Conosciamo la realtà?
“Ho cominciato a scrivere poesie per stare dentro il mondo da lontano”: chi parla è Javier, uno dei personaggi di Dimmi che sei stata felice di Maria Grazia Calandrone (Einaudi). Un idealista che insegue “l’utopia più grande: fare di questo mondo un luogo all’altezza della sua bellezza naturale, della libertà organizzata dei suoi elementi”.
Prendo spunto da questa citazione – che condivido – per esporre qualche mia personale considerazione. È proprio vero che non si finisce mai di imparare, come afferma il noto adagio! Mi è capitato, in un recente viaggio, di leggere per caso un vocabolo inglese che non avevo mai ‘incontrato’. Insider [pronuncia: insaider], questo il termine, deriva dall’avverbio di luogo inside [pronuncia: insaid] che traduce l’italiano ‘dentro, all’interno’; quel che mi ha colpito è il sostantivo derivato – per capirci, il vocabolo che termina in – er – col quale non ho avuto a che fare in precedenza. E allora eccomi qui a tentare di colmare questa lacuna.
Accolto anche nella lingua italiana, insider è da definizione un termine in primo luogo del linguaggio finanziario che indica una persona la quale può “avere accesso in anticipo a informazioni riservate sull’attività economica di un’azienda”. Per estensione il vocabolo può riferirsi a colui o colei che “è ben introdotto/a, perfettamente inserito/a in un ambiente di cui conosce i segreti”. Le accezioni del termine si possono poi ampliare semanticamente, ed ecco allora che esso sta per “ben informato/a, addetto/a ai lavori” e infine – con un po’ di suspence – “infiltrato/a” sia nella vita reale come pure nelle storie ‘gialle’!).
Questa l’illustrazione del vocabolo, ma ad essa vorrei accostare quanto ha scritto recentemente Simona Ruffino (Il fatto quotidiano, 19 ottobre 2025): “Le parole hanno smesso di raccontare il mondo: lo stanno riscrivendo”. Ad una prima occhiata può apparire del tutto inconcludente tale accostamento, ma le riflessioni che cerco di presentare riportano al termine inglese di cui si diceva. L’affermazione della Ruffino è perentoria, non può lasciare indifferenti soprattutto coloro che alle parole riservano la dovuta attenzione, e mi chiedo se realmente conosciamo la realtà che ci circonda, quanto e in che modo. Può sembrare una domanda assurda ma come sostiene Steven Brill, nel suo recente saggio La scomparsa della verità (Neri Pozza), “crediamo sempre meno alla verità, per affidarci invece a ‘fatti alternativi’, se non addirittura a vere e proprie teorie del complotto”.
Insider rimanda ad una conoscenza profonda, diretta, esclusiva: dovremmo tutti/e essere gli o le insider del nostro tempo, non ignorare eventi e situazioni che i cosiddetti addetti ai lavori padroneggiano, possedere quelle informazioni note ad un agente segreto ‘infiltrato’. Come esseri umani il nostro compito sarebbe quello di abitare il mondo consapevolmente, con orecchie attente e uno sguardo lucido; purtroppo la triste condizione contemporanea – come Steven Brill ci ricorda – è che al posto della verità, intorno a noi, spesso “troviamo menzogne, ‘realtà’ inventate di sana pianta, manipolazioni, distorsioni e paranoie; il caos soppianta la ragione e la civiltà; il potere non deriva dalla discussione rigorosa delle idee all’interno del processo democratico, ma viene dato a chi riesce a seminare più diffidenza per raggiungere i propri scopi”.
Lo studio che Steve Brill presenta pone sotto osservazione la nostra contemporaneità – americana, in primis, e per estensione occidentale – dove ormai domina la tecnologia ed ogni cosa è controllata dalla Rete. Egli rileva l’urgenza di una profonda presa di coscienza collettiva che conduca ogni cittadino a farsi un quadro nitido e concreto della situazione in cui siamo, senza farsi travolgere dalla dilagante rivoluzione digitale. Tra i suoi suggerimenti, per essere maggiormente insider, c’è quello di vigilare sugli algoritmi pericolosi che molte piattaforme online utilizzano per raccogliere dati sugli utenti ed individuare gusti e richieste da sfruttare a fini pubblicitari; ancora egli consiglia di richiedere la fine dell’anonimato che offre a tanti non bene intenzionati fruitori della Rete di esprimere in modo violento il proprio disprezzo su altre persone. Inutile ribadire la corretta abitudine di verificare sempre l’attendibilità delle notizie che leggiamo o ci vengono proposte, per non incorrere in valutazioni e giudizi che con molta facilità ritraggono persone o eventi in maniera errata.
Tutti questi atteggiamenti, se messi in pratica, contraddistinguono un/una insider nel senso più vero del termine. E Javier, il personaggio citato all’inizio, ne rappresenta un nobile esempio, quello di essere – forse senza rendersene conto – una persona capace di offrire “una ribattuta speciale, freddina e laterale, ironica e visionaria, della realtà. L’arte di chi finge di non vedere perché vede troppo”.☺
