La leonessa
4 Giugno 2020
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La leonessa

Quando mi hanno chiesto di scrivere un pezzo su di te, ho pensato: “Marianna, che avresti fatto al posto mio? Avresti scritto un pezzo su di me, anche se distrutta dal dolore, con gli occhi pieni di lacrime che ti annebbiano la vista? Sì, tu sì, avresti trovato la forza necessaria per non perdere un’occasione così preziosa di raccontare a tutti l’amore per tua sorella.
Amavi moltissimo la tua famiglia che hai sempre protetto e difeso strenuamente, come una guerriera, come una leonessa. Qualcuno ti ha definita così e a me sta bene perché la leonessa sa essere forte con i suoi nemici, ma anche dolce con la sua prole. La tua forza e la tua dolcezza me le hai dimostrate fin da quando sono venuta al mondo. Avevi tre anni, io qualche giorno. Mi hai presa dal lettino per portarmi in braccio da nostra madre che era in cucina. Ancora oggi non sappiamo come tu sia riuscita a sollevarmi! Certo è che mi tenevi talmente stretta a te che non mi hai fatto cadere e mi hai consegnata a nostra madre, impietrita dalla paura. Tutto normale per te, per quella bambina dallo sguardo vivo, intelligente e dolce che poi sarebbe diventata il pilastro della famiglia.
Senza di te, siamo caduti a terra. Lo so che dobbiamo rialzarci subito perché tu questo vorresti, ma il dolore che stiamo provando è troppo più forte di noi. Non ce lo puoi chiedere. Ci hai lasciato un vuoto e un silenzio impossibili da sopportare, perché tutto in questa casa parla di te: le foto, i vestiti, gli occhiali e quella tv che la sera guardavamo insieme fino a tardi e che adesso non ho il coraggio di accendere. Adoravi vedere i film, andare al cinema, a teatro e ai concerti. Ne abbiamo visti tanti insieme, soprattutto durante gli anni trascorsi a Bologna. Dicevi sempre: “Gli anni di Bologna sono stati i migliori, perché mi hanno resa quel che sono”. Dopo Napoli, era la città che preferivi perché, in quel periodo, stavi bene ed eri spensierata. La mia sorellona invincibile e invulnerabile che mi faceva sentire protetta e al sicuro e che ho voluto al mio fianco sempre.
Quando è nata Giulia, sei stata la prima ad entrare in sala parto, volevi assicurarti che noi stessimo bene e piangevi di gioia. Finalmente era arrivata la tua nipotina, la luce dei tuoi occhi, la tua stessa vita, come dicevi tu. Mia figlia non ha perso solo la zia, ha perso la roccia a cui si aggrappava, ha perso una parte di sé.
Tu, generosa come nessuno, che regalavi laute mance a tutti, ovunque andassi. E poi bisognava provvedere ai venditori di rose o di altri oggetti insignificanti per la maggior parte delle persone, ma per te no. “Zia Dadà (così ti chiama Giulia), che compriamo questa volta? L’elefantino portafortuna, il miniventilatore, il braccialetto, gli orecchini”. Per te “erano tutti lavoratori”.
Sei sempre stata dalla loro parte e mi piace riportare il pensiero di chi ti ha conosciuta bene e ti ha capita ed apprezzata : “Una sicurezza per i lavoratori, un riferimento per chiunque avesse necessità di un parere professionale di spessore, e soprattutto una donna fiera della sua famiglia e orgogliosa di aver scelto di stare dalla parte degli ultimi. Non gradiva la tristezza. Preferiva la giovialità. Per questo voglio immaginarla ovunque sia, a illuminare col suo volto il cammino di un’umanità smarrita che mai come in questo tristissimo 2020 avrebbe avuto necessità del suo cuore e della sua competenza”.
Niente e nessuno è riuscito a spegnere il tuo proverbiale sorriso, fino all’ultimo eri sorridente e coltivavi la speranza di resistere, di farcela anche questa volta. L’ultimo messaggio, quello delle 22.10, è inequivocabile: mi hai mandato la faccina che sorride, quella con gli occhi a cuoricino e il cuore. Eri felice per le foto di Giulia che ha ripreso a giocare a tennis (la tua passione giovanile), dopo mesi di stop. E so cosa avrai pensato: “Quando starò meglio, la porterò dappertutto a fare i tornei”. Per te era una gioia immensa vederla giocare e lei, dopo ogni partita vinta o persa, voleva parlare solo con te. Sappi che continuerà a giocare, con più passione, impegno e determinazione di prima perché tu possa essere ancora fiera di lei ma soprattutto possa gioire, nel vederla giocare, anche da lassù.
Avevi tanti doni, ma alcuni erano davvero speciali, come saper ascoltare le persone e dare loro i giusti consigli. Qualcuno mi ha detto che gli bastava vedere i tuoi occhi espressivi o sentire la tua voce rassicurante per stare già meglio. E io lo so, lo so benissimo perché a me succedeva la stessa cosa. Sapevi perdonare e accogliere di nuovo nella tua vita anche chi ti aveva fatto soffrire.
Mariannì, ti prometto che starò vicina a mamma e papà, il tuo “tepore” e il tuo “papino” che adesso sono inconsolabili. Sopravvivere ai figli è la cosa più innaturale e ingiusta di questo mondo, ma purtroppo non siamo noi a decidere. Forse un giorno, però, avremo almeno diritto a delle risposte.
Chissà.
Ci manchi troppo.
Francesca, la tua sorellina

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