Un atto di resistenza
Scrivo queste riflessioni mentre i dati dell’affluenza alle urne per il Referendum Costituzionale del 22 e 23 marzo 2026 iniziano a delinearsi con chiarezza. Il primo sentimento, quasi fisico, è lo stupore. Nonostante un’inerzia legislativa che rasenta il sabotaggio del diritto al voto per i fuori sede, l’affluenza colpisce e, lasciatemelo dire, fa ben sperare. Siamo reduci dalla campagna elettorale più brutta che io ricordi, segnata da populismi aggressivi, linguaggi inappropriati e una distorsione della verità che lascia addosso una profonda inquietudine. Eppure, in questo rumore assordante, c’è un segnale che arriva dalle urne e che merita un’analisi che vada oltre la superficie.
Non sono più giovane, e proprio per questo rifuggo l’arroganza di chi vorrebbe farsi portavoce delle nuove generazioni. Ma li osservo, li ascolto e, sempre più spesso, mi ritrovo a doverli difendere nelle discussioni tra adulti. Esiste un bias diffuso tra chi è chiuso nelle proprie visioni consolidate: l’idea che i giovani non si interessino di politica, che vivano in una bolla di disimpegno.
La mia memoria torna inevitabilmente a quando ero io, giovanissima, a militare in un partito di sinistra. Esistevano ancora le care vecchie sezioni, luoghi fisici di scontro, formazione e appartenenza. Crescendo, il mio profilo è diventato più moderato e sono trascorsi anni prima che riprendessi un’ attività politica attiva. Conosco bene quel senso di distacco, quel non sentirsi più parte di un apparato. Ma oggi la situazione è radicalmente diversa: il disinteresse non è dei giovani verso la res publica, ma della politica verso i loro spazi di espressione.
Una ricerca più recente, condotta dall’Istituto Toniolo nel 2024, smentisce categoricamente la narrazione dell’apatia giovanile. Non c’è un aumento di disinteresse; esiste, al contrario, una domanda di partecipazione che cerca disperatamente spazi adeguati. La fiducia dei giovani verso le istituzioni è estremamente articolata e razionale: se il con- senso per i partiti si attesta intorno al 31,6%, quello per il Presidente della Repubblica supera il 55%. Ma è nelle istituzioni “di servizio” che il dato esplode: oltre il 60% per la scuola, gli ospedali e il volontariato, fino a un impressionante 74% per la ricerca scientifica.
I giovani, dunque, non sono sfiduciati “di tutto e su tutto”. Riconoscono un ruolo positivo a quei soggetti pubblici che in- cidono concretamente sulla qualità della vita e sulla conoscenza. Anche la fiducia nei confronti dell’Unione Europea resta solida al 54,5%. Il quadro che emerge non è quello di una disaffezione nichilista, ma di una disillusione attiva. I ragazzi credono nello strumento della politica per migliorare la realtà, ma si sentono sistematicamente lasciati ai margini, sia come destinatari di misure legislative, sia come attori del coinvolgimento pubblico.
In questo contesto, la vicenda del voto degli studenti e delle studentesse fuori sede assume un valore simbolico devastante. Parliamo di circa 5 milioni di cittadini a cui è stato chiesto di affrontare costi e spostamenti logistici proibitivi per esercitare un diritto costituzionale. È un ostacolo che poteva essere superato con una semplicità disarmante: bastava permettere l’iscrizione alle liste elettorali nel comune di domicilio temporaneo per motivi di studio o lavoro.
Se nelle elezioni politiche o europee il legame con il collegio territoriale ha una sua logica di rappresentanza, in un referendum nazionale con un quesito identico in tutta Italia – un “Sì” o un “No” che pesano allo stesso modo da Bolzano a Pantelleria – non esisteva alcuna scusa tecnica valida. Nasce il dubbio che negare questo diritto non sia stata una svista organizzativa, ma una scelta politica precisa: il timore di un elettorato critico, informato e non polarizzabile secondo le vecchie logiche di parte.
Il timore che emerge con forza dai focus group giovanili non è tanto il rischio di una deriva autoritaria classica, quanto quello di uno svuotamento della democrazia. La paura è che la democrazia diventi un guscio vuoto, prosciugato dalla sfiducia e dall’autoreferenzialità di una classe politica che non sa cogliere i bisogni reali. Il male maggiore, agli occhi dei giovani, è il trionfo dell’ individualismo (“ognuno pensa per sé”) e la tendenza della politica a esasperare i conflitti anziché cercare punti di sintesi per il bene comune.
Eppure, quasi tre giovani su quattro dichiarano che, se la politica offrisse veri spazi di partecipazione, il loro approccio cambierebbe radicalmente. C’è una riserva di energia civile pronta ad essere mobilitata dal basso. Se l’affluenza di queste ore tiene, è merito della loro resilienza, di quella parte di giovani (e sono la maggioranza) che crede ancora sia possibile impegnarsi in prima persona per far funzionare meglio il Paese.
Restituire il diritto di voto a chi vive lontano da casa sarebbe stato il segnale più semplice per dimostrare che la democrazia appartiene a tutti. Se la politica vuole recuperare credibilità, deve smettere di temere il voto dei giovani e iniziare a temerlo come un’opportunità di rinnovamento irripetibile. Il bene comune non può più essere un club esclusivo per chi ha la residenza nel posto giusto.
Se l’affluenza di queste ore confermerà i trend, sarà la prova che la voglia di partecipazione supera le barriere burocratiche. È un segnale che ci impone un dibattito responsabile, che sia sull’acqua, sulla Costituzione o sul lavoro.
Dobbiamo tornare a parlare un linguaggio di verità, abbandonando i populismi che hanno inquinato gli ultimi mesi. Lo dobbiamo a chi, nonostante le stazioni affollate e i rincari dei treni, ha deciso di esserci. Perché la democrazia non è un rito per pochi, ma un respiro collettivo che non può più permettersi di lasciare indietro i polmoni più giovani del Paese.☺
