Prossima battaglia
La separazione delle carriere dei magistrati può sembrare qualcosa di ininfluente, poco comprensibile, che non avrà grande impatto sulla qualità della nostra vita e della democrazia. Così non è, e val la pena cercare di capire, parlarne e scriverne. Perché questa riforma costituzionale, sbrigativamente identificata con uno solo dei suoi punti fondanti, la separazione delle carriere dei magistrati, impatta in realtà in maniera devastante con quello che è stato finora l’assetto del nostro sistema giudiziario, e lo stravolge in senso autoritario.
In Italia attualmente i magistrati possono svolgere due funzioni, quella requirente e quella giudicante: possono cioè svolgere indagini e rappresentare l’accusa (i pubblici ministeri, magistrati requirenti) o svolgere la funzione di giudici (magistrati giudicanti). Oggi tutti i magistrati seguono lo stesso percorso formativo e possono nel corso della carriera passare da una funzione all’altra; rispondono inoltre ad un unico organo, il Consiglio superiore della Magistratura, presieduto dal Presidente della Repubblica, che vigila sul loro operato.
La riforma costituzionale fortemente voluta dalla destra separa dall’inizio della carriera le due funzioni: chi opta per la funzione di pubblico ministero non potrà più scegliere di diventare giudice. Questo (se- condo loro) per una maggiore indipendenza dei giudici, perché chi per anni si è occupato solo di costruire un castello accusatorio non sarebbe imparziale nel trovarsi a giudicare una causa. Al di là dell’assoluta indimostrabilità di questo assioma, i numeri dimostrano che il problema evocato da Meloni e Co. non esiste: in cinque anni solo lo 0,83 dei pubblici ministeri è passato alla funzione giudicante, e in termini assoluti, sono pochissimi i casi di passaggio da giudice a pm e viceversa. Perché dunque toccare la Costituzione per un problema inesistente?
Ma la riforma non si limita a modificare solo questo aspetto: riscrive completamente gli articoli 104 e 105, introducendo due diversi Consigli superiori della magistratura, uno per i magistrati requirenti e uno per quelli giudicanti, con regole completamente diverse per la scelta dei componenti, che saranno estratti a sorte (!) da elenchi di magistrati e di professori di diritto, elenchi stilati dal Parlamento, per evitare i litigi e l’ influenza delle varie correnti esistenti all’interno dell’Associazione Nazionale Magistrati, giudicata troppo “politicizzata”. A giudicare i giudici non saranno inoltre questi due nuovi Consigli, ma un terzo organo, l’Alta Corte Disciplinare (e già il nome la dice lunga sulle intenzioni governative…) composta da 15 membri, di cui tre scelti dal Presidente della Repubblica, e gli altri estratti a sorte (il metodo lotteria sembra piacere proprio molto a chi ci governa).
A questo punto ritorna spontanea la domanda: se il problema è inesistente, perché toccare la Costituzione? Non occorre essere fini giuristi per capire che qualcosa non quadra. Come ha fatto notare Nicola Gratteri, cosa succede nei Paesi dove c’è la separazione delle carriere? Succede che il potere giudiziario è inevitabilmente asservito a quello esecutivo. E sappiamo tutti che esiste democrazia solo dove c’è separazione dei tre poteri; non a caso una delle prime azioni di Mussolini appena preso il potere fu quella di crearsi una magistratura ad hoc.
Il bellissimo recente intervento di Gustavo Zagrebelsky in un affollato convegno a Torino ci dice chiaramente che il vero scopo di questa riforma è quello di ridurre ai minimi termini l’indipendenza della magistratura dal potere politico, in modo da evitare il rischio di sentenze sgradite a chi governa. “La politica è un fiume, la magistratura l’ argine che la contiene”. Tolto l’argine, si va verso la dittatura.
D’altronde, le riforme si fanno principalmente per cambiare gli equilibri di potere, per ridefinire gli assetti costituzionali a scapito della magistratura. Meloni vuole infrangere le forme e i limiti della Carta fondamentale, senza sottostare ai controlli della magistratura: così si spiega anche la composizione dell’Alta Corte Disciplinare, che prevede per la componente togata solo magistrati di Cassazione, che potranno così sanzionare i magistrati di rango “inferiore”.
Se consideriamo che unico scopo dell’amministrazione della giustizia è (o dovrebbe essere) la tutela dei diritti dei cittadini, chi pagherà il prezzo più alto di questo pastrocchio confuso e pericoloso? I cittadini, impotenti davanti ad un sistema iniquo, facilmente controllabile dagli interessi politici di chi è al governo, che crea due forme di giustizia, una per i potenti e i ricchi, una per i poveri, gli avversari politici, i migranti e gli scartati.
Per questo dobbiamo prepararci alla resistenza, in vista del referendum costituzionale: e per questo questa riforma ci riguarda tutti, anche se non è facile capirlo subito. Perché incrina gli equilibri delicatissimi sui quali si reggono libertà e diritti, quegli equilibri che i nostri Padri Costituenti seppero regolare in modo mirabile, e che rischiano di crollare in mano a chi concepisce la res publica come cosa propria.☺
