Stato confusionale
7 Settembre 2026
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Stato confusionale

Hangover [pronuncia: heng-over] è un vocabolo che soprattutto i giovani conoscono ed utilizzano. Accolto nella nostra lingua per quell’abitudine, che ci contraddistingue come italiani, di ritenere i termini ‘esteri’ più efficaci e rispondenti semanticamente, esso appartiene al linguaggio specifico della medicina. Secondo quanto afferma l’Accademia della Crusca, la parola inglese è comparsa in Italia dalla seconda metà del Novecento, ed oggi “non è più un tecnicismo della medicina, tant’è che viene usata soprattutto dalle generazioni più giovani in contesti informali”.
Il termine cui mi riferisco indica semplicemente “i postumi della sbornia e, più in generale, quell’intensa e persistente sensazione di malessere che segue una nottata a base di alcolici e droghe varie. Quando diciamo “sono in hangover” intendiamo dire che abbiamo un aspetto orribile, nausea, mal di testa, debolezza, sonno e confusione mentale” (Rivista Studio, marzo 2018).
Mi rendo conto della ‘prosaicità’ dell’argomento che sto proponendo, ma mi appello alla comprensione dei lettori! Innanzitutto vorrei spiegare che il vocabolo non è modernissimo: sempre secondo Rivista Studio “si chiamava così anche uno strano servizio offerto ai cittadini nelle più importanti metropoli dell’Ottocento. Era una stanza non riscaldata lungo la quale venivano tese delle corde, che restavano sospese a mezz’aria. Su queste funi ben tirate gli avventori potevano appoggiarsi come preferivano e trascorrere così la nottata, al modico prezzo di soli due centesimi. Unica controindicazione: poteva succedere, la mattina, di trovare qualcuno morto congelato. Ma le corde erano comunque ritenute più sicure rispetto al pavimento o alla strada”.
Si trattava quindi di un’opera assistenziale, una delle tante che sono sorte a seguito della rivoluzione industriale, diffusasi rapidamente in Gran Bretagna a partire dal XVIII secolo, che se da un lato offriva lavoro a masse di operai, dall’altro costringeva intere famiglie a vivere in condizioni di estrema povertà e degrado, nei bassifondi delle città di recente industrializzate. La tecnologia ed il benessere, di cui godiamo oggi, non erano diffusi. A parte la mancanza di acqua corrente in casa, anche il riscaldamento creava problemi. Non tutti avevano un camino, bisognava pur riscaldarsi soprattutto di notte. Sembrerebbe – e questa è un’altra interpretazione del vocabolo – che le persone povere residenti nella stessa abitazione si legassero con una corda per dormire insieme e riscaldarsi l’uno al calore del corpo dell’altro.
Quando ci riferiamo all’ industrializzazione dei secoli passati non possiamo fare a meno di sottolineare uno dei problemi sociali che essa ha generato: la diffusione dell’abitudine di bere alcolici e di conseguenza la presenza di numerose persone che, abusandone, entravano in uno stato di confusione mentale, a volte divenendo irriconoscibili a sé stesse. Di qui la definizione di hangover riferito a questo stato mentale, ponendo in evidenza – come recita l’Oxford Dictionary – “qualcosa che è rimasto in sospeso (hang) dalla sera precedente”
A ben vedere, però, il verbo hang, che ha il significato di ‘appendere’, trasmette proprio l’idea di tenersi su con una corda perché si è ubriachi, e quindi bisognosi di un sostegno per non cadere e farsi male. Ma – ahimè – lo stesso verbo è quello utilizzato per indicare anche un tipo di pena di morte – si comprende facilmente quale – che è restata in vigore fino alla metà del secolo scorso nel Regno Unito come anche in altri Paesi!
Al di là dell’etimologia e delle curiosità storiche, perché soffermarsi su questo termine? A guardare la nostra contemporaneità ho l’impressione di trovarmi in un enorme hangover dal quale non riusciamo ad uscire, e per curarlo non abbiamo corde che possano sostenerci. L’hangover crea sconcerto, malessere e stato d’ansia, tutte sensazioni negative che potrebbero invitare a riconsiderare ciò che si sta facendo, ciò per cui ci si è impegnati, le cose che pensiamo di conoscere e per cui agire: e riconsiderare è l’aspetto positivo dell’ uscita dallo stato di confusione e obnubilamento.
La lettura del recente saggio di Valentina Pazé, Le parole della guerra (Bollati Boringhieri), ha confermato questa mia impressione. Citando Tucidide nella sua introduzione, l’autrice scrive: “Cambiarono a piacimento il significato consueto delle parole in rapporto ai fatti” e prosegue: “la guerra ‘maestra di violenza’ ha bisogno di cambiare il significato delle parole per rendere accettabile ciò che non lo è”. Non è quello che viviamo, come umanità, come nazioni, come cittadini un hangover che non passa, che ci ottenebra la mente, che ci fa rinnegare valori e ideali in cui abbiamo creduto?
“La storia insegna che non sempre i popoli resistono alle sirene della guerra, se ben suonate”: Valentina Pazé, con le sue riflessioni, vuole scuoterci dall’hangover che ci avvolge: ignorando quelle sirene possiamo volgerci invece verso una visione concreta e vera della realtà, adoperarci per una “politica nell’accezione più alta del termine”, vale a dire come entusiasmo – citando il grande filosofo Immanuel Kant – “che si riferisce solo e sempre a ciò che è ideale, a ciò che è puramente morale […] e non può innestarsi sull’interesse individuale”.☺

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