Christiane: l’utopia incarnata
di Luciana Castellina - Jasmina Barckhausen
Mi si stringe il cuore a pensare che Christiane abbia dovuto vivere gli ultimi giorni della sua vita, già investita dai malori che poi l’hanno portata, solo pochi giorni dopo, al decesso, con l’ansia per la riuscita della cerimonia in onore di Tina Modotti e dello straordinario Archivio che lei stessa ha creato e custodito sulla vita e l’arte e l’impegno civile, di questa migrante italiana, diventata in Messico una grande artista. Un archivio che aveva potuto allestire niente di meno che in cima a una collina del Molise, a Bonefro.
Ne avevamo parlato più volte durante la preparazione di questo appuntamento “ufficiale” cui è stato presente persino l’Ambasciatore del Messico, una cerimonia di cui era giustamente fiera, ma al tempo stesso preoccupata per la sua riuscita.
Christiane Barckhausen l’ho conosciuta proprio per via di Tina Modotti, perché di questa regione Molise so sempre tutto perché sono una lettrice de la fonte, il prezioso mensile di don Antonio, al quale mi ha introdotto Famiano Crucianelli e sulle cui pagine Christiane scriveva. Fu lei che mi chiese di parlare in occasione dell’ inaugurazione dell’Archivio, ormai parecchio tempo fa.
E così, poco per volta, ho scoperto tutte le sue altre specialità, o meglio vorrei dire: qualità. Prime fra tutte quella di esser venuta a vivere nel Molise tanto lontana dal suo Paese – la Germania, e anzi quella dell’est. E però di avere adottato subito questa regione come la propria, impegnandosi su ogni suo problema, con la passione politica e morale di una vecchia comunista, quale Christiane era, per me, un’altra ragione di vicinanza.
E poi, da ultimo, cosa scopro ancora e per caso? Che era stata proprio lei la (meravigliosa) traduttrice in tedesco di un mio libro (per- sino un po’ famoso perché arrivò alla cinquina finale del premio Strega).
È a lei che devo il buon successo ottenuto in Germania da questo mio volume.
Grazie Christiane anche per questo, un abbraccio con immenso rimpianto.
Luciana Castellina
Cari familiari, care amiche e cari amici,
quando pochi giorni fa sono partita dalla Guinea-Bissau per venire qui, sapevo che mia madre era in ospedale. Durante il viaggio vedevo ovunque campi di girasoli in fiore. E ogni volta mi tornava in mente un’immagine: una giornata trascorsa insieme in Italia, quando ci fermammo in un campo di girasoli per fotografarli. Da allora, per me, quei girasoli sono diventati il simbolo dei nostri giri.
Mia madre, Christiane, è nata il 9 maggio 1942 a Berlino. Ma il luogo dove ha scelto di vivere gli ultimi trent’anni della sua vita è stato Bonefro. E il fatto che abbia desiderato essere sepolta qui dice più di tante parole. Casa, per lei, non era soltanto il luogo in cui si nasce, ma quello in cui ci si sente accolti, compresi e amati.
Bonefro ha accolto Christiane, il suo compagno Giorgio e l’immenso archivio che lei aveva costruito in decenni di ricerca sulla vita e l’opera di Tina Modotti. Qui ha trovato una comunità che ha saputo custodire non solo il suo lavoro, ma anche la sua amicizia.
Se dovessi descrivere mia madre con una sola parola, sceglierei ‘ponti’. Per tutta la vita ha costruito ponti. Ponti tra le lingue, perché era una straordinaria traduttrice. Ponti tra i Paesi e le culture. Ponti tra persone e generazioni.
Scriveva libri, ma soprattutto raccontava vite. Amava ascoltare, fare domande, ricercare, mettere in relazione persone che forse non si sarebbero mai incontrate.
Chi la conosceva sapeva anche che non era fatta per le convenzioni. Quando entrava in una stanza o telefonava, spesso non diceva nemmeno “buongiorno”. Era già immersa nell’argomento che la appassionava in quel momento. A volte ci lasciava perplessi. Ma era il suo modo di vivere: sempre guidata dalla curiosità e dall’entusiasmo.
Anche nella nostra famiglia ha cercato di superare i confini.
Da giovane avrebbe voluto partire per l’America Latina. Quel sogno non si realizzò. Forse anche per questo, quando io lasciai la Germania dell’Est per costruire la mia vita nella Germania dell’Ovest, non cercò mai di trattenermi. E più tardi sostenne con la stessa convinzione la mia scelta di vivere e lavorare in Guinea-Bissau. Mi ha insegnato che l’amore non significa trattenere qualcuno vicino a sé, ma avere la forza di lasciarlo andare.
Uno dei ricordi più vivi della mia infanzia risale all’11 settembre 1973, il giorno del colpo di Stato in Cile. Fu la prima volta che vidi mia madre piangere. Non piangeva per la politica in astratto. Piangeva per gli amici, per le persone che rischiavano la vita. Da quel giorno ho capito che per lei la storia aveva sempre un volto umano.
Negli ultimi anni soffriva profondamente per le guerre e per le violenze che continuavano a dividere il mondo. Ma non smise mai di credere che la cultura, il dialogo e la solidarietà potessero unire le persone.
Molti anni fa visitammo insieme la tomba di Antonio Gramsci a Roma. Le sue parole ci hanno accompagnato a lungo: “Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza”. Credo che mia madre abbia vissuto proprio così: imparando continuamente, appassionandosi senza riserve e trasformando le idee in incontri, progetti e amicizie.
Non sono riuscita ad arrivare in tempo per salutarla. Ma sapere che, fino all’ultimo, Giorgio le è rimasto accanto con amore, con cura e con una dedizione instancabile, è per me un grande conforto. Grazie, Giorgio.
Cara mamma, quando vedrò di nuovo un campo di girasoli, penserò a te.
Grazie per averci insegnato che vale sempre la pena viaggiare, attraversare i confini, costruire ponti e credere negli esseri umani.
Ti porteremo con noi, qui a Bonefro e ovunque continueranno a vivere le persone che hai toccato con la tua intelligenza, il tuo entusiasmo e il tuo cuore.
Grazie.
