La bimba nella busta di plastica
L’hanno messa in una busta di plastica, ma non era un’anguria o l’insalata. Era una bambina. Una coppia è stata arrestata nell’aeroporto di una città italiana. Hanno messo una bambina in una busta di plastica, una di quelle buste che usiamo ogni giorno per fare la spesa e che poi ricicliamo. Si tratta di una notizia nella quale mi sono imbattuta tre mesi fa, ma che solo ora il mio cervello ha sottratto alla rimozione che esso stesso aveva operato.
Questo disvelamento è avvenuto con l’impatto di un un’altra notizia recente: in una zona chic di Los Angeles, in una villa, hanno trovato ventidue bambini. Gli inquirenti hanno parlato di una sorta di supermercato di bambini messi al mondo per essere venduti e quindi comprati. Di proposito ometto i particolari riguardanti i due episodi di cronaca, chi volesse può trovarli sia in rete che sugli organi di stampa. Sto scavalcando i sentimenti che tali avvenimenti producono, evitando quindi di nominarli; quello che colpisce di entrambe le storie è la presenza dell’acquisto: una busta di plastica e un supermercato. Mi sono sentita guardata, sia dalla bambina nella busta che dai bambini trovati nella villa. Ho visto i loro occhi spalancati nel buio che mi fissavano. Ho pensato a quando, da liceale, lessi Brave new world di Aldous Huxley tradotto con il titolo ironico Magnifico mondo nuovo. Lì era già scritto tutto dell’oggi, ma ai contemporanei di Huxley e a noi ragazzi sembravano incubi, visioni, distopie. E dicevamo a noi stessi: l’umanità non arriverà mai a tanto. Eppure un brivido ci percorreva le ossa. Invece quella busta di plastica e quel gruppo di bambini ci dicono che non ci sono limiti allo strapotere delle merci.
Immaginiamoli questi gesti: mettere una neonata in una busta, allestire un supermercato di bambini, visualizziamo le persone che hanno messo in atto questi gesti: che fare? Parlarne? Pregare? Scuotere le coscienze, come si usa dire? Come si ferma questa spirale? Parafrasando il cartesiano cogito ergo sum, per denotare la società consumistica, Zygmunt Bauman coniò l’ espressione consumo ergo sum. Ora, però, siamo arrivati a un’altra parafrasi: te consumo ergo sum.
Forse come adulti abbiamo fallito e rischiamo di lasciare alle nuove generazioni un mondo senz’anima. Tuttavia sento che non è giusto arrendersi e rinunciare alla speranza. E penso, quasi sollevata, ai tanti ragazzi e alle tante ragazze che ho incontrato nei miei anni di insegnamento, giovani sensibili e sognatori. Penso a Carlo Acutis e ai ragazzi come lui, capaci di impegnarsi per costruire un giorno un mondo… nuovo.☺
