Libertà e tassa patrimoniale
Purtroppo nel dibattito politico italiano, disinformato e manipolato, solo pronunciare la parola “patrimoniale” comporta reazioni vergognosamente scomposte da parte della maggioranza degli esponenti politici, di destra e centro, il che potrebbe essere abbastanza normale, ma da coloro che si dicono “progressisti” sembra veramente non tollerabile e ingiustificabile.
Anche a pronunciarla si scatenano reazioni incredibili e grida di “esproprio”: in realtà si tratta della semplice applicazione dei princìpi costituzionali democratici di “gius- tizia sociale”. L’idea di tassare la ricchezza accumulata per riequilibrare le opportunità per le persone svantaggiate ed evitare il grande accentramento di potere, oggi presente in Italia, che inevitabilmente diventa potere politico, non appartiene storicamente alla sola sinistra, anzi ha origini nella tradizione del pensiero liberale, la più autentica, quella ben distinta dalla sua successiva derivazione, oggi neoliberismo.
Il liberalismo, l’idea liberale, non nasce come difesa dei ricchi, ma nasce come difesa della “Libertà” individuale nei confronti di ogni potere, che sia politico come l’assolutismo, religioso o economico.
John Stuart Mill, tra i grandi padri del pensiero liberale moderno, già a metà Ottocento mise in evidenza che le disuguaglianze eccessive minano l’ideale di libertà per la maggioranza della popolazione. Nella sua opera I Principi di Economia politica scriveva che “la distribuzione della ricchezza è questione di istituzioni umane, non di leggi naturali”. Secondo J. S. Mill una società autenticamente e veramente libera è quella in cui nessuno domina sugli altri grazie all’eredità ricevuta o al possesso di risorse sproporzionate. Per questo sosteneva con fermezza la necessità di porre limiti all’accumulo ereditario eccessivo e considerava l’uso della tassazione come efficace strumento di riequilibrio delle opportunità: quindi il liberale J. S. Mill era un grande sostenitore della tassazione ai superricchi. Una legge patrimoniale, in questa logica, non è assolutamente illiberale: è, invece, uno strumento per preservare la libertà diffusa, veramente per tutti, impedendo che la ricchezza diventi uno strumento di controllo.
Un secolo dopo, William Beveridge, anche lui economista liberale e padre fondatore del sistema di welfare britannico, elaborò un modello, invidiato per decenni in tutto il mondo, di stato sociale fondato non sull’egualitarismo, ma sulla libertà. Nel suo rapporto del 1942 individuava le “cinque piaghe” da sradicare nella società: povertà, malattia, ignoranza, miseria e disoccupazione.
Oggigiorno contrari a ogni forma di patrimoniale non sono e non possono essere pertanto i veri liberali, bensì i cosiddetti “neoliberali” elitisti e favorevoli alle grandi disuguaglianze sociali ed economiche che sono gli eredi della scuola di Chicago, di Milton Friedman e dei governi di Reagan, negli Stati Uniti, e Thatcher nel Regno Unito, negli anni Ottanta, seguiti negli anni dai Berlusconi, in Italia, dai Trump e dai suoi amici ultramiliardari.
Il neoliberismo identifica la libertà con la deregolamentazione e la immobilizzazione dello Stato e della politica democratica, arrivando a confondere la libertà con il potere assoluto del mercato, trasformando l’ uguaglianza delle opportunità nel suo opposto assoluto, in grandi e crescenti disuguaglianze. Il grande pensiero liberale classico da Mill a Beveridge, fino a Rawls chiaramente riteneva che lo Stato dovesse conservare sempre il fondamentale compito di correggere quei disequilibri economici e sociali, in particolare, che impediscono ai cittadini di esercitare davvero la propria libertà. Per il pensiero liberale, vero, uno dei fondamenti irrinunciabili era raggiungere la “libertà dal bisogno”, cioè la condizione minima per l’ottenimento di ogni altra forma di libertà.
Beveridge non immaginava uno Stato socialista, invasivo e regolatore della vita sociale. Del resto nessun liberale potrebbe mai farlo. Teorizzava uno Stato che rendesse possibile la libertà reale per tutti: un individuo ridotto allo stremo e affamato o privo di istruzione non è libero di scegliere nulla. Ottenere un minimo riequilibro delle risorse è una forma di investimento collettivo nella libertà, e deve includere anche strumenti fiscali come una tassazione patrimoniale, possibilmente, solo a carico di grandi patrimoni improduttivi o ereditari, per impedire che la ricchezza si trasformi in potere ereditario e vada a minare alla base un fondamento del liberalismo: il merito.
Ora visto che non è in nessun modo antiliberale parlare di riequilibrio delle ricchezze, una patrimoniale, solo sui grandi patrimoni, va vista considerando una ristrutturazione dell’intero sistema tributario, spostando il peso della tassazione dal lavoro e dalle imprese produttive, verso le rendite finanziarie e i grandi patrimoni improduttivi.
Senza dubbio una tassa patrimoniale deve procedere di pari passo alla riduzione del cuneo fiscale sul lavoro, facendo in modo che aumentino i salari netti, favorendo l’ occupazione con posti fissi e garantiti e rendendo il sistema Italia più competitivo. La tassazione delle rendite deve essere pari a quella sul lavoro. In Italia i redditi da capitale pagano meno tasse di chi ha un lavoro dipendente.
Per questo bisogna ben considerare che Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’Economia ritiene che senza maggiore uguaglianza non c’è crescita economica sostenibile. Per una prosperità condivisa, oltre a redistribuire il reddito attraverso imposte e trasferimenti, occorre anche favorire gli investimenti, aumentare i salari e l’influenza politica della maggioranza dei cittadini.
Le nuove regole dell’economia proposte dal premio Nobel abbracciano un ampio ventaglio di riforme, dal fisco allo stato sociale, dall’istruzione alla lotta ai monopoli, dal diritto sindacale agli incentivi per il lavoro femminile, dalle infrastrutture al sistema penale, nella convinzione che combattere la disuguaglianza alla fonte è possibile, ed è l’unica strada verso un’economia più solida e più dinamica.☺
