La ricerca storica
Premetto, dopo quanto ho scritto nel numero precedente (e forse in tante altre riflessioni su la fonte), che non so se ancora per molto potrò continuare liberamente a scrivere su Israele e dintorni, se dovesse passare la pessima legge parlamentare sull’antisemitismo, anche con l’appoggio di una parte della “sinistra”, nel senso di sinistrati, visto che poi questi illustri sinistri sposano il riarmo allegro a scapito di welfare, scuola, sanità e lavoro e tanti altri pezzi archeologici della sinistra storica (giacché abbiamo parlato di archeologia biblica), oltre a fare distinguo e ad avere reticenze sulla politica genocida israeliana.
Tornando alle nostre riflessioni, desidero riflettere sull’importanza della storia all’interno della bibbia, sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento. Si parla della presenza nel nostro testo sacro dei cosiddetti “libri storici” che nell’Antico iniziano già col Pentateuco che contiene la narrazione delle vicende umane dalla creazione dell’uomo, alla discesa di Giacobbe e dei figli in Egitto e poi l’uscita di Israele, ormai diventato un popolo, dall’Egitto sotto la guida di Mosè fino all’arrivo all’ingresso di Canaan. La narrazione continua con il libro di Giosuè e, nell’ ordine cattolico/protestante, seguono i libri dei Giudici, di Rut, di Samuele, dei Re, delle Cronache, di Esdra, Neemia, Tobia (solo cattolici), Giuditta (solo cattolici), Ester, Maccabei (solo cattolici). Nel Nuovo, i libri storici sono i quattro Vangeli e gli Atti degli Apostoli.
Bisogna intendersi su cosa significhi l’aggettivo “storico”. In italiano questo aggettivo rinvia all’esposizione dei fatti o eventi storici, per cui sarebbe meglio parlare di libri narrativi: se partiamo dall’inglese, infatti, si possono distinguere due termini apparentemente simili ma che intendono due tipi diversi di esposizioni: history rimanda alla Storia, ai fatti; story, invece, indica il racconto, che può essere sia di un evento reale che inventato. I nostri libri storici possono essere sia history, quando rimandano a fatti realmente accaduti, sia story perché narrano di personaggi che non è detto siano esistiti. Prendiamo i libri biblici di Rut, Tobia, Giuditta ed Ester: si tratta di novelle o al limite di romanzi brevi che mettono in scena le vicende di donne e uomini ambientate in diverse epoche storiche: Rut al tempo dei Giudici, Tobia al tempo degli Assiri, Giuditta al tempo di Nabucodonosor (erroneamente presentato come re degli Assiri) ed Ester al tempo dei Persiani. A questi si possono aggiungere i libri di Daniele e Giona, anch’essi frutto di invenzione. Se invece prendiamo i libri dei Re, essi raccontano di eventi e personaggi (i re d’Israele e di Giuda) che sono esistiti e di essi alcuni sono anche attestati nelle iscrizioni archeologiche degli Assiri e di altri popoli vicini.
Cosa dire degli altri libri “storici”? Parto innanzitutto da una considerazione più generale: per noi cristiani è assolutamente essenziale che il centro della nostra fede, Gesù di Nazaret sia storicamente esistito. Ci fu un periodo (ma ancora oggi c’è una produzione di libri che sposa questa convinzione) in cui è stata messa persino in discussione la sua esistenza, facendo di lui un mito. Oggi nessuno storico serio mette in dubbio la sua esistenza, pur non condividendo ciò che la fede e il Nuovo Testamento dicono sulla sua divinità o sulla sua risurrezione. Per la fede ebraica, invece, il fondamento non è l’ esistenza storica di Mosè ma il fatto che nella Torah è contenuta la volontà di Dio in ordine alle scelte etiche personali del credente e, ovviamente, non è neppure fondamentale l’abitare in una terra promessa a personaggi vissuti in tempi lontani, perché si può essere ebrei abitando in ogni angolo del pianeta, come è stato per millenni e lo è ancora oggi per milioni di ebrei che non abitano in Palestina. Accade così che nell’ambito della ricerca storica e archeologica ci sono studiosi di ogni estrazione culturale o religiosa che studiano anche i testi biblici per quello che sono: non cronache degli eventi come sarebbero accaduti e indubitabili perché libri rivelati, ma come fonti scritte, la cui redazione deve essere collocata in diverse epoche storiche che quasi mai coincidono con l’epoca dei fatti in esse raccontate.
Questo, ovviamente, non vale solo per la storia d’Israele ma anche per la storia di Roma o della Grecia: la fondazione di Roma è raccontata da Livio che scrive all’epoca di Augusto, cioè almeno settecento anni dopo; le vicende della guerra di Troia collocabili forse nel XIII secolo a.C. sono messe per iscritto non prima dell’VIII secolo a.C.; se fino a prima dell’illuminismo si pensava a un Mosè scrittore, oggi si ha piena coscienza che i libri biblici a lui attribuiti sono scritti molto tempo dopo Mosè, per cui non solo c’è una ricerca storica sui fatti raccontati ma anche su quando sono stati scritti i libri stessi.
Per il Nuovo Testamento la questione è più semplice: tra gli eventi (la vita di Gesù e la prima generazione cristiana) e gli scritti passa una sola o al massimo due generazioni e alcuni testi, come le lettere autentiche di san Paolo, sono stati redatti durante i fatti narrati negli Atti e prima degli stessi vangeli (redazione iniziata probabilmente con Marco intorno al 70 d.C.). Se pensiamo alle vicende di Abramo, collocabili nella narrazione della Genesi intorno al 1700 a.C. (all’ epoca di Hammurabi e del suo famoso codice di leggi), sono state messe per iscritto nella forma giunta fino a noi, secondo le più recenti ipotesi sulla formazione del Pentateuco, intorno, forse, al 400 a.C., quindi 1300 anni dopo! Quando si parla di storia nella bibbia, quindi, dobbiamo tenere presente non solo la storia degli uomini (e delle donne) ma anche la storia dei libri che parlano di quelle persone e, come avremo modo di vedere, anche delle scoperte archeologiche fatte nei luoghi in cui quelle persone sarebbero vissute.☺
