Donne libere
“È un racconto nuovo, che mette al centro la libertà e l’autodeterminazione”. Il saggio da cui è tratta la citazione e che mi ha fornito lo spunto per alcune considerazioni è Senza figli di Alessandra Minello (Laterza), un interessante lavoro sul tema della denatalità.
Non è mia intenzione riproporre ciò che l’autrice ha esposto magnificamente: vorrei soltanto limitarmi – prendendo spunto dalle sue tesi – a qualche riflessione sulla condizione delle donne nel mondo contemporaneo, svicolando, se possibile, dalla retorica dell’8 marzo, erroneamente denominata “festa della donna”! Ne parlo anche perché un’ampia serie di vocaboli anglofoni, non facilmente traducibili in italiano, compaiono nel libro. E parto dal primo che ho incontrato.
La lingua inglese fa spesso ricorso a parole composte (sostantivo + aggettivo; aggettivo + aggettivo) in cui l’ultimo termine esprime la connotazione semantica e il primo la specificità. Senz’altro ci sarà capitato di incontrare espressioni inglesi che terminano con l’aggettivo -friendly [pronuncia: frendli] che indica atteggiamento favorevole – la traduzione esatta potrebbe essere ‘amichevole’. Vocaboli del tipo pet-friendly o eco-friendly si possono trovare negli annunci o nei cartelli pubblicitari: il loro scopo è segnalare una struttura che, ad esempio, accoglie gli animali domestici (pet) oppure rispetta l’ambiente (eco). Lo stesso dicasi per l’aggettivo free [pronuncia: frì] che traduce ‘libero/a’ ma anche ‘libertà da’ nel senso di essere privo/a; in questa seconda accezione il vocabolo utilizzato dalla professoressa Minello nel suo saggio, child-free [pronuncia: ciaild-fri], è la versione inglese di ‘senza figli’ – essendo appunto ‘figlio/a’ uno dei significati di child!
Tornando alla citazione iniziale, il racconto nuovo di cui si parla sarebbe la scelta delle donne contemporanee di non avere figli. Come spiega l’autrice, siamo di fronte ad un “mutamento culturale” che tende a ridefinire “significati e aspettative legati alla genitorialità”. Alessandra Minello analizza a fondo il tema, da varie prospettive e con precisione. Nella realtà contemporanea, associare la figura della donna al suo compito di generare e, successivamente, accudire i figli, amministrare il nucleo familiare in maniera esclusiva, rinunciando a prospettive e carriere lavorative, non appare più automatico e le prime a non condividere questa filosofia di vita sono le stesse donne. “La bassa fecondità in Italia è un fenomeno complesso, le cui radici affondano in un intreccio di fattori anche sociali e culturali” [tra cui] “stipendi non sufficienti, mercato del lavoro incerto, mancanza di supporto economico da parte dello Stato, diffusa sensazione di incertezza”.
Il futuro, in particolar modo per le giovani generazioni, ha purtroppo, oggi, contorni incerti e non definiti: il lavoro sempre più spesso precario, assieme alla totale assenza di sostegno alle ‘nuove’ famiglie, non contribuisce ad incoraggiare le persone giovani a progettare i propri percorsi di vita indipendente. E frequentemente sulle donne, meno ‘occupate’ – e anche meno retribuite – sul piano lavorativo ricade l’onere di scelte importanti rispetto al domani: “la maternità continua a rappresentare una cesura profonda nei percorsi professionali e politici … la decisione […] di diventare madri si intreccia con carriere che, troppo spesso, si arrestano o rallentano proprio nei momenti decisivi”.
Bisogna però uscire dalla identificazione donna-maternità, suggerisce la professoressa Minello: la crescita demografica di un Paese è responsabilità di tutti/e, cui ognuno/a deve contribuire, pretendendo e realizzando quei servizi basilari che aiutino la cura e la crescita dei figli, senza che la responsabilità verso questi ultimi ricada esclusivamente sulle madri. Donne e uomini possono – e devono – essere parti attive nella società, sullo stesso piano.
Giorni addietro Veronica Gentili osservava: “Se la parità di genere deve passare anche dalla presenza di figure femminili in ruoli apicali (e deve, certo che deve!), è perché in quei ruoli le donne devono portare la propria cifra, il proprio sguardo sul mondo, che spesso diverge da quello maschile, e il proprio approccio alle cose” (Il fatto quotidiano, 30 gennaio 2026).
Il riferimento era alle donne che recentemente stanno svolgendo ruoli di comando e di responsabilità – leggasi amministrazione degli Stati Uniti d’America, e non solo; e la riflessione prosegue sottolineando l’importanza dell’ingresso delle donne nelle posizioni dirigenziali che, “quando hanno l’ opportunità di dare un’impronta finalmente femminile a un mondo ancora quasi del tutto a trazione maschile, giocano a fare i ranger, ed è il più grosso autogol di genere che ci si possa fare”.
Alessandra Minello ci ricorda ancora: “È tempo di smettere di leggere ogni mancata maternità come una mancanza. Forse, più semplicemente, è un altro modo – tra tanti – di abitare la propria vita”.☺
