Prima e oltre i sapiens
di Andrea Barsotti
La Terra ha bisogno degli esseri umani per continuare a esistere? La terra che ha qualche anno in più dalla nostra decantata specie homo sapiens? Tutto è iniziato circa 14 miliardi di anni fa, la Terra si è costituita circa 4,65 miliardi fa e noi siamo arrivati circa 300mila anni fa. Fissare l’anno zero nella nascita dell’universo equivale a individuare l’inizio che ci riguarda direttamente.
Per dare un’unità di misura ed un senso al tempo trascorso, prendo un esempio ben costruito dal libro Caro Sapiens di Mario Tozzi. “Prendendo come paragone un anno solare ed i suoi dodici mesi, il 1° gennaio è l’anno di nascita della Terra (4,65 miliardi di anni fa) ed il 31 di dicembre è il giorno d’oggi. In questo caso la nostra civiltà si è sviluppata alcune decine di secondi prima dello scoccare della mezzanotte del 31 dicembre, i dinosauri si sono estinti appena prima delle vacanze di Natale e la vita sulla Terra è comparsa a Settembre”. Ho voluto riportare questa ricostruzione del tempo, perché se lo osservassimo dal punto di vista della Terra o dal punto di vista della nascita della vita sulla Terra, noi appariremmo come protagonisti insignificanti. Il punto di osservazione è sempre il risultato di un’ interpretazione soggettiva della realtà; tuttavia, provare ad adottare lo sguardo dell’altro potrebbe aiutarci a comprenderci meglio e a cogliere con maggiore profondità ciò che ci circonda.
Un piccione che fa il nido ad una gatta gravida, uno scimpanzé che riconosce i suoi benefattori a distanza di decine di anni, un cane, vinta la titubanza del momento, corre e salta addosso al proprio amico umano: questi sono episodi che sembrano incrinare il confine delle nostre consuetudini che abitualmente chiamiamo “umanità”. Non sono gli animali che diventano umani, ma i loro comportamenti ci spingono a riconsiderare ciò che crediamo nostra specifica peculiarità. Un piccione che costruisce un nido accanto a una gatta gravida, per darle ricovero, non sta compiendo un gesto morale nel senso umano del termine; quel gesto parla di una fiducia istintiva, un comportamento che va oltre l’istinto di sopravvivenza, rendendoci un’immagine del predatore non più ostile e della preda un’amica protettiva. È una scelta che nasce da una sensibilità del contesto, direi da una forma di intelligenza relazionale che precede ogni linguaggio. Lo scimpanzé che riconosce i suoi benefattori ed il cane che abbraccia il suo amico uomo, non sono solo espressioni di ricordi, ma consapevolezza di una continuità di legame, proiezione di una esperienza vissuta e marchiata in modo indelebile nell’identità dell’individuo; gesti che vanno al di là della gratitudine e della fedeltà affettiva, ma che esprimono il senso di vera amicizia che il tempo non cancella.
In questi episodi, così diversi per forma e specie, riconosco l’azione degli stessi fili invisibili che attraversano ogni essere vivente: una trama comune, nata dalla medesima materia dell’universo e maturata sulla Terra in un equilibrio condiviso. Le differenze tra le specie non spezzano questa unità, ma la declinano in modi diversi, dando origine a manifestazioni molteplici dell’intelligenza e della relazione. Noi tendiamo a chiamare “umano” tutto ciò che riconosciamo come valore, cura, memoria, legame e fiducia, dimenticando che questi tratti non nascono con l’homo sapiens, ma attraversano la storia evolutiva come fili sottili e resistenti. Con uno sguardo diverso, magari quello della madre Terra, possiamo vederci non più come un’isola separata, ma come una forma particolare, complessa, simbolica, talvolta contraddittoria, di una più ampia capacità di sentire e di stare in relazione.
Nel suo tempo la Terra ha visto i continenti muoversi, osservato grandi cicli climatici, assistito alle estinzioni e alle evoluzioni che hanno plasmato la vita; noi sapiens, con la nostra superba intelligenza, la nostra presunta superiorità e le conseguenti scelte, spesso abbiamo ignorato i suoi segnali, minando seriamente le risorse naturali, che ci consentono lo sviluppo della nostra vita. Dovremmo veramente riflettere su come può una specie considerarsi così intelligente se sta correndo verso la propria distruzione e, soprattutto, come si possa imparare a convivere con la natura e gli altri abitanti del pianeta invece di dominarli.
La Terra non è un palcoscenico neutrale dove gli umani recitano il ruolo principale, ma un mondo vivo con regole, limiti e un equilibrio molto fragile. Il nostro pianeta ed i suoi abitanti sono situazioni speciali. Per anni si è studiato l’universo alla disperata ricerca di altre forme di vita. Nel tempo si è passati ad ipotizzare, anche con formule matematiche, la presenza di civiltà in altra parte dell’Universo. Abbiamo mandato messaggi e tentato esplorazioni con i più sofisticati strumenti a nostra disposizione, il risultato: un universo immenso, in espansione, ma silenzioso.
Nonostante ci rendiamo conto di far parte di rarità, abbiamo e continuiamo a fare disastri mandando in fiamme le foreste dell’Amazzonia e continuando a produrre plastica che soffoca mari e coste. Abbiamo l’illusione di poter dominare la natura, a volte negando anche la scienza, producendo effetti devastanti derivanti da scelte solo economiche.
Come in tutte le relazioni, bisognerebbe avere uno sguardo che non comprendesse solo il nostro punto di vista ma quello di tutti gli attori della vita, ripensando la nostra posizione rispetto al pianeta che ci ospita, con empatia, stupore, serietà ed in armonia, tenendo presente quei fili sottili e resistenti che ci accomunano al pianeta che ci ospita e a tutti gli altri esseri viventi. ☺
