L’estate che non dimenticheremo
4 Ottobre 2026
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L’estate che non dimenticheremo

Ci sono estati che ricordiamo per una canzone, un amore o una fotografia: quella europea del 2026 è un avvertimento. I dati raccontano un pianeta che cambia rapidamente, ma ci dicono anche che il futuro dipenderà ancora dalle decisioni che saremo capaci di prendere.
Secondo Copernicus, l’ estate meteorologica appena conclusa è stata la terza più calda mai registrata in Europa, con una temperatura media di 1,17 °C superiore alla media 1991-2020. Rispetto all’epoca preindustriale l’aumento arriva a 2,05 °C, ben oltre il limite che il mondo si era dato nel 2015 nella COP 21 con l’Accordo di Parigi. Siamo davanti ad una sequenza di record. L’ anomalia rischia di diventare il nuovo sfondo della nostra vita.
Uno dei segnali più concreti arriva dai ghiacci. Dai ghiacciai montani alle immense calotte di Groenlandia e Antartide, l’aumento delle temperature sta provocando una progressiva perdita di massa. In Italia, dal 1960, la superficie dei ghiacciai si è ridotta del 30%. Dal 1975 al 2025 i ghiacciai mondiali hanno perso circa 9.580 miliardi di tonnellate (Gt) di ghiaccio, contribuendo per 26,4 mm all’innalzamento dei mari, cioè circa 0,53 mm all’anno. La perdita è però in accelerazione: nel solo 2025 sono state perse circa 410 Gt, pari a circa 1,1 mm di aumento del livello marino.
Il riscaldamento dell’atmosfera e degli oceani altera l’equilibrio tra accumulo e fusione del ghiaccio. La riduzione delle superfici ghiacciate diminuisce l’albedo, cioè la capacità della Terra di riflettere la radiazione solare, contribuendo a un ulteriore riscaldamento. Le conseguenze sono l’aumento del livello dei mari, la riduzione delle riserve di acqua dolce e la trasformazione degli ecosistemi montani e polari.
Mentre i ghiacci arretrano, molte aree diventano più aride. L’Europa meridionale è tra le regioni più esposte alla perdita di acqua e fertilità dei suoli. Siccità più frequenti, degrado del terreno e temperature estreme mettono sotto pressione agricoltura, ecosistemi e condizioni di abitabilità. È quasi una beffa: mentre discutiamo di come rendere i nostri territori più accoglienti, il clima rischia di renderli sempre meno ospitali.
Ci viene una domanda: se conosciamo questi fenomeni da decenni, perché procediamo così lentamente? Il grande fallimento non è della scienza. Sappiamo che cosa sta accadendo e conosciamo molte delle soluzioni. Il problema è la distanza crescente fra conoscenze scientifiche, obiettivi internazionali e decisioni concrete. Continuiamo a rimandare alcune delle scelte più importanti, seppur le più difficili.
Anche le guerre contribuiscono a questo bilancio. Distruggono città, infrastrutture e vite umane, ma hanno anche un enorme costo ambientale: consumano carburante, bruciano foreste e terreni agricoli, danneggiano impianti energetici, producono macerie e rendono necessarie ricostruzioni ad alta intensità di cemento, acciaio ed energia. Il Conflict and Environment Observatory e Scientists for Global Responsibility stimano, con una certa dose d’incertezza, dovuta alla difficoltà di contabilizzazione, che l’ impronta climatica delle forze armate mondiali possa arrivare al 5,5% delle emissioni globali.
Secondo l’Initiative on GHG Accounting of War, nei quattro anni dall’invasione della Russia su larga scala dell’Ucraina, dal febbraio 2022 al febbraio 2026, sono state generate circa 311 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente alle emissioni annuali della Francia. Per il conflitto Israele-Gaza, uno studio pubblicato nel 2026 ha stimato circa 33 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente alle emissioni annuali dell’intero parco automobilistico del Belgio.
E proprio mentre dovremmo pensare a ridurre il fabbisogno energetico, soprattutto quello legato ai combustibili fossili, stiamo costruendo una nuova infrastruttura energetica: quella necessaria all’intelligenza artificiale e ai data center. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, nel 2025 il consumo elettrico globale dei data center è aumentato del 17%, mentre quello dei centri dedicati all’IA è cresciuto del 50%. L’IEA prevede che il consumo dei data center passi da circa 485 TWh nel 2025 a circa 950 TWh nel 2030. Naturalmente la domanda non è se fermare l’IA, ma quale IA costruire, con quale energia, quale consumo d’acqua, quali limiti ambientali e per quali finalità.
Davanti a numeri così grandi potremmo essere tentati di pensare che non ci sia più nulla da fare. Sarebbe l’errore più pericoloso. L’IPCC, l’Intergovernmental Panel on Climate Change, stima che strategie per ridurre la domanda di energia e risorse, attraverso una diversa progettazione degli edifici, dei trasporti terrestri e dei sistemi alimentari, possano ridurre le emissioni del 40-70% entro il 2050 rispetto agli scenari di riferimento. Ma i cambiamenti individuali funzionano davvero quando sono sostenuti da infrastrutture e politiche adeguate.
Non si può chiedere di scegliere il treno se il treno non esiste, di risparmiare acqua quando l’acquedotto ne perde enormi quantità, o di vivere in una casa efficiente senza riqualificare gli edifici. La responsabilità individuale è reale; quella politica è sistemica. Per questo i cittadini hanno il diritto e il dovere di valutare i programmi politici anche attraverso domande concrete: come verranno ridotte le emissioni? Come saranno affrontate le emergenze climatiche? Come verranno gestite l’acqua, il suolo e le risorse? Quali politiche per sostituire le fonti fossili? E soprattutto quale progettazione per adottare filiere sostenibili?
Non si tratta di dire ai cittadini come votare, ma di permettere loro di valutare le scelte alla luce della realtà fisica del pianeta. Perché il clima non vota. Un ghiacciaio non vota. Un fiume in secca non vota. Un bosco bruciato non vota. E il domani non potrà evitare le conseguenze delle decisioni prese oggi.
Questa estate ci ha lasciato una fotografia: caldo eccezionale, suoli più secchi, fiumi più poveri, incendi e ghiacciai in ritirata. Ma una fotografia non è il destino. La scienza non dice che il futuro sia già deciso: dice che ogni ulteriore aumento della temperatura accresce i rischi, mentre ogni tonnellata di gas serra evitata riduce il danno futuro.
La domanda, allora, è: quanto saremo disposti a cambiare prima che il pianeta sia per noi inospitale? La Terra continuerà ad adattarsi, saremo noi a dover fare i conti con le condizioni in cui avremmo scelto di vivere. Tutto e tutti quelli che amiamo sono in gioco, la fotografia che ci lascia quest’estate 2026 è preoccupante, ma l’album non è ancora completato: sta a noi fare in modo che le prossime immagini raccontino la capacità dell’ uomo di diventare un sapiente custode di tutte le forme di vita del nostro pianeta.☺

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