Un arcobaleno danzante
Oggi appare non solo necessario ma anche culturalmente importante fermarci a riflettere su quanto sta accadendo in queste ultime settimane in Iran, nell’amata Persia, Paese, che evoca una serie infinita di sensazioni e di stati d’animo che ci riportano agli anni degli studi universitari romani. Questi hanno avuto un ruolo, mi riferisco ovviamente alla mia esperienza universitaria, molto rilevante nel farmi appezzare e amare la civiltà persiana. Faccio ora, per ragioni comprensibili, necessariamente un salto pindarico, proiettandomi nel 1979. Da questa stagione tumultuosa e rivoluzionaria per l’Iran ha avuto inizio la storia dell’Iran islamico e di tutta la sua drammatica narrazione, dal tratto, in prevalenza, illiberale, teocratico e ostile a qualsiasi spiraglio di innovazione democratica in ambito socio/politico/culturale. E di questo, però, tratterrò in altra occasione.
In queste ultime settimane, da quello che sembra il lontano giugno 2025, si è parlato moltissimo dell’Iran, alla luce della feroce repressione ancora in atto nei confronti di una società civile, che, in gran parte, appare severamente critica nei confronti del regime degli ayatollah. I giovani, in un numero impressionante soprattutto l’universo femminile, stanno manifestando nelle piazze delle città iraniane e la risposta del regime è la dura, inumana e illogica repressione nel sangue e nelle prigioni. Noi sappiamo molto bene chi controlla e influenza nell’ombra, senza alcun pudore, il dissenso della popolazione iraniana, che in buona parte si contrappone alla teocrazia islamica, cioè al regime khomeinista. Ci sono i cosiddetti Stati liberali e democratici dell’Occidente, in primis gli USA, cui si accoda, pavida, in gran parte la UE. Sono gli Stati Uniti e Israele oggi gli Stati acremente ostili all’Iran, di cui vorrebbero azzerare la leadership khomeinista e farne una nazione politicamente fragile, sottomessa al diktat volgarmente presuntuoso e affaristico nordamericano, i cui imperiosi comandi sono espressi tutti i giorni dal presidente immobiliarista degli USA. Costui col suo fare autoritariamente prepotente invita i manifestanti iraniani a rimanere nelle strade e nelle piazze a esprimere il loro dissenso nei confronti degli ayatollah, lasciandosi massacrare allo scopo di accelerare la caduta del regime islamico; laddove, invece, negli USA lo sceriffo col cappello da cowboy e con il suo fare arrogante e sfrontato manda nelle strade e nelle piazze i militari antimmigrazione, allo scopo di reprimere e arrestare quanta più gente immigrata da rinchiudere nelle carceri di massima sicurezza o in altre prigioni di Stati dell’America centrale, compiacenti e complici.
Dunque, anche a causa di facinorosi, agenti segreti, infiltrati occidentali – americani e israeliani -, le proteste della popolazione iraniana sono state più insistenti e dure, cui è seguita naturalmente una repressione feroce e spietata con migliaia di giovani, soprattutto, morti ammazzati. Ora ci preme lasciare questo scenario socialmente triste e desolato, volendo rivolgerci verso quello culturale/letterario, perché appare necessario comprendere il contesto politico e sociale seguito alla rivoluzione islamica del 1979, percorrendolo, però, in maniera chiaramente sintetica. Un personaggio molto famoso, che ha contestato duramente Khomeini e la politica di soppressione delle libertà fondamentali in Iran, è stata la scrittrice Oriana Fallaci nel libro Intervista con il potere.
La Fallaci critica duramente la politica khomeinista che riduce a zero le libertà fondamentali, quali quelle di movimento, di espressione, o quelle a danno dell’ universo femminile. Tra le tante domande la Fallaci chiede a Khomeini quale sia la ragione per la quale le donne iraniane siano obbligate a indossare il chador, il lungo velo che copre del tutto il corpo e i capelli delle donne fino ai piedi, chador che lei è stata costretta a indossare come condizione per l’intervista all’Iman. Con i suoi “terribili occhi”, che fino a quel momento avevano ignorato la Fallaci, Khomeini risponde: “Tutto questo non la riguarda. I nostri costumi non riguardano voi occidentali. Se la veste islamica non le piace, non è obbligata a portarla. Il chador è per le donne giovani e perbene”. Poi rise. Una risata chioccia, da vecchio. (…) Grazie, signor Khomeini. Lei è molto educato, un vero gentiluomo. La accontento sui due piedi. Me lo tolgo immediatamente questo stupido cencio da medioevo. E con una spallata lasciai andare il chador che si afflosciò sul pavimento in una macchia oscena di nero”.
E i poeti, che sono vissuti nel periodo dell’affermazione della repubblica islamica, che dicono? Che scrivono? Descrivono le angosce e le preoccupazioni popolari, il contrasto anche ideologico nei confronti delle chiusure e delle persecuzioni, il dolore diffuso per le vessazioni che subiscono gli intellettuali e tutta la società nel suo complesso. Di uno di questi poeti, di Ahmad Shamlu (1925/ 2000), un testo davvero esemplare, soprattutto pensando all’oggi e alle cruente repressioni alle quali assistiamo preoccupati, ha per titolo In piazza:
“Quel che si vede
e quel che scorre davanti agli occhi.
Dove militari si allenano
al massacro
potrebbero stendersi verdi prati e ragazzini
essere un arcobaleno
danzante e
fragoroso”.☺
