Manca la ribellione
6 Maggio 2026
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Manca la ribellione

Le 12 persone più ricche al mondo hanno una ricchezza pari a quella che posseggono i 4 miliardi più poveri del pianeta. In Italia il 5% della popolazione possiede una ricchezza pari a quella del 50% degli italiani.
I numeri sono spietati, il principio di eguaglianza da concetto giuridico, politico ed etico è divenuto una pura figura retorica. Giustamente nel suo bel libro Roberto Seghetti parla di Capitalismo feudale, e ricorda il 1971 come un momento chiave per capire la storia di questi anni, ricordando le tre scelte del presidente USA di allora, Richard Nixon: la fine del gold standard, ovvero la sospensione della convertibilità del dollaro in oro; la moderazione di prezzi e salari; l’imposizione di un dazio del 10% sulle importazioni.
Lucio Magri, in un breve articolo del Manifesto del 24 Agosto del 1972 dal titolo illuminante “Breve la vita felice di Lord Keynes”, scriveva: “Il ricatto ideologico del clima del miracolo economico postbellico era difficilmente contrastabile”. Oggi, però, è proprio questa ipotesi generale che torna in discussione, nel mondo capitalistico e non solo in Italia. Ragionamento che anticipa di pochi mesi la crisi petrolifera del 1973, l’aumento del prezzo del petrolio del 70% e l’inflazione al 20%. Ancora per quasi un decennio nel corso degli anni ‘70, l’inerzia riformista continuò a resistere. Nel 1970 fu approvato lo Statuto dei diritti dei lavoratori. Nel 1971 furono istituiti gli asili pubblici e si affermò il divieto di licenziamento delle donne in caso di maternità. Nel 1974 vi fu il referendum sul divorzio. Nel 1975 fu varato il nuovo diritto di famiglia. Nel 1977 fu approvata la legge sulla parità salariale uomo-donna. Nel 1978 fu istituito il servizio sanitario nazionale per tutti, furono approvate la legge sull’aborto e la legge Basaglia sulla chiusura dei manicomi. Questo nelle aule del Parlamento, ma in profondità la talpa della reazione liberista stava già lavorando con profitto. Il mantra ‘meno stato e meno tasse’, la riduzione del potere sindacale e dei diritti sociali, il ritorno alla mitologia del libero mercato come la famosa ‘goccia cinese’ anno dopo anno avevano consumato certezze culturali, sociali e poi politiche.
La vittoria elettorale della Thatcher in Gran Bretagna, di Reagan negli Stati Uniti, del pentapartito in Italia e poi la sconfitta dei minatori inglesi di Scargill, dei controllori di volo negli Stati Uniti, dei lavoratori della FIAT chiudono un’epoca e aprono il libro di un’altra Storia: l’era della nuova globalizzazione.
In questi ultimi decenni è cambiato molto e in profondità. Sono emerse nuove potenze mondiali, basti pensare alla Cina e all’India, tanti popoli del Sud del mondo non hanno trovato né la libertà, né il benessere e pur tuttavia la loro condizione di vita ha fatto un piccolo passo in avanti. Questo, mentre l’Occidente – e in primo luogo l’Europa – hanno fatto diversi passi indietro. L’ Occidente non ha retto la sfida del nuovo mondo globale, non ha avuto né la forza dell’ egemonia e tantomeno quella dell’economia. E con l’Occidente è evaporata anche la sinistra e soprattutto si sono persi diritti sociali e conquiste fondamentali del mondo del lavoro.
La situazione è realmente critica. Diversi amici e compagni sperano nel vento dell’est. Da sempre guardo con interesse alla Cina, pur tuttavia la sfida che abbiamo dinnanzi è troppo complessa, è troppo ardua, perché possano risolverla da soli gli eredi di Confucio, di Mao e di Teng Tsiao Ping. Non riesco ad immaginare un nuovo mondo senza un contributo fondamentale degli eredi della Rivoluzione francese, della Rivoluzione americana e della stessa esperienza contraddittoria del movimento comunista. La democrazia liberale è finita in una palude, ha confuso se stessa con l’ordine economico e la crudeltà sociale del liberismo. L’egualitarismo della Rivoluzione di ottobre si è perso nei labirinti della burocrazia sovietica e dell’autocrazia. Pur tuttavia i princìpi della Rivoluzione francese, l’incipit della Costituzione americana del 4 marzo 1789, la critica radicale dei comunisti al primato del mercato su ogni altra dimensione sociale sono tutte tessere di un mosaico che avrebbe dovuto portare verso un socialismo democratico, verso una società più giusta e più eguale.
Così non è stato, è accaduto esattamente il contrario. In questi ultimi 40 anni siamo scesi giù, giù per le calli sino ad arrivare all’1% della popolazione mondiale che possiede una ricchezza pari a quella del 40%. Una concentrazione eccezionale di ricchezza che è divenuta potere assoluto. Il bene collettivo, i beni comuni, il futuro del pianeta per questi nuovi oligarchi non sono un problema. La libertà di arricchirsi è assoluta e, come nel lontano passato, non ha un limite, né sociale né naturale. Da una parte i potenti quasi per diritto naturale, dall’altra le plebi indifese e disperse e una natura sempre più compromessa dalla tirannia del profitto. L’ intelligenza artificiale – che pure molto potrebbe dare per il bene dell’umanità – rischia di essere la pietra filosofale nelle mani dei nuovi feudatari. Che vi sia una resistenza diffusa a questo stato di cose è certo. Dopo papa Francesco, anche il nuovo papa molto fa per fermare le guerre, per salvare il pianeta e per tenere aperto un varco alla speranza.
Quel che manca è la “resurrezione“ della Politica, quel che manca è la rivolta, la ribellione organizzata di quella grande maggioranza degli esclusi che troppo spesso subisce la fascinazione dell’ “Unto del Signore”.
Fischia il vento e infuria la bufera, scarpe rotte, eppur bisogna andar, mai come oggi questo canto antico ha una sua ragion d’essere.☺

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