con tante somiglianze e differenze, come sono diversi i modi di raccontare la parabola: essi non sono tentativi di dimostrare, come le formule speculative della dogmatica cristiana che portano nel loro DNA il peso della filosofia greca, ma sono testi che alludono e propongono, per lasciare al lettore lo spazio necessario per potersi liberamente affidare, senza sentirsi soffocare dall’evidenza, ma creando quel rapporto dialogico che dietro la semplicità del racconto sa cogliere il fascino del mistero. ☺
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