Abitare i paesi
5 Luglio 2026
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Abitare i paesi

Lo spopolamento è un problema? Sì, ma non possiamo affrontarlo con un improbabile e quindi illusorio proposito di ripopolamento, che suona male pure come parola. È difficile, tanto per fare degli esempi, che Larino (oggi circa 6.200 residenti) torni agli 8.500 di metà ‘900, o che Agnone (circa 4.500) torni a superare i 10.000 abitanti come era cento anni fa. Lo stesso ragionamento vale per la moltitudine di piccoli paesi che costellano il Molise e il resto d’Italia.
Il punto oggi deve essere come fermare o attenuare la perdita di abitanti e come creare buone condizioni di vita pur essendo rimasti in pochi, superando la logica dei numeri e la visione puramente economica e “commer- ciale” dei servizi e delle opportunità. Questo approccio ha fatto sì che al diminuire della popolazione si siano sottratte possibilità di lavoro, riducendo anche la possibilità di accedere ai servizi fondamentali, cioè ai diritti della salute, dell’istruzione, della mobilità, del tempo libero e così via. Con il risultato che abbiamo spinto ad andarsene anche coloro che erano rimasti. Si sono fatte politiche al contrario: invece di contrastare lo spopolamento lo abbiamo a lungo alimentato. È stato seguito un approccio di convenienza economica anziché di giustizia. Se comprendiamo questo, allora è ancora possibile fare qualcosa, invertendo l’approccio e rovesciando i modelli.
Bisogna capire le ragioni del declino, se vogliamo pensare a strategie di rinascita o di riequilibrio, sennò si rischia di fare buchi nell’acqua. Intanto non possiamo pensare allo spopolamento delle zone rurali e interne come a un processo uniforme dal dopoguerra a oggi. Sono cambiate le ragioni della partenza e l’ intensità del fenomeno, con il grosso dello spopolamento che è avvenuto tra il 1950 e il 1970, come indicano i censimenti della popolazione. Anche nelle regioni ove questa ha continuato a diminuire, non vi è dubbio che quel ventennio abbia visto il più forte e repentino calo demografico. Prendiamo il Molise: aveva circa 400.000 residenti nel 1950, ora ne ha 287.000 circa, ma mentre dal 2001 al 2021 si registrano 28.000 residenti in meno – certo non pochi su una popolazione così ridotta -, negli anni ’50 e ’60 il crollo fu molto più accentuato: meno 87.000 residenti dal 1951 al 1971, che sempre vent’anni sono. Oggi lo spopolamento continua, ma le dinamiche sono diverse: allora le aree interne calavano e le città aumentavano, come l’Italia nel complesso; oggi la popolazione cala quasi dappertutto, anche nei capoluoghi e in tutta la nazione. Anche per questo il ripopolamento è difficile, in parte possibile solo tenendo conto dell’immigrazione.
Il confronto dei dati di tantissimi comuni italiani di aree interne, dal Sud al Nord, conferma questo andamento. Nella prima fase – quella dello spopolamento più forte – i giovani se ne andavano perché non c’era lavoro, mentre oggi in molti partono perché i servizi sono insufficienti e perché l’accesso ai diritti non è dunque assicurato o è complicato. Infatti, spesso se ne vanno anche dalle zone dove il lavoro ci sarebbe. È vero che mancano le opportunità di lavoro, specialmente al Sud, ma il più delle volte si parte perché non ci sono servizi, scuole, socialità, sanità, occasioni per il tempo libero. Tutte mancanze che contrastano con la ricchezza del patrimonio territoriale, verso il quale c’è invece una scarsa consapevolezza: poca conoscenza e debole coscienza di quello che c’è.
Dopo aver visto “cosa è successo”, conviene allora chiedersi: “cosa è rimasto?” A questa si aggiunge l’altra domanda: “cosa si può fare?” Le risposte sono complesse e non possono essere univoche; richiedono studio, analisi, frequentazione effettiva, rifiuto delle ricette già pronte o calate dall’alto. Ma io penso che, al netto delle retoriche romanticheggianti, il tema del paese sia centrale: il paese come comunità, il paese come patria e come casa; come il luogo dove si vive, non solo quello in cui si nasce o dove si seppelliscono i propri morti. Il paese come luogo dell’abitare. Recentemente la sindaca di Casacalenda ha invitato pubblicamente i propri cittadini a non vendere le case vuote, ma ad affittarle, cioè a renderle equamente disponibili per nuovi abitanti. Mi è sembrato un monito bellissimo per un sindaco: invitare a far prevalere l’interesse collettivo della comunità (il paese) su quello individuale dei singoli.
Il tema dei paesi è, culturalmente, una linea lunga e problematica nella storia italiana, un terreno di riflessione che ha a che fare col senso di appartenenza a un luogo e a una comunità. Lo aveva già detto l’antropologo Pietro Clemente nel 1997 e ancora prima Tullio De Mauro che in un intervento del 1979 evidenziava come l’Italia non fosse solo la terra delle città: “per fortuna – scriveva – è anche la terra dei paesi” evocando Cesare Zavattini e rimarcando “la forza civile, democratica e progressista dei paesi”. Ancora prima dell’opera di Zavattini (1955), il paese come entità territoriale e come condizione esistenziale era stato celebrato da Cesare Pavese, poi ripreso nel progetto musicale Cantacronache. Era una linea interpretativa del paese diversa da quella rappresentata dal movimento di Strapaese che durante il fascismo aveva mitizzato l’Italia paesana e contro il quale si era levata la critica di Antonio Gramsci; una linea che potremmo definire “democratica”, cioè che cerca di vedere nel paese un riferimento della vita sociale e culturale (la comunità, appunto), un luogo della partecipazione e del protagonismo sociale, entro una visione non conservatrice (o passatista), ma progressista. In questa ottica, allora, il lavoro sul paese può divenire un contributo utile non soltanto per la tematica delle aree interne, ma anche per provare a ricostruire la coscienza civile e politica del Paese.☺

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