Cinema e psicoanalisi
7 Aprile 2026
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Cinema e psicoanalisi

La trasposizione cinematografica di “Cime tempestose” firmata da Emerald Fannel si inserisce nel solco degli eccessi estetici già presenti nelle sue precedenti opere. Un tratto distintivo caratterizzato da una narrazione provocatoria e disturbante che riecheggia, per certi aspetti, il cinema di Yorgos Lanthimos dove il perturbante irrompe e corrompe ambienti apparentemente ordinati.
Entrambi mostrano come la violenza più radicale non sia fisica, ma psicologica.
Fennell rilegge il classico di Emily Bronte trasformandolo in un racconto dai connotati morbosi che si apre con una impiccagione, definendo immediatamente il tono e l’atmosfera emotivi, che oscillano tra orrore ed eccitazione. Una narrazione a tratti grottesca caratterizzata da azioni prive di controllo e inibizione. Ricorda molto il clima sporco, viscerale, animale del “Profumo” di Suskind.
Pulsione di vita e pulsione di morte coincidono, diventando un’unica esperienza.
Questa sequenza assurge a paradigma dell’intera opera: un trauma originario, di freudiana memoria, resta impresso e si ripete nelle dinamiche affettive e sociali secondo una logica coattiva. L’inconscio insiste nel tentativo impossibile di rivivere la ferita cercando di dominarla, ma ogni messa in scena riattiva la pulsione invece di estinguerla. 
È questa la cornice psichica entro cui si muovono i protagonisti.
La loro relazione non appare romantica, ma ossessiva: uno spazio in cui il trauma si riaccende continuamente attraverso identificazioni e proiezioni reciproche, dentro una dimensione fusionale che non tollera separazione: “Io sono Heathcleff” dice Catherine 
Eros e Thanatos si confondono nella simultanea volontà di proteggere e ferire. I protagonisti oscillano tra aggressività e seduzione, sentendosi vivi solo dentro la continua tensione di separazione e riavvicinamento.
L’assenza dell’altro diventa mortifera perché coincide con la perdita di sé.
L’infanzia dei due protagonisti è segnata dalla perdita della madre. L’assenza di una funzione materna, accudente e protettiva, non verrà incarnata da alcuna figura di riferimento, generando un vuoto strutturale.
I due protagonisti non sono stati visti nella propria individualità. L’investimento libidico si è orientato l’uno sull’altra perchè quello reciproco e’ il solo sguardo che li ha sostenuti.
Parallelamente emerge un padre sadico e dominatore, narcisisticamente orientato, che educa entrambi attraverso manipolazione affettiva, ricatti emotivi, riconoscimenti insufficienti, intermittenti, imprevedibili, trasmettendo un modello relazionale fondato sul controllo e la sofferenza. Cura e violenza, protezione e possesso finiscono per confondersi, radicando l’idea che l’amore coincida solo con una fortissima intensità emotiva. Tutto o niente. Odio o amore. Anche la sessualità appare come gesto proibito o subito, violento ed esibito, mai come reale esperienza d’amore.
La funzione della ossessione è dunque riempire quel vuoto interno, sostenendo l’impossibilità di abitare la solitudine come spazio creativo e vitale. Il pensiero dell’altro, così come la sua presenza, placano l’angoscia della perdita. La separazione è solo reciprocamente punitiva.
Il limite è un altro grande assente e la deriva dei confini, dei costumi, delle condotte, della sanità mentale cui si assiste sul finale, ne è appannaggio e conseguenza diretta.
Quando Catherine sceglie Edgar Linton, entra nel mondo sociale: quello del  nome, dello status, della legge matrimoniale, della civiltà. Passa dall’immaginario fusionale con Heathcliff all’ordine simbolico. E qui si ammala: il corpo manifesta la frattura tra ciò che è socialmente dicibile e ciò che resta pulsionale. La sua crisi non è sentimentale, è strutturale.
Heathcliff è ciò che irrompe e distrugge l’ordine. Lui non ha origini ne genealogia. Non ha nemmeno un nome proprio: lei gli da il nome e una identità.
Heathcliff è preda e schiavo della pulsione: totalizzante, egemone, “al di la del principio di piacere” (Freud, 1920), autodistruttiva. Risponde all’imperativo “è più forte di me”, irriducibile alle regole sociali, e’ciò che la civiltà tenta di espellere invano. Il film risulta disturbante perché mostra ciò che deliberatamente eccede i confini dell’eticamente accettabile.
In questa opera l’ amore dunque coincide con la sua impossibilità.
Se fosse realizzabile, cesserebbe. Questa aporia insanabile produce la dicotomica coesistenza di fascino e repulsione, compassione e disgusto. Non è un amore eterno: è un bisogno ossessivo incapace di cambiare e proprio per questo condannato a ripetersi.☺

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