La genesi: mito o storia?
3 Novembre 2026
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La genesi: mito o storia?

Per raccontare la storia narrata nella bibbia, e la storia degli stessi libri che la contengono, è necessario partire dall’inizio. Il primo grande contenitore è il Pentateuco, che gli ebrei chiamano Torah, che è diviso in cinque libri: Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio. La tradizione sia ebraica che cristiana attribuiva questi libri a Mosè, principale protagonista umano nei libri al di fuori della Genesi. Già nel 1600 il grande filosofo ebreo Baruch Spinoza, però, negava che Mosè avesse scritto quell’opera, attribuita invece ad Esdra, vissuto dopo l’esilio babilonese nel VI secolo a.C. (anticipando, di fatto, le attuali datazioni della redazione del Pentateuco). Altri, dopo di lui, in ambito cristiano, si accorsero che l’opera attuale è scritta basandosi su documenti precedenti, fino ad arrivare all’ipotesi classica (ma ormai abbandonata) di ben quattro scritti o documenti. Oggi si parla di due grandi correnti: quella che si rispecchia nel libro del Deuteronomio e quella detta “sacerdotale” perché legata al mondo dei sacerdoti attivi nel Tempio ricostruito dopo l’esilio, vero centro di potere del giudaismo fino alla sua definitiva distruzione ad opera dei romani. In che cosa consiste quest’opera?
Nel primo libro, la Genesi, si raccontano le vicende degli antenati di Israele, legati alle figure patriarcali (Abramo, Isacco, Giacobbe), inserite nel contesto più ampio della storia umana delle origini (nei capitoli 1-11). Dal capitolo 12 si racconta di Abramo, poi c’è un breve cenno ad Isacco e poi si narra di Giacobbe tra i cui figli emerge la figura di Giuseppe, venduto dai fratelli e diventato stretto collaboratore del faraone (quale?) in Egitto. Gli studiosi parlano di mito, in riferimento ai primi capitoli, e di saga famigliare per i restanti capitoli.
Nei primi capitoli ci sono due racconti della creazione molto diversi tra loro: nel primo si parla della creazione in sei giorni culminante nell’umanità immagine di Dio (maschio e femmina); nel secondo si parla della creazione di un maschio e della successiva creazione della femmina dalla costola di Adamo, seguita dalla “catastrofe” del peccato che innesca una storia di violenza iniziata col primo omicidio che è anche un fratricidio (Caino e Abele). Il dilagare della violenza porta alla decisione di Dio di distruggere l’umanità col diluvio, salvando solo una famiglia (quella di Noè) che ricomincia la storia.
Anche dopo questo nuovo inizio, però, c’è un “peccato”: la costruzione della torre di Babele (nome ebraico per Babilonia) che porta Dio a condannare gli uomini a non capirsi più tra loro; nascono quindi le diverse lingue umane e ben settanta popoli. Tra questi Dio sceglie liberamente Abramo, originario della Mesopotamia (di nuovo Babilonia!) per farne l’antenato del futuro popolo di Israele. In pochi capitoli, attraverso l’uso del mito, viene fatta una riflessione sull’umanità e viene anticipata in breve tutta la storia seguente, fino addirittura all’esilio babilonese.
La storia di Adamo e del giardino con l’albero, infatti, non è altro che la trasposizione in favola della storia del popolo di Israele che, creato da Dio attraverso una lunga gestazione nel deserto, entra nella terra che Dio gli dona insieme ad una legge (simboleggiata dal comando di non mangiare di un albero in particolare), trasgredita più volte dal popolo, a cui segue l’esilio (simboleggiato dalla cacciata dall’Eden). Il diluvio (ispirato al mito babilonese dell’epopea di Gilgamesh, conosciuta durante l’esilio) simboleggia la catastrofe dell’esilio da cui si salva un piccolo resto (una categoria molto cara ai profeti) simboleggiato da Noè e famiglia. La torre di Babele è una riflessione di filosofia della storia sulla fine ingloriosa di Babilonia (la torre riecheggia le ziqqurat, i templi babilonesi). La confusione delle lingue permette la nascita delle nazioni (70 è un numero simbolico che indica la totalità dei popoli della terra) che, secondo i miti cananei di cui abbiamo testimonianza nelle tavolette di argilla ritrovate ad Ugarit, erano sotto il patrocinio delle settanta divinità che costituivano il pantheon cananeo; tra esse Yahweh (questo ci dice il cantico di Mosè in Deuteronomio 32,8, secondo la probabile lezione originale) sceglie come popolo particolare Israele che ha come suo antenato Abramo.
In realtà, dicono gli studiosi, Abramo è l’antenato del regno del Sud, mentre Giacobbe è l’antenato del Nord (non a caso il suo secondo nome è Israele). Quando viene costruito un racconto con le tradizioni di entrambi i popoli, i due antenati diventano parenti, cioè nonno e nipote; non a caso Abramo è legato al luogo sacro del Sud (il monte Moria su cui deve sacrificare Isacco viene identificato col Tempio di Gerusalemme) mentre Giacobbe costruisce un santuario a Betel, che era il Tempio ufficiale del Regno del Nord. E Giuseppe? È l’ebreo esiliato che contribuisce al benessere del popolo dove si trova a vivere. Che si tratti proprio dell’Egitto e non di Babilonia, forse è dovuto al fatto che, tranne il periodo assiro e poi babilonese e persiano, quella terra è stata sempre soggetta direttamente o indirettamente all’Egitto, un po’ come il cosiddetto Occidente, nel bene e nel male, è strettamente legato agli Stati Uniti e agli umori di chi li governa.
La storia di Giuseppe vuole dire che gli ebrei non erano un pericolo, nonostante i loro costumi religiosi diversi, per i popoli con cui entravano in contatto, ma contribuivano al bene delle società in cui abitavano. Tutta la Genesi, da quello che si può dedurre, quindi, nasce in un contesto postesilico, anche se vengono riutilizzate tradizioni provenienti dall’ epoca delle due monarchie del Nord e del Sud; lo scopo del racconto è quello di indicare una possibilità di rinascita dopo la catastrofe dell’ esilio, dove si è imparato a convivere con altri popoli dai quali sono stati appresi altri modi di spiegare le cose, che sono stati poi usati per narrare la propria storia. Un inno, insomma, alla convivenza tra lingue, religioni e costumi diversi, ben lontano da quel fondamentalismo etnico che emerge in altre parti dell’Antico Testamento.
Di tutte queste storie, è inutile dire, non c’è nessuna traccia archeologica né alcuna testimonianza nelle letterature di quei popoli che sono vissuti nel lungo arco di tempo che va da Abramo alle vicende di Mosè di cui parleremo. Tuttavia dobbiamo chiederci: è meno vero il messaggio di riflessione sull’umanità, sulle conseguenze di alcune scelte e sulla possibilità di convivere tra popoli senza scannarsi a vicenda, se i racconti sono solo belle storie e non una serie di eventi realmente accaduti?☺

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