Una tavola nel bidone
di Andrea Barsotti
Compriamo il cibo con attenzione, pensando a cosa cucineremo ed ai sapori che ci allieteranno, a volte proiettandoci nel tempo ipotizzando una dieta succulenta per alcuni giorni; ma come sempre siamo bravi a creare complicazioni dal nulla: riempiamo il frigorifero e poi ci dimentichiamo ed intanto i cibi si deteriorano o arrivano a scadenza. Da una situazione piacevole abbiamo creato un problema alimentare: lo spreco!
Comprenderne le cause e le dinamiche è fondamentale per riflettere sul modo in cui produciamo, distribuiamo e consumiamo il cibo. Nel mondo contemporaneo, infatti, vengono prodotte enormi quantità di alimenti e allo stesso tempo sprecate, mentre milioni di persone non hanno accesso a un’alimentazione adeguata. Il 33% del cibo prodotto viene sprecato: il 13% durante la produzione agro-industriale, il 6% nella distribuzione e infine il 14% in ambito domestico e nella ristorazione.
Dal punto di vista economico, lo spreco alimentare rappresenta una perdita di risorse e di valore lungo tutta la filiera alimentare. La produzione di cibo richiede l’impegno di terra, strutture, acqua, energia, lavoro e capitale. Quando un alimento viene sprecato non si perde soltanto il prodotto finale, ma tutte le risorse impegnate per produrlo, trasformarlo, trasportarlo ed offrirlo ed il costo finale non grava solo sul produttore, ma si riflette inevitabilmente anche sul consumatore.
In Italia si sprecano ogni anno circa 1.700.000 tonnellate di alimenti; si stima uno spreco pro capite di circa 28,9 kg. annui, pari al fabbisogno di 3.000.000 di persone, che corrisponde a circa la metà delle persone che in Italia vivono sotto la soglia della povertà.
Fatto 100 lo spreco alimentare Italiano abbiamo una ripartizione così rappresentata: il 54% avviene in ambito domestico; il 28% avviene nell’ambito della distribuzione; il 12% risulta nel settore produttivo agro-industriale ed il 6% nel settore della ristorazione.
I comportamenti individuali sono spesso caratterizzati da fobie di mancanza di cibo, o da paura di carestie, o da problemi derivanti da tensioni geopolitiche; tutti aspetti che inducono a fare scorte non necessarie e a favorire il deperimento degli alimenti e la loro scadenza di consumo. Il cucinare in abbondanza, preparare banchetti prosperosi, offrire in eccesso, è diventato un modo generoso di accogliere gli invitati, ma generoso non è per niente se si pensa che gran parte di quei prodotti non verranno apprezzati e saranno destinati al rifiuto.
La cattiva pianificazione degli acquisti, le offerte eccessive nei supermercati, la scarsa conoscenza delle date di scadenza, le porzioni troppo abbondanti, la cattiva conservazione degli alimenti, sono tutte concause di spreco alimentare. Le strategie di marketing e gli standard commerciali spesso spingono a sovrapproduzioni, che in genere poi sono destinate a naufragare scaturendo nella sostituzione di quei prodotti, che per criteri rigidi di estetica o di conservazione, devono essere eliminati.
Il tema è stato approfondito dall’ economista e agronomo Andrea Segrè nel libro Contro lo spreco, dove spreco è un indicatore della crisi del nostro rapporto con il cibo e con l’ambiente. Lo spreco alimentare non è solo un problema economico ma anche etico, sociale e ambientale; non è soltanto colpa di una sovrapproduzione, ma anche una non appropriata gestione delle quantità e della loro distribuzione. Combattere lo spreco significa ripensare il nostro rapporto con il cibo, riconoscendone il valore, per promuoverlo ad un modello di consumo più sostenibile. C’è chi si può permettere di sprecare ed altri che non hanno la possibilità di usufruire di un pasto giornaliero: lo spreco diventa un indicatore di disuguaglianza. “Il cibo è una sorta di termometro della salute del pianeta e dell’umanità: quando viene sprecato significa che il sistema alimentare non funziona in modo equilibrato”(Segrè). La proposta è un cambio di paradigma: dal consumo illimitato alla sobrietà alimentare; dall’indifferenza alla cura del cibo; dalla cultura dello scarto a quella della responsabilità sociale e ambientale.
Per ridurre lo spreco alimentare sono necessari interventi a diversi livelli: politiche pubbliche, recupero e donazione delle eccedenze alimentari, incentivi alla redistribuzione del cibo, educazione alimentare. Naturalmente la filiera alimentare ha la necessità di proporre una logistica adeguata, una cura nella conservazione, un’attenzione alla riduzione degli scarti e ad una distribuzione oculata. Per far questo serve promuovere l’innovazione tecnologica, ma anche perseguire infrastrutture adeguate e trovare unità di intenti tra la produzione, le istituzioni e le comunità. Infine serve un’educazione individuale, un approccio alle spese più organizzato, pianificando gli acquisti, riutilizzando gli avanzi, congelando gli alimenti deperibili e rivolgendo le preferenze ai prodotti di stagione e possibilmente locali. Insomma se la perdita di materiali è un problema tecnico-strutturale e quindi di inefficienza produttiva ed incapacità di offerta, dall’altro lo spreco è un comportamento di consumo inefficiente e poco consapevole, che porta ad eliminare del cibo ancora idoneo al suo utilizzo.
Penso che il vero antidoto alla perdita alimentare non sia soltanto l’efficienza, ma il recupero del valore simbolico e sociale del cibo. Ogni alimento che non diventa rifiuto rappresenta una piccola riconciliazione tra produzione, consumo e responsabilità collettiva. In questa prospettiva, anche la condivisione e la ridistribuzione delle eccedenze alimentari assumono un significato nuovo: non semplici pratiche di recupero, ma forme concrete di solidarietà che restituiscono al cibo la sua funzione originaria di legame tra le persone. Guardare allo spreco alimentare significa allora guardare anche alle possibilità di una società più consapevole, capace di trasformare l’abbondanza da paradosso a risorsa condivisa.☺
