Umanità nascente
18 Aprile 2023
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Umanità nascente

C’è, in linea di massima, una sfasatura crescente tra un’esigenza nuova e forte di senso e di spiritualità e le offerte che le chiese e le diverse istituzioni continuano a dare; cioè tra spirito dell’umanità nascente e capacità culturale di tradurlo in forme (conoscitive, linguistiche e comunitarie) concrete. La fame di senso e di salvezza è certamente forte, anche dentro la cultura tradizionalmente laica o anticlericale; la crisi di speranza ha spiazzato e denudato tutti i mondi di pensiero. La fame di nuova relazionalità, autenticità, comunione cresce nelle nostre città iperconnesse eppure umanamente desolate. La  fame di spiritualità – ovvero la dimensione più elevata di ogni ricerca umana, dall’arte alla politica – è certamente avvertita, ma le risposte che il cristianesimo storico occidentale riesce a dare, spesso non risultano mordenti né rigeneranti umanità.

La carenza di una cultura spirituale adatta alla nostra contemporaneità non è solo un problema della chiesa, ma tocca tutti gli ambiti della vita umana, individuale e sociale. È finito il tempo in cui ci si poteva illudere di costruire una società eliminando dalle ragioni della propria fondazione l’elemento più propriamente umano: il bisogno cioè di un senso radicale della vita stessa. Il divorzio tra il senso ultimo delle cose e quello penultimo della vita personale e sociale sembra proprio giunto alla fine, per autonomo default. I problemi del presente sono e saranno sempre più spirituali e politici, psicologici ed economici, mistici e tecnici indissolubilmente interagenti. Ma ogni cosa si sta ponendo in un orizzonte di radicale laicità, orientata alla crescita e alla liberazione concretissima delle persone e dei popoli.

Questa situazione è determinata dalla carenza di forme storiche, e quindi di linguaggi, attraverso i quali vivere e sperimentare la pienezza della fede nella rigenerazione dell’umanità. Fede entro la quale siamo ancora in parte radicati: siamo cioè dei cristiani incapaci di rianimare la nostra cultura. Il problema è essenzialmente di forme culturali, e di “incarnazione/inculturazione storica della fede”. C’è una consapevolezza che G. Ringler, già vicerettore dell’università di Lovanio, sintetizzava così: “I nostri contemporanei vogliono senso, sì, ma rifiutano il pensiero normativo. E la Chiesa fatica a produrre senso senza produrre norme. Ecco la straordinaria conversione che le è richiesta, e capisco che sia un cambiamento vertiginoso: proporre senso senza rinchiuderlo. Un senso che dia respiro”.

Sembra che i giovani e gli adulti contemporanei stiano cercando un senso da condividere e da celebrare insieme ad altri, ma non siano disposti – tranne eccezioni – a rinunciare a tutto ciò che di buono abbiamo conquistato in questi tempi di modernità. Cerchiamo un senso e una spiritualità che siano pienamente innervati, con la nostra libertà individuale, con la corresponsabilità nelle scelte che ci riguardano, con il nostro spirito critico. Dalla crisi della modernità se ne esce solo in avanti. Il cristiano, come insegna Paolo l’apostolo e come avverte l’uomo moderno nonostante si spogli delle vesti cristiane, è cristiano fino al midollo, in quanto possiedono, l’uno e l’altro, la propria identità nel futuro e nello stato presente e vivente dell’amore creativo, mai in un passato mummificato e paralizzante.

Questo processo di revisione culturale è stato avviato, nella chiesa cattolica, dal Concilio Vaticano II, che per la prima volta ha cominciato a guardare con simpatia gli sviluppi della modernità. Non ne ha nascosto le ambiguità, ma non ha avuto timore di intravedere il positivo, di riconoscerlo, di certificarlo con un linguaggio teologico alto, perché dotato del crisma del magistero, anche se per alcuni quella simpatia per l’uomo d’oggi è parsa un “ingenuo o eccessivo ottimismo”. Dopo un primo post-concilio con passo titubante; papa Francesco ha ripreso semplicemente il Concilio: servirà un immenso lavoro per dare vita ai passi successivi in cui la tradizione ecclesiale potrà coniugarsi con la sensibilità, la cultura, la psicologia dell’uomo moderno, di una umanità liberata, da ogni soggezione, paura, subalternità. Nel nostro contesto storico-culturale, ciò equivale a riformulare il processo di nascita della nostra nuova umanità, in forme storiche adeguate.

Tre piccole attenzioni o convinzioni ferme:

  1. a) ricordarci che gli autentici cammini di autotrasformazione si svolgono sempre in piccoli gruppi, all’interno di relazioni vere, personalizzate e personalizzanti. È lì, che possiamo imparare ad attivare e disattivare i meccanismi che generano ipocrisie, mascheramenti, servilismo, difese emotive e modificare realmente noi stessi. Le situazioni massificanti, che releghino l’individuo nell’ anonimato o, tra gli “scarti”, vanno considerate impedimento e non strumento necessario all’evoluzione dell’umanità;
  2. b) il modello “laboratori” implica una ricerca libera e sperimentale in cui le verifiche si fanno esclusivamente sulla base dei risultati, cioè, evangelicamente a partire dai frutti;
  3. c) le persone sono chiamate a ripartire da un’analisi realistica dello stato di crisi personale, storico-collettivo in cui ci troviamo; c’è un perfetto rispecchiamento tra il livello problematico personale e quello generale. Non possiamo mitigare l’effettivo stato di crisi in nome di qualche perfezionismo morale o trionfalismo culturale o religioso. Dovremmo viverlo in uno spirito pasquale e di solidarietà cosmica con il travaglio natalizio di tutti gli uomini. Dovremmo comprendere che non si esce da nessuna crisi se non aderendo fino in fondo e assumendo il processo trasformativo che essa segnala e spinge ad attuare.

È chiaro che in questo processo di rigenerazione, in cui bisogna mettersi per strada, le distinzioni tra “credenti cristiani” e “laici” tendono ad assottigliarsi, in quanto tutti noi, abitanti del pianeta terra, siamo protesi verso quella nuova umanità, quel radicalmente umano, quell’io non più separato da sé e da tutti, ma in stato d’amore, che emerge dalla passione dei tempi. La parola profetica autentica è la rivelazione lampante del presente che dissolve tutti i nostri mascheramenti e  razionalizzazioni intellettualistiche – forse più tecnicistiche e strumentali – con cui annacquiamo spesso la verità che abita in noi fino a renderla ben poco attraente. La parola profetica semplifica, condensa, riassume secoli interi, denuda e costringe a fare i conti con le nostre paure infantili, con i nostri meccanismi di difesa – sottilmente costruiti con filosofia e teologia – per paura di vivere veramente, di affrontare senza reti protettive l’avventura che è in corsa.

Ci troveremo per strada capaci di narrare le suggestioni condivise che il cammino ci ha fatto sperimentare. È il vero significato di “sinodo” a cui siamo chiamati come chiesa fraterna che, con sguardo rispettoso, desidera prendersi cura del mondo, di ogni vivente e del futuro che ci verrà incontro come grazia, non come pericolo che incombe.☺

 

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