La guerra e la pace
7 Febbraio 2026
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La guerra e la pace

Nell’inverno fra il 429 e il 430 d.C., sant’Agostino, vescovo di Ippona, un importante centro del Nord Africa oggi in Algeria, scrisse una lettera a un ufficiale romano, di nome Dario, che era lì come emissario imperiale. Si tratta dell’epistola 229 della sua ricca raccolta di lettere, oltre duecento, che costituiscono un documento vivissimo del suo infaticabile impegno di vescovo, oltre che della sua umanità. Se di Dario sappiamo che era comes, cioè “con- te” (nel IV e V sec. d.C. questo termine indicava il comandante generale di divisione che aveva a disposizione una truppa), ben più nota è la storia della fervente cristiana che lo aveva inviato in Africa, Galla Placidia. Molte lettrici e molti lettori avranno collegato il suo nome soprattutto al mausoleo, oggi Patrimonio dell’Umanità protetto dall’ UNESCO, che fece costruire a Ravenna, allora sede imperiale romana. Ma Galla Placidia fu prima di tutto nipote, figlia, sorella, moglie e madre di imperatori. E proprio in quegli anni, la nobilissima, come era chiamata in latino, regnava sull’Impero romano d’Occidente (425-437) in qualità di tutrice del figlio Valentiniano. L’incarico che aveva affidato al conte Dario era quello di comporre la discordia civile che si era creata fra Ravenna e un altro comes, Bonifacio, comandate delle milizie d’Africa. Una guerra intestina che indeboliva l’Africa settentrionale, proprio mentre cominciava a profilarsi la minaccia dell’ invasione dei Vandali.
La ricostruzione del contesto in cui quella lettera fu scritta sarebbe però incompleta se non si precisasse anche che, nonostante la diffusione del cristianesimo, all’ epoca la vittoria militare era ancora considerata la massima gloria. Agostino comincia infatti il suo ragionamento riconoscendo la grandezza dei combattenti: anche se con l’aiuto di Dio, che protegge e soccorre, sono loro ad assicurare la tranquillità allo stato e la pace nelle province romane. Tuttavia – e qui sta la novità e l’attualità della lettera – “è motivo di maggior gloria ottenere la pace con la pace”, senza l’uso cruento delle armi (alla lettera “uccidendo le stesse guerre”), ma per le vie dei negoziati: sed maioris gloriae est ipsa bella verbo occidere quam homines ferro et […] obtinere pacem pace non bello. Come si può notare da queste parole, la superiorità morale delle trattative rispetto ai conflitti non è legata solo alla contingenza storica, ma è affermata come una massima di valore generale. Quasi prevedendo possibili obiezioni e cercando di fugare eventuali dubbi sulla validità di questo principio (universale), Agostino entra poi nel dettaglio: è vero, il buon soldato desidera anche lui la pace, ma non vi giunge che per via della guerra, quindi del sangue; Dario, invece, è stato mandato dall’ imperatrice con il compito di risolvere quei dissidi con pacifici accordi, che non richiedono il sangue di nessuno.
Il conte fu profondamente toccato dalle parole del vescovo, tanto che gli rispose (epistola 230) chiedendogli una copia di quello che sarebbe poi diventato il suo capolavoro, le Confessioni. Quanto alla discordia con Bonifacio, fu pacificamente composta. La furia dei barbari si abbatté però sulla provincia e Agostino morì il 28 agosto (data in cui lo si festeggia come santo) del 430, proprio mentre i Vandali di Genserico assediavano la città di Ippona. L’eco di questa sua lettera, anche se meno nota rispetto ad altre sue opere, continua a risuonare, quasi in risposta all’altra celebre espressione latina, si vis pacem para bellum, ultimamente sempre più strumentalizzata per giustificare le folli spese militari con cui proteggere gli interessi nazionali e continentali.☺

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