Camille Claudel
Lettera a Rodin – 1886 “Camille era di una bellezza straordinaria. Una fronte superba, sovrastante due occhi magnifici, di quel blu così raro da trovare altrove se non nei romanzi, una bocca più fiera che sensuale, capelli castani, di un castano puro, che gli inglesi chiamano “Auburn” che le cadevano fino ai reni. Un’aria impressionante di coraggio, di franchezza, di superiorità, di allegria” (Paul Claudel).
1889 “È invecchiata, è sciatta, con abiti sporchi e sdruciti, il tanfo è terribile, la poltrona sfondata, la tappezzeria strappata, frammenti di gesso ammantano il pavimento sui resti ammuffiti di cibo, sugli escrementi dei gatti. Lei enorme, sudicia, parla incessantemente con voce monotona e metallica” (Paul Claudel).
Cosa è successo alla bellissima ragazza dallo sguardo fiero, dalla fronte superba, dagli occhi di blu raro? Uno tsunami, una tempesta tossica che Paul, uno dei piu sensibili e acclamati poeti dell’epoca, e la famiglia avrebbero dovuto capire! Invece no.
Le sarebbe forse bastato nascere cinquant’anni dopo per ricevere ciò che disperatamente desiderava le venisse riconosciuto. Una disperazione tanto profonda da minare la sua già fragile salute mentale, bisognosa di cure e di amore. Tutto ciò che ha detto, fatto, scritto e creato Camille Claudel è il frutto di uno straziante bisogno di amore, negatole sin dalla nascita da una madre annichilita dalla perdita del primogenito. Camille, concepita sette mesi dopo, è “il figlio sostitutivo”, che ha però la sventura di nascere femmina e di non corrispondere al desiderio materno. Per reazione la bambina sviluppa un carattere violento. Determinata, già da piccola, affonda le mani nella terra e nel fango e impara presto a dargli forma. Le prime creazioni nascono spontaneamente, sono il prodotto di una natura predisposta alla scultura, con una “chiamata” alla quale non può sottrarsi. Una furia che la madre disapprova, il padre asseconda. Meriterebbe l’iscrizione all’Accademia delle Belle Arti, peccato che l’accesso alle donne sia vietato.
Il maestro Boucher propone l’ Académie Colarossi, a Parigi, dove è stato chiamato a insegnare: una scuola in controtendenza non solo per il libero accesso ad uomini e donne, ma perché unico luogo in cui sia previsto lo studio del nudo (maschile e femminile), fondamentale nell’ apprendistato di uno scultore. È un mestiere inconcepibile per una donna dell’Ottocento ma la caparbietà di Camille vince, e malgrado l’ opposizione della madre, la famiglia si trasferisce a Parigi. A soli diciassette anni, insieme a due allieve della Colarossi, Camille condivide l’affitto di uno studio: è il primo vero distacco dalla famiglia. Due anni dopo, il maestro Boucher annuncia ai suoi allievi che dovrà trasferirsi in Italia: “Non vi lascio soli, vi affido a un grande artista che saprà degnamente sostituirmi”. È così che entra in scena August Rodin.
Nel 1882 Rodin ha 42 anni, è già una gloria nazionale. Camille ne ha 19. Rodin è impressionato dalla maturità della giovane, è intimamente consapevole che sia dotata di una grazia ricevuta, un privilegio di pochi. Lo intuisce al punto di chiederle di lavorare per lui alla realizzazione di una nuova opera appena commissionata: La porta dell’inferno. Camille lascia la Colarossi e si trasferisce nell’atelier di Rodin, in qualità di apprendista: “Le ho mostrato l’oro, ma l’oro che trova è tutto suo”.
In un’atmosfera incandescente, nasce anche il loro amore. Rodin appassionato e furioso scrive “Ah divina bellezza, fiore che parla e che ama, fiore intelligente, mia diletta. Mia carissima, mi metto in ginocchio, davanti al tuo bel corpo che stringo fra le braccia”. “Ti amo con furore”, le scrive, “abbi pietà di me, crudele, abbi pietà. Non posso passare un giorno senza vederti, diventerei pazzo. Non esistono altre donne, la mia anima ti appartiene. Non ci credi, ma io piango…”. Passa ore a osservarla lavorare, ne è affascinato, tanto da sentire il bisogno di appuntare su un quaderno le sue impressioni: “Si accanisce sulla materia molle triturandola, palpandola, colpendola con gesti bruschi e violenti. Così, i primi giorni. Poi finalmente comincia a modellare l’argilla, a darle forma. Non prima di averla posseduta”.
Dal canto suo Camille, innamorata, appassionata, gelosa, però sempre più concentrata sul lavoro, vuole affrancarsi dalla sua influenza. Ha imparato molto dal Maestro ma è alla ricerca di uno stile personale, (anche se il marchio Rodin sembra appartenerle da sempre. Quando un amico del padre, esperto d’arte, aveva visto le primissime sculture di Camille, le aveva chiesto se fosse stata ispirata da Rodin. La dodicenne non aveva idea di chi stesse parlando…). Quando lui dichiara di volerla proteggere e si impegna a onorare il loro “indis- solubile legame” mettendo per iscritto, quasi fosse un contratto, che presto saranno marito e moglie, lei cede. Cede pur essendo a conoscenza della relazione di Rodin con un’altra donna, a cui è legato da anni e dalla quale ha avuto un figlio. I due non si sono mai sposati. E Camille spera.
Fuggono dalla disapprovazione della famiglia di lei e dai benpensanti in un castello fuori Parigi. Ci sono ancora oggi alcuni disegni prodotti dai due artisti e la succosa testimonianza di un passatempo trascritto su un foglio: il famoso questionario di Proust con le risposte di una Camille spensierata, a tratti spiritosa: “La tua virtù principale? Non ne ho, sono tutte noiose. La qualità preferita in un uomo? Ubbidire a sua moglie. La qualità preferita in una donna? Far arrabbiare il marito. Occupazione preferita? L’ozio. La sua idea di disgrazia? Essere madre di tanti bambini. Pittori e compositori preferiti? Me stessa. Cibo e bevande preferiti? L’amore e l’acqua fresca”. È la stagione della felicità.
Ma passa altro tempo, Rodin non mantiene la promessa: non sposerà Camille, non lascerà Rose Beuret. E per lei è l’inizio del buio. Non sopportando l’idea di venire definitivamente relegata nel ruolo di amante, lascia Rodin e si trasferisce in un atelier in Boulevard d’Italie. Lavora giorno e notte, incessantemente. È in questo periodo che realizza La Valse: due corpi nudi volteggiano trasportati dalla danza, l’uomo sostiene la donna cingendole la vita, lei rifugia il volto sull’incavo della spalla del suo compagno. Non c’è gioia nella rappresentazione, gli amanti sono colti nell’attimo prima della tragedia incombente.
Marcel Proust rimproverava ad un critico dell’epoca di dare troppo risalto alla biografia quando parlava di uno scrittore. La scrittura nasce altrove, sosteneva l’autore della Recherche. Non si può negare che la scrittura, la pittura, l’arte in generale nascano in un altrove dove la vita reale non ha spazio, dove esplodono sogni, sentimenti, visioni, ma la vita è la matrice di tutto ciò e per questo autobiografia ed arte spesso collimano. Nel caso di Camille Claudel autobiografia ed arte coincidono. (Prima parte)☺
