Un nobile lavoro
6 Maggio 2026
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Un nobile lavoro

Recentemente il professor Tomaso Montanari si esprimeva così circa le azioni dei vari governi italiani in campo ecologico: “una incomprensibile timidezza sul cruciale tema ambientale” (Il fatto quotidiano, 26/03/2026). La stretta attualità, poi, che ha visto – e vede ancora – la nostra regione fronteggiare l’emergenza che le avverse condizioni meteorologiche di queste ultime settimane hanno causato, mi ha confermato nell’ intenzione di riflettere su un aspetto del ‘tema ambientale’, il problema dei rifiuti. Vorrei partire da waste pickers [pronuncia: ueist pichers] – volutamente alla forma del plurale – un’espressione inglese che ho sentito citata in un servizio del telegiornale alcune settimane fa; inoltre mi è giunta in soccorso la lettura dell’articolo di Andrea Barsotti sul numero del mese scorso della nostra rivista che ben evidenziava che “lo spreco alimentare non è solo un problema economico ma anche etico, sociale e ambientale; non è soltanto colpa di una sovrapproduzione, ma anche una non appropriata gestione delle quantità e della loro distribuzione” (la fonte, n. 236).
Il servizio del telegiornale cui facevo riferimento proponeva immagini sconvolgenti: erano quelle di Dandora, “la più grande discarica a cielo aperto dell’Africa orientale: una gigantesca montagna di rifiuti che si estende per più di dodici ettari alla periferia est della capitale keniana. Qui ogni giorno migliaia di persone cercano di sopravvivere frugando tra i materiali di scarto alla ricerca di qualcosa da recuperare, riciclare e rivendere” (Unibo Magazine, 23/03/2026).
Ma andiamo con ordine: l’ espressione waste picker è composta da due sostantivi, il secondo derivante dal verbo pick che significa principalmente ‘prelevare, raccoglie- re’, mentre waste significa ‘rifiuto, scarto di lavorazione’. Ad essere precisi waste è pure un verbo che traduce ‘sprecare’, quindi, anche linguisticamente passa l’idea di un’azione di sperpero di risorse, quelle che nel nostro tempo iniziano a mancare per varie ragioni, tutte riferibili al comportamento bizzarro di noi umani.
All’inerzia sul problema della cura e della salvaguardia dell’ambiente, si unisce oggi anche la facilità con cui vengono dichiarate le guerre – cosa lontanamente immaginabile, dalla seconda metà del secolo scorso – che altro non è che il risultato di una cultura che rifiuta il senso dell’umano, riduce tutto a merce, perseguendo la logica del profitto e dell’accaparramento delle ricchezze. Senza voler demonizzare la crescita della nostra civiltà – dalla quale per altro non possiamo più tornare indietro – è innegabile che il sistema di vita occidentale è il principale responsabile delle attuali condizioni ambientali, conseguenza dello sviluppo industriale insieme all’indotto delle comunicazioni e dei trasporti.
Le montagne di rifiuti di Nairobi – e non le uniche! – ci riportano un quadro desolante della società contemporanea. Secondo il Manifesto “nelle discariche della capitale keniana ogni giorno arrivano duemila tonnellate di rifiuti. Raccolte e smistate da waste pickers per due dollari al giorno, senza tutele e senza diritti” (19/03/2026). Il termine si riferisce a lavoratori indipendenti che si occupano di raccogliere, separare e vendere i materiali che trovano in discarica per destinarli al riciclo o al riutilizzo. Sono oltre 20 milioni le persone nel mondo che traggono sostentamento da questa attività poco conosciuta, ma di per sé ‘nobile’. Chi “rac- coglie i rifiuti” contribuisce a migliorare le condizioni dell’ ambiente poiché tale comportamento combatte l’ inquinamento da plastica e potenzia il riciclo, riducendo sensibilmente l’impatto negativo.
Ma non tutto brilla per correttezza, trasparenza e solidarietà! Il rovescio della medaglia è la condizione di estrema povertà in cui molti waste pickers sono costretti a vivere. Quando sono lavoratori o lavoratrici ‘assunti/e’ non ricevono sufficienti tutele né giusta retribuzione; gran parte di essi/e non sono altro che persone disperate: “Molti raccoglitori di rifiuti non percepiscono alcun compenso (o un compenso adeguato) per vivere, e operano sovente in condizioni lavorative precarie. Inoltre, devono frequentemente affrontare discriminazioni, abusi e l’esclusione dai processi decisionali che incidono sulle loro vite e sulla loro sopravvivenza economica” (rige- neriamoilterritorio.it).
Da alcuni anni si cerca di regolare con apposite leggi la condizione dei waste pickers, ed è allo studio un Trattato internazionale che li tuteli e prenda in considerazione il loro importante contributo alla causa ambientale. Una di loro, Madi Koena del Sudafrica, ha sottolineato: “È essenziale che i raccoglitori di rifiuti partecipino alla definizione delle politiche del Trattato e che le loro voci vengano ascoltate. Come madre e nonna, ho iniziato a raccogliere rifiuti e a vendere materiali riciclabili per assicurare il cibo alla mia famiglia […] Un Trattato efficace deve garantire condizioni di lavoro migliori e dignitose, protezione sociale, maggiori opportunità di formazione e maggiore sicurezza per i lavoratori”.☺

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