I corridoi dell’orso
9 Febbraio 2026
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I corridoi dell’orso

Camminare dentro un Parco Nazionale in pieno inverno, non un gesto comune a tutti, è l’iniziativa che ha inaugurato l’anno molisano del buon cammino, nell’ ambito de “I corridoi dell’orso: da due parchi un cammino comune”.
Sono state decine infatti le persone che hanno percorso il territorio del Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, in una giornata fredda ma caratterizzata dal cielo limpido e favorevole all’uscita, attraverso i dieci cammini previsti dal programma, differenziati per lunghezza e difficoltà e che sono stati molto partecipati e sentiti, segno di quanto il tema sia percepito come centrale dalle comunità locali e da chi frequenta abitualmente il Parco.
Nel pomeriggio poi, a Colli al Volturno, il teatro comunale ha ospitato il convegno conclusivo, molto partecipato, che ha trasformato l’esperienza del cammino in un momento di confronto pubblico e di approfondimento. Il Molise ha bisogno di capire in quale direzione stia andando, anche in ambito ambientale, poiché quando vengono prese determinate decisioni all’interno di questo territorio, c’è spesso un malcelato secondo fine da parte delle istituzioni che, come nel caso in questione, penalizza ovviamente la nostra regione.
Il cuore dell’iniziativa in oggetto è rappresentato dai corridoi ecologici. Non una formula evocativa, ma un concetto scientifico preciso: si tratta di aree di connessione funzionale che consentono alla fauna di spostarsi tra habitat differenti, garantendo continuità territoriale e variabilità genetica. Per l’orso marsicano, sottospecie endemica dell’ Appennino centrale ridotta a circa cinquanta unità, questi corridoi sono una condizione imprescindibile di sopravvivenza.
Eppure, il progetto della centrale di pompaggio Enel “Pizzone II” si colloca proprio lungo una di queste direttrici ecologiche fondamentali, all’interno del Parco. L’opera comporterebbe chilometri di gallerie scavate nella roccia, cantieri estesi ed un intenso traffico di mezzi pesanti. Non si tratta di un intervento attento, ma di una trasformazione profonda del territorio, del tutto incompatibile con le funzioni ecologiche che un Parco Nazionale è chiamato a garantire.
Qui la questione diventa giuridica e politica. Se è possibile autorizzare una grande infrastruttura industriale all’interno di un Parco Nazionale, allora il principio stesso di area protetta viene messo in discussione. Il precedente sarebbe chiaro: la tutela non costituisce più un limite invalicabile, ma una variabile negoziabile. Una scelta che non riguarderebbe solo il PNALM, ma che rischierebbe di indebolire l’intero sistema delle aree protette italiane, come di recente accaduto con lo scempio causato dalle Olimpiadi invernali Milano Cortina dove, dietro le luci della ribalta e gli intenti nobili, si cela un’ombra lunga, fatta di cemento, acqua e promesse disattese.
La vicenda molisana si inserisce inoltre in una contraddizione politica ancora più ampia. Da un lato si istituisce il Parco Nazionale del Matese – esistente in potenza, ma non in atto – rivendicando per il Molise il valore della tutela ambientale come strumento di sviluppo. Dall’altro, proprio mentre questo nuovo Parco fatica a diventare operativo, si accetta di mettere in discussione l’integrità di un Parco storico e funzionante come il PNALM. La protezione si afferma sulla carta e arretra nei territori dove dovrebbe essere più solida.
Il caso Pizzone II solleva quindi una domanda più profonda: perché il Molise continua ad essere considerato un territorio sacrificabile? In una regione segnata da spopolamento e fragilità strutturali, il patrimonio naturale rappresenta una delle poche risorse strategiche reali. Un Parco Nazionale può essere un volano di sviluppo fondato su turismo lento, qualità ambientale ed economie di comunità; trasformarlo in spazio disponibile per grandi opere significa rinunciare a una prospettiva di lungo periodo e di lungimiranza politica, quest’ultima del tutto assente.
In questo contesto assumono peso anche le tensioni locali che attraversano il territorio, come il dibattito sulla possibile secessione della provincia di Isernia verso l’Abruzzo. Al di là delle posizioni politiche, il segnale è evidente: cresce la percezione di un futuro incerto e di una regione priva di una visione condivisa. Quando una comunità inizia a mettere in discussione la propria appartenenza territoriale, significa che il patto politico ed istituzionale si è decisamente incrinato.
La vicenda dei corridoi dell’orso e del progetto Pizzone II rende questa crisi impossibile da nascondere. La responsabilità di una situazione così contraddittoria e pericolosa ricade su una classe politica regionale priva di una strategia di lungo periodo che difenda i propri territori e riconosca nel patrimonio naturale una risorsa, non un ostacolo. Una classe dirigente che istituisce Parchi sulla carta e ne indebolisce altri nei fatti, che accetta lo sfruttamento di aree fragili senza costruire alternative credibili, che accetta la cessione di proprie risorse idriche verso regioni confinanti senza contropartita, che taglia le risorse ed i presìdi sanitari, contribuisce definitivamente a svuotare il Molise di futuro, prima ancora che di popolazione.
Difendere i corridoi dell’orso significa allora chiamare le cose con il loro nome. Non è solo una battaglia ambientale, ma una questione di responsabilità politica. Finché il Molise continuerà ad essere governato senza rispetto per i suoi territori più preziosi, ogni Parco resterà fragile ed ogni progetto di sviluppo destinato a fallire. A noi molisani non resta che accettare la nostra marginalità, senza possibilità di contraddittorio.☺

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