ribelli a oltranza
“L’unica ragione per la quale sono nel mondo della moda è per distruggere la parola conformismo. Nulla è interessante per me se non contiene questo elemento di ribellione”. Questa dichiarazione, riportata da Michela Murgia e Chiara Tagliaferri in Morgana. Storie di ragazze che tua madre non approverebbe, è della stilista Vivienne Westwood, scomparsa lo scorso dicembre.
Nota soprattutto nel Regno Unito, la Westwood è stata l’esponente di rilievo del cosiddetto genere punk, affermatosi dagli anni ’80 del secolo scorso. Irriverente, anticonvenzionale, libera, questa donna ha sostenuto numerose battaglie di civiltà, impegnandosi in vari settori: “per me la moda è una scusa per parlare di politica. Essere una stilista mi dà una voce, il che è molto importante”. Meritano rispetto le sue considerazioni, come pure le sue attività in favore dell’ambiente e per il disarmo nucleare, che hanno offerto il loro contributo alla crescita civile, perché rappresentano uno sguardo originale sul nostro tempo.
Nel nostro mondo ormai sembriamo essere dominati dalla spasmodica ricerca di libertà da vincoli; l’Occidente, poi, pare non recedere dalla sua pretesa di estendere le proprie categorie culturali oltre confine. Eppure persistono regole – o leggi non scritte – alle quali ci sottomettiamo e dalle quali nessuno mai oserebbe derogare. Una di queste è il dress code [pronuncia: dress-cód], vale a dire un codice di abbigliamento (dal verbo dress, vestire) da seguire per rispettare lo stile di un evento o cerimonia a cui si deve prendere parte. Questo codice – appunto code in inglese – si impone in tutti i contesti, non soltanto quelli ufficiali o di rappresentanza, ed è istintivamente rispettato ad ogni livello. Di certo non è un comportamento deplorevole: si pensi, ad esempio, alle divise sui luoghi di lavoro o di studio – mi riferisco alle cosiddette uniforms indossate da studenti e studentesse nelle scuole inglesi o americane, certamente poco affascinanti sul piano estetico, ma funzionali e pratiche.
Come ci insegnano gli psicologi sociali, poiché immediatamente percepibile, l’abbigliamento consente alla mente di riconoscere nelle persone l’appartenenza ad un gruppo, che si distingue per i codici di abbigliamento adottati da ciascun componente. Appartenere ad un gruppo è importante e costituisce una parte fondamentale del concetto di sé che viene incorporata nell’identità sociale di un individuo: e qui entra in azione il dress code che consente alla persona di mostrarsi e comunicare all’esterno la propria personalità.
Senza entrare nel merito di quanto attiene a culture diverse dalla nostra le quali seguono codici rigidi e ‘incontestabili’ nel modo di vestire – ad esempio il velo per le donne nel mondo islamico -, l’aspetto vincolante ed impositivo del ‘nostro’ dress code può risultare meno evidente, ma quanto spazio viene lasciato alla libertà di espressione, all’originalità, all’autenticità?
Non sempre ciò che appare risulta autentico, e spesso condizionamenti e influenze conducono ad accettare imposizioni e obblighi a discapito di genuinità e freschezza, sia nel vestire che nel mostrarsi. Quale confine, allora, intercorre tra dress code e maschera? E ancora, allontanandoci dal campo della moda, di quanti orpelli rivestiamo i nostri pensieri, i nostri sentimenti, i nostri discorsi? Anche per essi ricorriamo ad un code, li nascondiamo o li evidenziamo a seconda delle circostanze; li camuffiamo e li accentuiamo in base alle convenienze. Un continuo carnevale, una giostra impazzita, una rincorsa a nascondere la verità su noi stessi e su ciò che realmente conta!
Il rovescio della medaglia è proprio questo: seguire un codice di abbigliamento a volte può rivelarsi occasionale o magari opportunistico, perché si intendono perseguire scopi diversi e forse occulti. Lo si può ritrovare nel mondo della comunicazione, dove spesso possiamo imbatterci in storie o notizie per nulla aderenti alla realtà dei fatti; nel mondo delle relazioni in cui a volte fanno la loro comparsa ipocrisia e menzogna per opportunità o necessità; nel mondo della politica che utilizza le parole come abiti da abbinare a seconda dell’interlocutore o della situazione, mascherando i veri obiettivi e fini che si intendono perseguire. Già nel 1938, nel saggio Le tre ghinee, lo sottolineava Virginia Woolf a proposito degli “uomini cólti (non ancora le donne, ndr) nella loro funzione di uomini pubblici” che apostrofava con queste parole: “E quale che sia il senso di queste cerimonie, voi le eseguite sempre coralmente, sempre a tempo, sempre indossando l’ uniforme adatta alla persona e all’ occasione”.
Ancora Vivienne Westwood ci lascia un prezioso consiglio, per tutti, non soltanto per i cosiddetti ‘addetti ai lavori’: “Qual è il migliore accessorio? Un libro. Io penso che l’arte, la letteratura, la musica, il teatro siano la migliore forma di educazione perché sono una forma di autoaffermazione. Lo stai facendo per te stesso. Se investi nell’arte, se studi per conto tuo l‘arte, diventi immediatamente un ribelle perché la tua vita cambia, esci dalla dinamica del consumismo e inizi a pensare”.☺
