La solidarietà
9 Settembre 2025
laFonteTV (4175 articles)
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La solidarietà

Fate i tuoni, a dispetto del più sentito ‘fate i buoni’, è una provocazione buona, un incoraggiamento a farsi sentire, a mettersi in gioco in prima persona, a non aspettare, restando solo semplici spettatori. “Bisogna fare i tuoni, diventare pioggia gentile per allontanare l’indifferenza e seminare poesia… a volte è necessario essere tempesta – sottolinea Michele D’ Ignazio, l’autore – per combattere l’aridità che, al contrario, è silenziosa, lenta e subdola”.
Un invito alla vitalità e creatività in una delle forme più belle: la solidarietà. E una ghiotta occasione per parlare, a scuola, dei migranti con una “leggerezza” che non è su -perficialità ma grazia, accoglienza di un punto di vista positivo e fiducioso su questioni scottanti e drammatiche come le politiche migratorie, la miopia di chi ci governa, le nostre chiusure.
I protagonisti di questa storia sono due, almeno così sembra. C’è Murad, che scappa dalla guerra, dalla sua Siria, e cerca una nuova casa, portandosi dietro un piccolo simbolo delle proprie radici, un’ampolla con l’acqua dell’Ararat. E c’è Zaira, dall’altra parte del mare, in Calabria, che insegue un sogno, qualcosa di importante in cui credere e impegnarsi.
Zaira e sua cugina Scilla trascorrono serenamente la loro preadolescenza nel piccolo borgo di Badolato, affacciato sul Mediterraneo, giocano sempre insieme e, un giorno, viene loro affidato un compito importante, sorvegliare delle uova di tartaruga affinché nessuno le calpesti fino alla schiusa.
Sia Zaira che Murad hanno dodici anni, ma sono già alla ricerca del loro posto nel mondo. E si incontrano. Mentre lei e Scilla sorvegliano le uova nella tranquilla sonnolenza del borgo e della spiaggia, una sera vedono delle luci strane e vanno subito a chiamare gli adulti. C’è una barca e, su quella barca, c’è anche Murad.
Con la sua scrittura piana, limpida, ma condita di deliziosi ed evocativi giochi di parole, Michele D’Ignazio tesse una storia di attese, progetti di vita e incontri.
Il resto va letto e assaporato un po’ alla volta, ancorandosi al vero protagonista, nascosto ma assolutamente predominante: il paese, il piccolo borgo calabro di Badolato, che non si arrende a quello che appare un inevitabile svuotamento e vuole tornare a essere “casa” per qualcuno, emblema di un popolo che testimonia la grande solidarietà di chi aspetta, di chi accoglie, di chi si prende cura. Leggendo il romanzo, si è tentati istintivamente di pensare a Riace, a Mimmo Lucano, al meraviglioso esperimento di accoglienza che fu spazzato via da Salvini.
Non a caso, infatti, Michele D’Ignazio, che descrive il fermento degli abitanti del borgo, che accolgono i profughi donando loro le case della zona più antica, da ristrutturare, e si mettono al lavoro per poter consentire loro di avere un tetto sopra la testa e poter vivere dignitosamente, si ispira a un fatto realmente accaduto a Badolato, il 26 dicembre 1997: il primo grande sbarco di migranti in Calabria, su un’imbarcazione dal nome ARARAT (così come nel libro viene ricordato), che trasportava più di 800 curdi.
Lucano, per altro, dal 1998, per la sua Riace prese ispirazione proprio da Badolato, dove lui stesso aveva prestato servizio come volontario. Storie belle, che possono svegliarci ancora, ricordarci le piste giuste, ridarci slancio contro la rassegnazione e costruire alternative all’oggi.
“Al momento dello sbar- co ci fu una grande accoglienza – racconta D’Ignazio -, capitava in un momento storico in cui il paese si stava svuotando, era quasi disabitato e al sindaco di allora e agli abitanti venne l’idea di ospitare i migranti nelle vecchie case, che vennero ristrutturate in tempi record”.
“Non chiamatemi emigrato o immigrato ma semplicemente grato, al destino che mi ha portato fin qui”: un rigo del libro, un monito per tutti, affinché chiunque tocchi il nostro suolo possa sentirsi accolto. Una traccia da cui partire, con i nostri alunni, per una lettura che accompagni il nuovo anno scolastico.☺

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