Educare alla bellezza
È la mattina del 26 settembre 2022, mentre mi siedo davanti al pc provo a riordinare le idee. Il risveglio, come per tanti, è stato amaro. Tutto prevedibile, ma non meno desolante. Ci attende una stagione in cui, pur tuttavia, bisognerà mettere da parte lo sconforto e la rabbia, l’indignazione profonda per un paese che ha scelto di premiare chi è stato premiato, e si dovrà lavorare, con coraggio e tenacia, passo dopo passo, ciascuno nel suo piccolo o grande spazio della comunità che gli è stato assegnato.
Penso ai miei alunni, stamattina. Ragazzi di scuola media, freschi, puliti. Mi chiedo che idea abbiano maturato, a 13 anni, quotidianamente, di questo misterioso teatrino che dovrebbe, per loro, essere “la politica”. Mi chiedo se sarà arrivato loro (tra un selfie, un cuore spezzato, una pizza e una verifica di matematica) qualche brandello di una campagna elettorale che, a momenti, ha esibito una volgarità da Bagaglino.
Penso a Peppino Impastato. Ai suoi “cento passi”. A quella scena indimenticabile del film che lo racconta, in cui – seduto a guardare da lontano lo scempio compiuto sul paesaggio siciliano dalla cementificazione selvaggia – dice che “Bisognerebbe ricordare alla gente cos’è la bellezza”. Che sia stato o meno mai pronunciato, dal vero Impastato, questo discorso poi divenuto celebre, è il primo pensiero che questa mattina mi è sceso nel cuore: “Bisognerebbe educare la gente alla bellezza, perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione, ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore”.
Penso a Paolo Borsellino. Al “fresco profumo” di quella “libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità”.
Penso, di nuovo, ai miei alunni. Ai miei colleghi. A quelle aule dove siamo andati a votare, ieri, e dove nessuno avrà fatto caso alla poesia che nascondono, alle pareti, alle porte, alle cattedre, ai corridoi, a quella circolare appesa in bacheca con una puntina scolorita, all’odore e ai segni silenti di un lavoro di semina tenace e di paziente attesa, un lavoro quotidiano, forse l’unico presidio che oggi resta di una battaglia che non abbandoniamo: quella di dare una chance a chi in casa non ce l’ha, quella di dare una possibilità di crescita e riscatto a chi è stato già condannato, dalla società, ad essere un perdente, uno senza via d’uscita, uno destinato ai margini. Quella di mettere gli occhiali a chi, per troppa miopìa, la bellezza non la vede e non se ne può innamorare.
Ebbene non la dobbiamo smettere: potranno governarci calpestandola, ma non potranno impedirci di amarla, la bellezza, e di lavorare sodo per far sì che se ne innamorino anche i nostri ragazzi.
Innamorarsi di uno studio pulito, responsabile, faticoso, senza scorciatoie; di amicizie leali, di legami inclusivi, coltivati con dedizione, legami che sanno cosa vuol dire mettersi in discussione, perdonarsi, correggersi, camminare insieme; innamorarsi di divertimenti sani, di stili di vita sobri, in cui non si spreca, in cui si apprezza, si condivide; innamorarsi di un ambiente vivibile, curato, in grado di accogliere chi verrà dopo di noi; innamorarsi di un gesto di gentilezza, di rispetto; innamorarsi della libertà, della propria coscienza, di ciò che dice e del saperla ascoltare anche se dovesse andare in controtendenza e trovarsi isolata in mezzo a gente che urla e abbaia; innamorarsi del fratello che, disperato, scende da un barcone e si regge in piedi a malapena, o percorre chilometri a piedi con un fagotto in braccio, e bussa; innamorarsi dell’informazione onesta, e del saper distinguere un giornalista da un ciarlatano. Innamorarsi della politica, quella vera, e della possibilità di entrarvi un giorno non per vile interesse personale, ma per il desiderio insonne di servire l’altro, di impegnarsi per la propria comunità. Innamorarsi del dovere di resistere, oggi, a chi umilia e calpesta la bellezza, ma non la conosce.
Abituarsi alla bellezza, essere educati alla bellezza, alle sue mille sfaccettature, è l’unico modo per riconoscere le brutture e reagire, svuotarle, capovolgerle, non farsene abbindolare. Oggi, più che mai e più di sempre, sia questa la scuola.
Dolce è il profumo della bellezza. Abbiamo il dovere di profumare così.☺
