Un cammino nella storia
28 Giugno 2025
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Un cammino nella storia

Il nome del cammino “Dalla terra dei briganti al sentiero degli anarchici” di per sé già evoca pagine di storia: brigantaggio post-unitario, tentativo insurrezionale di anarchici internazionalisti. All’indomani dell’ unità d’Italia, in tutti i territori del “liberato” Regno delle due Sicilie, ex soldati borbonici, contadini, disperati, insorsero nel tentativo di ripristinare il vecchio regime, poi… “fummo calpestati: noi ci vendicammo, ecco tutto”.
Il neonato regno d’Italia impiegò ben otto anni per annientare definitivamente lo spirito eversivo del popolo meridionale. E i territori attraversati dal Cammino sono stati teatro di guerriglia. Nell’agosto del 1861 i capibanda Cosimo Giordano, Filippo Tommaselli, Michele Caruso, Antonio Secola, Francesco Saverio Basile, detto Pilorusso, e tanti altri furono a capo delle eversioni in molti paesi della neonata provincia di Benevento. Al grido di “viva Francesco II”, issarono la bandiera bianca con il giglio borbonico. Ci furono morti. A Fragneto Monforte furono fucilati dai rivoltosi due uomini. Il 24 agosto, soldati piemontesi prelevarono sette persone denunciate dal delatore Ciccu ‘u guardiano e furono giustiziati. Nel 1863, Francescantonio Iannella, il su citato Ciccu ‘u guardiano, fu ucciso. E il popolo cantava: “Cu ‘na palla e ‘nu turnese, s’e quietato ‘nu paese. Beata ‘a chella mano, c’a premuto chillo cane”.
Pontelandolfo il 7 agosto 1861 insorge durante la festa di san Donato e abbatte le croci sabaude, alza i gigli, brucia gli archivi comunali e canta il Te Deum. Nella rivolta muoiono tre persone. Poi l’11, il tenente Bracci con 44 uomini entra in paese e si scontra con i rivoltosi. Rifugiatisi nella torre baronale e investiti dal furore del popolo, da lì fuggirono verso San Lupo. Sopraffatti nello scontro con i briganti di Angelo Pica, condotti a Casalduni, i superstiti furono passati per le armi. Il collaborazionista Achille Jacobelli invoca Cialdini affinché “i due paesi citati soffrano un tremendo castigo che sia d’ esempio alle altre popolazioni del sud”. E così fu.
Il 14 agosto il colonnello Negri e il maggiore Melagri, entrati all’alba nei due paesi, eseguirono gli ordini ricevuti e la mattina del 15 telegrafarono: “Ieri mattina all’alba, giustizia fu fatta contro Pontelandolfo e Casalduni. Essi bruciano ancora”. La spietata repressione messa in atto, con fucilazioni, stupri, col terrore, con deportazioni di massa, schiacciò inesorabilmente le speranze di tanti miserabili.
Distruggere un’identità. Per cosa? Per “un piccolo regno unito di second’ordine, che ha perduto qualsiasi pretesa di valore universale, cedendola al più logoro principio borghese (…) un regno soddisfatto della sua unità, che non significa letteralmente nulla, un’unità meccanica e non spirituale (cioè non l’unità mondiale d’una volta) e per di più pieno di debiti non pagati…” scrive Fëdor Dostoevskij. Eppure non tutto è stato annientato, le pietre sono lì.
Camminando per le strade di quei paesi, per le contrade di quei territori, si incontrano pietre che erano lì in quei giorni e hanno visto e udito, cippi che onorano i caduti per mano piemontese, fontane e casolari presso i quali i briganti hanno sostato o sono stati dati alle fiamme della repressione. Ci sono persone che non hanno dimenticato. Amedeo non era presente quel lontano 14 agosto 1861 e, nonostante i 163 anni trascorsi nell’oblio di quegli eventi e una storiografia che ha veicolato la versione dei vincitori, lui non festeggia l’unità d’Italia. “Molti” dice “hanno ancora timore di gridare la loro verità, sono ancora succubi della tirannia dei vincitori”.
Il dolore per la repressione del brigantaggio era ancora vivo quando nel 1877 gli anarchici internazionalisti scelgono il Matese come luogo per tentare una sollevazione popolare. Lo ritenevano idoneo alla cosiddetta “propaganda di fatto” e loro dovevano “… lavorare, per risvegliare negli oppressi il desiderio vivo di una radicale trasformazione sociale, e persuaderli che unendosi, essi hanno la forza di vincere”. Scelsero San Lupo. Cafiero, Malatesta, Ceccarelli e altri anarchici internazionalisti arrivarono alla spicciolata. Il piano insurrezionale naufragò e gli anarchici marciarono a Letino. L’8 aprile 1877 la banda entrò nel comune di Letino, proclamarono la rivoluzione sociale. Al popolo che si era radunato intorno alle carte che bruciavano, il Malatesta spiegò le ragioni di quei gesti. Replicarono le azioni a Gallo dopo una mezz’ora di cammino. Furono mobilitati dodicimila uomini per costringerli alla resa. Così fu. Il popolo non insorse e il sogno rivoluzionario si infranse.
Ecco! Il cammino “Dalla terra dei briganti al sentiero degli anarchici” è permeato di questi eventi e partendo da Fragneto Monforte, passa per Pontelandolfo, San Lupo, calpestando le orme di briganti e anarchici, passa per la masseria Amato, attraversa l’area mineraria di Cusano Mutri, le faggete di Bocca della Selva e arriva al Lago del Matese e di lì a Letino e Gallo.☺

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