Disubbidienza delle donne
È un venerdì mattina di luglio 2025 nella grotta di Jasana, a 50 km da Suleimaniya, nel Kurdistan in Iraq, quartier generale politico e militare del PKK. Ci sono tutti, anche le madri dei combattenti uccisi o scomparsi e c’è Leyla Zana, dieci anni di galera e il coraggio di aver parlato in curdo dentro il parlamento turco nel 1991. Bese Hozat legge il comunicato e si avvicina alla grande vasca di metallo, dove poggiano tutti i kalashnikov. Getta una torcia e le fiamme si alzano dentro un fumo nero: il messaggio di milioni di persone che ribadiscono che l’abbandono alla lotta è l’unica via possibile. È questo il filo rosso che unisce le donne del PKK, le donne palestinesi che muoiono quotidianamente alle donne della nostra Resistenza: lottare ma per la pace non per fare una guerra finalizzata al potere e distruzione. Scriveva Calvino ad un’amica partigiana: “Come dovete esservi divertiti”, sottovalutando la grande componente di pericolo, ma certo le donne della Resistenza avevano tutte un grande senso di ironia come la foto dimostra “varda che roba” sembrano dire, mostrando di essere brave in tutto. E non è un’operazione semplice nemmeno con i compagni.
In Italia la Resistenza delle donne inizia come “maternage”: i fascisti o i nazisti avevano occupato quasi tutta l’Italia e l’idea fu quella proprio di salvare persone anche totalmente sconosciute. Donne di tutte le classi sociali, proletarie e non, vestivano i militari che abbandonavano le caserme. Anna Bravo che è di famiglia operaia racconta: “Quando abbiamo saputo che i militari erano tutti scappati dalle caserme e cercavano disperatamente rifugio per tornare a casa, mia madre li portava in cantina, li vestiva lì, poi li accompagnava alla stazione baciandoli e dicendo è ‘un mio parente’”. La frase “è un mio parente” della mamma fa capire proprio questo: la mia casa è aperta a tutti. Secondo alcune stime le donne che hanno partecipato alla Resistenza sono state settantamila, ma probabilmente sono molte di più. Tuttavia il loro ricordo è entrato solo recentemente nella storia ufficiale della Resistenza italiana, a partire dagli anni Sessanta, con le lotte per l’ autodeterminazione femminile e i cambiamenti profondi in corso nella società.
Nella maggior parte dei casi le partigiane hanno fatto le staffette: “Non sarebbe stata possibile la resistenza senza le staffette”. Il maschile di ‘staffetta’ non esiste: […] è uno dei rari termini professionali ad avere solo il femminile. […] i maschi impegnati nel ruolo solitamente affidato alle donne venivano definiti piuttosto ‘ufficiali di collegamento’; il termine ‘staffetta’ si usava al massimo per i bambini. Ci fu una vivace discussione sulla faccenda, negli anni Novanta; qualcuno chiese di definire ‘ufficiali di col- legamento’ anche le donne, ma l’abitudine psicologica e linguistica era troppo forte per cambiarla a tavolino.
Si poteva essere riconosciute come partigiane solo se si aveva partecipato alla lotta armata per almeno tre mesi all’ interno di un gruppo organizzato riconosciuto. “Se una donna faceva la staffetta difficilmente poteva documentare la sua attività partigiana, questo ha significato che pochissime sono state riconosciute come partigiane e sono entrate nel Pantheon della Resistenza”. Poi c’è un altro elemento, secondo la storica Lunadei. “Molte delle donne che hanno partecipato alla Resistenza non hanno chiesto un riconoscimento perché hanno dichiarato che sentivano di aver fatto solo il loro dovere”. Le donne che hanno ricevuto medaglie d’oro al valore per le loro azioni durante la Resistenza sono state solo diciannove. Inoltre quelle che hanno partecipato direttamente alla lotta armata hanno dovuto affrontare grandi ostacoli nelle stesse brigate partigiane a cui appartenevano. Nel libro di memorie, Con cuore di donna, Carla Capponi, figura centrale della Resistenza romana, vicecomandante dei GAP (Gruppi di azione patriottica), racconta per esempio che i suoi compagni non volevano concederle l’uso della pistola e per questo fu costretta a rubarla su un autobus affollato e anche in questo caso i compagni provarono a sottrargliela. “Il problema è il tabù delle donne che esercitano la violenza, che ovviamente era molto forte in un contesto culturale tradizionalista come quello italiano. Riconoscere alle donne la possibilità di esercitare la violenza armata avrebbe significato riconoscere un’uguaglianza di genere”.
Una storia emblematica è proprio quella del riconoscimento al valore assegnato a Lucia Ottobrini. È una figura centrale della Resistenza romana, entrò nella lotta armata, partecipò direttamente a diverse importanti azioni contro i nazifascisti. Nel 1956 fu insignita della medaglia d’argento al valor militare. Si racconta che il Ministro della difesa dell’epoca, Paolo Emilio Taviani, mentre le consegnava la medaglia le domandò: “Lei è la vedova del decorato?”.
Alle donne che partecipavano alla Resistenza veniva ordinato di tenere un atteggiamento decoroso e di non indossare pantaloni “per decenza”, per evitare pettegolezzi e insinuazioni. “L’unica volta che ho messo il rossetto in vita mia è stato per mettere una bomba”, testimonia Teresa Mattei, nome di battaglia Chicchi, che sarebbe poi stata la deputata più giovane eletta all’Assemblea Costituente il 2 giugno del 1946.
“State bei caldi voi! E noi, solo perché donne, dovremmo congelarci per quelle stupide idee?” Tanto fece che ciascuna poté scegliere liberamente tra gonna e pantaloni, a seconda delle necessità e delle preferenze.
Le partigiane non vogliono farsi intrappolare nei soliti ruoli ancillari di cuoche, lavandaie, lavapiatti. Vogliono combattere, non servire. Ma il senso della cura è importantissimo, si pensi al ruolo delle infermiere, che svolgono il loro lavoro con impegno, empatia, (“curare non è servire”); e a coloro le quali si prendevano cura dei morti, del gravoso impegno di raccogliere i cadaveri dei compagni e delle compagne gettati per le strade, resti di corpi orrendamente sfigurati dalle torture, assicurare – se e per quanto possibile – una dignitosa sepoltura. Essere le conservatrici della memoria significa essere protagoniste della testimonianza storica della Resistenza.
Quasi tutte vedono la Resistenza non solo come una liberazione dal fascismo, ma anche come una ritrovata consapevolezza di sé e del proprio valore. Per queste donne la Resistenza è una delle tante strade per liberarsi dal dominio maschile e patriarcale. Per loro fu straniante il ritorno alla normalità: e così, pur avendo preso parte alla Resistenza al pari dei loro compagni uomini, migliaia di donne, tornate al loro ruolo di figlie, mogli e madri, per parecchio tempo non avrebbero più parlato di quei mesi trascorsi nelle formazioni partigiane, a combattere nelle città e sulle montagne, sparando o consegnando importanti dispacci e armi, soffrendo il freddo, la fame, le violenze quotidiane, nascondendo i partigiani, curandoli quando ne avevano bisogno.
Per questo, come scrive Benedetta Tobagi, “il fascismo è finito, ma il patriarcato è ancora in gran forma”.☺
