Novità per l’olivicoltura
Il vino, con il Dpr 930 del 1963, è riuscito a non essere più “bianco o rosso”, ma Doc, Docg e Igt, cioè ad avere un riconoscimento di qualità e diversità direttamente legato all’origine, il territorio. Un riconoscimento garanzia per il consumatore che, nell’arco di un decennio – grazie a politiche e strutture atte a promuoverlo e a valorizzarlo, in Italia e nel mondo – è riuscito a far vivere importanti successi ovunque ai vini italiani. Un percorso negato all’olivo, ancor più ricco di territorio e di biodiversità, privando, così, l’eterno compagno di viaggio della vite dal fare un percorso ancor più vincente con i suoi mille e mille territori e le sue 600 varietà, tutte potenziali denominazioni legate all’origine.
Un patrimonio enorme maltrattato anche dalla mancanza di un piano di sviluppo per un comparto dell’agricoltura italiana, che, già nella seconda metà del secolo scorso, raccoglie più sigle professionali, associative e cooperative, e, anche, grandi aziende di trasformazione, con le quattro o cinque più conosciute che, da un paio di decenni, sono diventate proprietà spagnole. In pratica regalando, con la loro immagine italiana, spazi enormi di mercato agli oli del Paese della penisola iberica.
I dati, soprattutto quelli del terzo millennio – grazie alla distrazione del mondo agricolo e dei governi, tutti, e alla scelta dell’importazione fatta dall’industria – diventano ogni anno sempre più perdenti per l’olio di oliva italiano per mancanza di programmazione, con un piano di sviluppo sempre annunciato e mai attuato, come per continuare a dare sempre più spazio all’olio importato e, ultimamente, non solo dalla Spagna. Il Paese che ancora nella metà degli anni ’90 era seconda all’Italia per quantità di produzione, esportazione e consumo interno, lontana, molto lontana, allora come ora, dai successi dell’olio italiano, anche senza l’utilizzo del ricco patrimonio della biodiversità olivicola italiana.
Gli ultimi anni, per l’olivicoltura italiana, con una produzione che non va oltre le trecentomila tonnellate, lontana dai suoi primati, hanno visto il comparto vivere – come prima si diceva – una crisi, che si è mostrata sempre più pesante anche per la situazione che vive la nostra agricoltura, l’abbandono delle aree interne e la carenza di manodopera. Una crisi che rischia di portare al definitivo abbandono del comparto principe dell’agricoltura italiana, quello che ha anche il merito di essere l’elemento di salvaguardia del territorio dalle frane e di bellezza dei paesaggi, che offre, non a caso, a questo nostro Paese, l’immagine di unico al mondo. Situazione per niente facile per un prodotto, l’olio, filo conduttore della Dieta Mediterranea e della cucina italiana, entrambe riconoscimento UNESCO quale patrimonio culturale dell’umanità.
Sempre per colpa della disattenzione dei governi, tutti, e di un uso improprio delle sigle, il comparto sta attraversando difficoltà, a partire dalla sigla “evo”, che ha creato non pochi problemi di scelta al consumatore; “olio di oliva” non rende più l’immagine di un prodotto frutto di una coltivazione, ma di manipolazioni coperte dalla dicitura “extra- vergine di oliva”; inoltre non si ha più consapevolezza di un patrimonio, il più ricco al mondo, di varietà da valorizzare per le loro caratteristiche organolettiche, sull’esempio – come si diceva all’inizio – del vino; l’arrivo, non casuale, della Xilella; la scelta errata degli impianti di olivo superintensivi, che, con le tre varietà spagnole, hanno scelto lo spreco di acqua, di concimi e antiparassitari per produrre quantità, sconfessando il nostro patrimonio di biodiversità. Scelte che soddisfano il sistema delle banche e delle multinazionali.
Le sole novità, a cavallo del secondo e terzo millennio, entrambe partite dal Molise:
1) la nascita dell’Associazione nazionale delle Città dell’Olio a Larino, millenni di anni fa, capitale dei Frentani, oggi, con le tre varietà legate al suo nome: “Gentile”, “Salegna” e “San Pardo”, capitale mondiale della biodiversità olivicola;
2) la realizzazione del primo parco al mondo dedicato all’olivo, quello “storico” di Venafro, per ricordare la fama del suo olio nel tempo dell’impero romano.
3) la dedica al “Primolio” dell’antica “Fiera di Ottobre di Larino”, che ha festeggiato la 283° edizione.
Manca una novità importante, che onorerebbe l’Italia, il Paese dell’olivo e dell’olio: il Parco Nazionale della Biodiversità Olivicola. In pratica un oliveto rappresentativo delle 600 varietà di olivo diffuse sulle colline che contornano la pianura padana della Lombardia e del Veneto, il Trentino-Alto Adige e il Friuli V.G., le regioni del’Appennino, le piccole e grandi isole. Un Parco- spettacolo di olivi, esempio per tanti altri parchi a carattere regionale, tutti punti di riferimento e di promozione di un turismo, non solo dell’olio, ma dell’insieme dell’ agroalimentare italiano e della sua cucina.☺
