Il silenzio uccide
31 Ottobre 2024
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Il silenzio uccide

Ho apprezzato molto il contributo – I libri deuterocanonici – di Michele Tartaglia sul numero di ottobre scorso e così, anche grazie all’interesse attrattivo che mi ha sollecitato la lettura dell’articolo, mi accingo a proporre le riflessioni che seguono.
“Non sono le pallottole ad uccidere, è il silenzio”. Innumerevoli volte abbiamo sentito tale espressione, soprattutto quando assistiamo a sistematiche prevaricazioni, socialmente violente, a danno di singoli soggetti o, ancora peggio, a scapito di civiltà, di tradizioni culturali profondamente nobili, come, per esempio, quella arabo/palestinese. Infatti, cosa fa la nostra cultura occidentale? Niente altro che continuare ad applicare e a diffondere la lectio colonialistica, che applichiamo a quell’universo socio/politico/culturale che abbiamo sempre chiamato “terzo e quarto mondo”. Lettura e interpretazione per le quali la terra palestinese apparterrebbe al popolo che la sa valorizzare, farla progredire anche da un punto di vista industriale/mercantilistico, finanziario. E i palestinesi, a detta degli ebrei sionisti, non sono capaci di questo; di conseguenza, quella terra non gli appartiene. Dunque, appare chiara la presunzione sionista che gli ebrei appartengano ad una civiltà superiore, non a quella che definiamo come agro/pastorale, ma a quella delle “magni- fiche sorti e progressive”, descritte e condannate in maniera decisa da Giacomo Leopardi ne “La ginestra”.
La frase citata all’inizio è tratta dal volume, recentissimo, di Valeria Roma Ignorare l’assenza, (Edizioni Meltemi Linee, 2024) testo che presenta una considerevole carrellata della letteratura palestinese, o ignorata letteralmente o addirittura cestinata come irrilevante e, peggio ancora, considerata espressione/testimonianza di una società, quella palestinese, la cui popolazione viene definita dai gruppi oltranzisti ed ortodossi come selvaggia, primitiva. Così si sono comportati più di un secolo prima gli sceriffi e i soldati americani nel Far West; così fanno i sionisti alla Netanyahu oggi con i Palestinesi, schiacciati dalle bombe ed espulsi dalle loro terre originarie. La narrazione sionista è quella che nega l’esistenza della Palestina, terra originaria dei palestinesi. Il sionismo, scrive Valeria Roma, pretende di “cancellare il passato e il presente della Palestina e dei palestinesi per escludere che il passato possa avere un futuro”. Il sionismo, dunque, sostiene che la questione palestinese non esiste.
E, dunque, proprio da queste pretese ideologiche, tautologicamente illogiche, ha inizio il silenzio occidentale ed europeo sulla questione palestinese, sulla sofferenza umiliante di intere generazioni a partire dal 1947/48, sulla negazione che i palestinesi abbiano diritto ad un loro proprio stato nazionale. La stessa dichiarazione, ancora oggi in circolazione, dei due stati nazionali indipendenti sulla terra palestinese, la Palestina degli arabi/palestinesi e Israele per gli ebrei, appare una vera bufala, una autentica provocazione nei confronti di quanti, anche noi, cerchiamo di ragionare e di dire con chiarezza che allo stato attuale non esiste più neppure un lembo di territorio che si possa definire palestinese. È sotto gli occhi di tutti il terribile annientamento della popolazione palestinese, come pure la totale distruzione del territorio che gli appartiene da tempo immemorabile. Costatiamo, inoltre, con sofferenza penosa, quello che sta succedendo anche in Libano in queste ultime settimane e su questo contiamo di soffermarci per fare delle valutazioni nelle prossime occasioni. Sappiamo, tuttavia, quali siano le ragioni scatenanti queste feroci ostilità.
Gli attuali governanti israeliani, soprattutto quelli legati alle frange religiose oltranziste e rigorosamente ortodosse, non tralasciano alcuna circostanza per rifarsi all’Antico Testamento e, se non vado errato, Deuteronomio 25,17-19, che così recita: “Ricordati di ciò che ti ha fatto Amalek lungo il cammino quando uscivate dall’Egitto: – come ti assalì lungo il cammino e aggredì nella tua carovana tutti i più deboli della retroguardia, mentre tu eri stanco e sfinito, e non ebbe alcun timore di Dio. Quando dunque il Signore tuo Dio ti avrà assicurato tranquillità, liberandoti da tutti i tuoi nemici all’intorno nel paese che il Signore tuo Dio sta per darti in eredità, cancellerai la memoria di Amalek sotto al cielo: non dimenticare”. Oppure in Esodo 17, 8-16, troviamo una descrizione della guerra, ancora più violenta e feroce, degli Ebrei guidati da Giosué, Aggiungo, per onestà intellettuale, che sappiamo bene che coloro che fanno eco di tali dissennate enormità sono una minoranza in Israele, ma che punta, alimentandole, sulle fobie e sui timori presenti in quasi tutta la collettività nazionale. Allora che fare? Che pensare? Come reagire a tanta angosciante disumanità, scatenata sia il 7 ottobre da Hamas, sia in forma davvero sproporzionata, genocidaria, da Israele a Gaza, catastrofica nella West Bank (Cisgiordania), insopportabile a Gerusalemme est?
Il pensiero va direttamente a Edward Said e alla parola “Umanesi- mo”, che attraversa sia Orientalismo che La questione palestinese, i suoi due volumi che illuminano sulle ragioni che hanno scatenato la tragedia che si è abbattuta da più di 70 anni sul popolo della Palestina. Attraverso una combinazione di empatia e giustizia, Edward Said sostiene che è necessario alimentare una umanità condivisa tra israeliani e palestinesi. L’umanesimo è un richiamo alla empatia, alla condivisione, alla compassione. La fine delle ostilità, dell’odio che divide gli arabi/palestinesi e gli israeliani/ebrei è l’unico sistema di tornare ad esseri umani e condividere le gioie e le sofferenze di entrambe le popolazioni, come bene ricordava a noi anni fa anche Vik Arrigoni.
Che silenzio assordante anche su questo tema dell’istruzione in Israele! Ma anche su Vittorio, Vik, Arrigoni oggi c’è tanto silenzio. Eppure Vik ha scelto di vivere la vita tra i suoi amici palestinesi a Gaza, impegnati ogni giorno a gridare al mondo la legittimità della loro scelta politica, quella di lottare per la libertà del popolo palestinese e per il suo diritto ad avere una nazione, uno stato nazionale su cui far crescere la propria storia, alimentata dalle secolari tradizioni delle terre palestinesi. Vik si trovava a Gaza nel corso dell’attacco che Israele scatenò il 28 dicembre 2008 contro Hamas e che viene ricordato come “Piombo fuso” dall’ONU considerato già all’ epoca come un crimine contro l’umanità. Purtroppo, Vik fu ucciso da un gruppo di militanti dissidenti di Hamas.
Ma è proprio la questione relativa alla sicurezza nazionale israeliana il nodo scorsoio di tutte le dinamiche ideologiche e anche di quelle violente scatenate dai conflitti armati. Israele sta alimentando nel suo seno una specie di tumore maligno, che, parafrasando il titolo di un libro – Il suicidio di Israele – uscito proprio in queste ultime settimane a cura della storica Anna Foa, ne potrebbe causare l’implosione letale (attraverso una guerra civile alla quale spesso si fa cenno?).
Ci auguriamo che tutto questo non succeda mai… ☺

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