Sui muri pianterò garofani
C’è una ragione molto consistente che ci spinge a scrivere dell’odierno Iran, visto solitamente dall’Occidente come un Paese chiuso alla modernità (che da noi si suppone “unica” e solo “occidentale”), ostile alla cultura e alle idee portanti dell’Occidente, quelle relative agli ideali liberali, quali la democrazia, la libertà individuale e collettiva, la parità di genere, le imprese economico/finanziarie; la libertà di movimento e quella di poter entrare ed uscire dal proprio Paese senza costrizioni o controlli penosi, illiberali. Tale rappresentazione è comunque fuorviante, perché ci distoglie da una lettura più attenta ed equilibrata di questo grande Paese, che presenta, sì, mille contraddizioni, ma ha nel contempo mille e più pregi e caratteristiche che andrebbero conosciute, e – perché non? -, anche amate.
L’Iran di oggi è la Persia storica dell’antichità, culla della civiltà europea, della cultura in genere e dell’arte del nostro continente. L’antica Persia ha dato il “là” alla ingegneria stradale e a quella civile; ha posto le basi fondamentali del diritto, ha sviluppato le attività economico/commerciali che hanno consentito ai persiani di poter essere apprezzati e imitati nell’antichità, in primis dai Greci dell’antica Ellade. Pensiamo, inoltre, alla loro organizzazione militare, come pure alla costruzione di migliaia di chilometri di strade che hanno consentito di far conoscere i suoi prodotti commerciali e culturali anche – e non solo questi – a popoli immensamente lontani dalle sue città per eccellenza, come Susa e Persepoli. E questo riscontro, questa prova di rilettura e di differente approccio all’universo iraniano lo dobbiamo assolutamente fare, perché “Un giorno verrò/ e porterò un messaggio/. (…) Verrò, offrirò fiori di gelsomino a un mendicante./(…) Cancellerò gli insulti dalle labbra, sradicherò i muri./ Dirò ai briganti; – È in arrivo una carovana di sorrisi (…) E unirò il sonno del fanciullo al bisbiglio dei grilli/. Verrò e sui muri pianterò garofani./ Sotto ogni finestra leggerò poesie./(..) Parlerò alla serpe dello splendore delle rane!”, (Sohrab Sepehri – 1928/1980 – Un messaggio in arrivo, in Poeti iraniani dal 1921 a oggi).
Un paese, cioè, che si adoperi ad intessere rapporti normali con altri popoli senza subire abnormi ed immotivati ostracismi o sentirsi subissato di critiche per il carattere, ancora oggi, oppressivo del suo governo. I rapporti commerciali e culturali con l’Iran odierno, quello islamico e khomeinista, dovrebbero essere l’espressione di una tipologia di contatti, accordi, rapporti che gradualmente e pacificamente potrebbero innescare processi pacifici e scambi culturali, senza l’assurda pretesa dell’Occidente di imporre la sua visione della vita e della civiltà. Le civiltà dei popoli si confrontano e prospetticamente possono anche realizzare una fusione sincretica di culture che mettano il mondo nella condizione edenica di completa assenza di conflitti armati e odii ideologici. Invece oggi, nei confronti dell’Iran e di altri Paesi non allineati al mondo occidentale (USA e il suo paggetto Israele) e, quindi, considerati non democratici, attiviamo un ostracismo culturalmente immotivato e fuori da ogni logica.
L’assenza evidentissima della libertà di espressione e di movimento; l’emarginazione dell’universo femminile, che reclama, tra l’altro, autonomia e presenza nelle istituzioni (non possiamo affatto ignorare il movimento giovanile “Donna, Vita, Libertà”, che dal 2018 vede centinaia di migliaia di giovani, soprattutto donne, studenti delle scuole superiori e dell’università, le cui rivendicazioni attengono specialmente alla richiesta di democrazia reale e all’abbattimento del regime di apartheid di genere); la declinazione della cultura solo in senso assolutamente islamista e profondamente confessionale; i registri dell’informazione posseduti dal 1979, anno della rivoluzione islamica, nelle chiuse stanze del potere degli ayatollah khomeinismi, tutto questo e moltissimo altro caratterizza oggi lo status non democratico del sistema politico islamico vigente in Iran. Nostro compito, dunque, pur supponendolo arduo e complesso, è quello di cercare di capire perché ci sia ancora questo regime politico illiberale e claustrofobico; quali possano essere le ragioni.
Come pure vorremmo indicare, ed anche, in punta di piedi, suggerirli, quali possano essere i presupposti necessari per un radicale cambiamento del sistema politico in Iran. E questo slancio ideale ma profondamente culturale lo raccogliamo tacitamente dal poeta iraniano, Amad Shamlu (1925-2000), che ci fa sognare quando nella sua poesia In piazza così euritmicamente declama: “Quel che si vede/ e quel che scorre davanti agli occhi./ Dove militari si allenano/ al massacro/ potrebbero stendersi verdi prati/ e ragazzini/ essere un arcobaleno/ danzante e/ fragoroso” (Ibidem, pag.47).
Questo slancio utopico, questa consapevolezza di un radicale cambiamento di regime in Iran si colgono anche dal clamore mediatico in Europa e nel mondo all’indomani del successo al festival di Cannes, a maggio di quest’anno, del regista iraniano, già famoso in campo internazionale per il suo celebre film Taxi Teheran del 2015, esule in Europa, Jafar Panahi, che col film Un simple accident ha vinto la Palma d’oro. Panahi è un regista molto noto nel mondo non solo in ambito cinematografico ma anche in quello sociale, in quanto ha fatto della cinematografia lo strumento per il conseguimento della democrazia nel suo Paese. Peraltro, il premio gli è stato assegnato in un momento davvero critico per il suo Paese, un paio di settimane prima che lo Stato ebraico/israeliano bombardasse l’Iran e che altrettanta ferocia esprimessero anche gli USA con le bombe che avrebbero dovuto – dicono loro – distruggere i siti atomici sotterranei dell’Iran. Atto assolutamente aggressivo e ingiustificabile agli occhi del diritto internazionale umanitario, in considerazione del fatto che l’Iran non possiede la bomba atomica – né intende possederla, come da controlli che periodicamente fa con l’AIEA -, ma intendendo solamente perseguire il raggiungimento del nucleare a scopo civile per i molteplici e complessi problemi legati al bisogno di energia nel Paese.
Ma questo argomento avremo modo di affrontarlo in altra circostanza. ☺
