Un olandese napoletano
9 Aprile 2024
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Un olandese napoletano

Il XIX secolo fu l’epoca del Grand Tour, quella eccentrica moda nata in Inghilterra fra gli uomini ricchi: forti delle nuove scoperte tecnologiche e di un mondo che all’epoca era ai piedi di una piccola isoletta ai margini dell’Europa, centinaia di intellettuali, artisti e possidenti cominciarono a viaggiare in giro per il mondo, alla scoperta di nuovi paesaggi: la meta preferita era proprio l’Italia meridionale.
E così, in un viavai di ricchissimi turisti che visitavano Napoli ogni anno, gli ordini di quadri e souvenir erano numerosissimi e fecero anche la fortuna dei pittori più modesti: ci sono ancora oggi vedute del Golfo di Napoli a San Pietroburgo, a Parigi, ad Amsterdam, a Londra, Liverpool ed in tutte le città d’Europa.
Maestro dei paesaggi partenopei
Eppure, il padre dei paesaggi napoletani non fu un napoletano, ma un olandese, conosciuto come Antonio Pitloo. Nato nel 1790 ad Arnhem, un paesino nell’entroterra dei Paesi Bassi, Anton Sminck Van Pitlo era l’ultimo figlio di una ricchissima famiglia di commercianti olandesi.
Amante dei viaggi, decise di cominciare la carriera da artista fra Parigi e Roma, grazie al sostegno di Luigi Bonaparte. Il suo incontro con Napoli fu però fortuito: dopo la caduta di Bonaparte non poté più pagarsi gli studi romani e fu costretto a cercare una nuova meta verso cui viaggiare. Un giorno vide un quadro del golfo di Napoli e si innamorò dei colori e della vita che gli avrebbe promesso la città che lui stesso definì “un dipinto di Dio”.
I pescatori, maestri di dialetto
Trasferito a Napoli con in mano qualche tela, con i soldi della famiglia e tante speranze, Pitloo decise di stabilirsi sulla spiaggia di Chiaia, che rimase sempre uno dei suoi luoghi più amati. Il primo dei problemi che affrontò, però, fu la lingua: i pescatori e l’umile gente che abitava il Vico del Vasto a Chiaia, infatti, non riuscivano a comprendere una parola di ciò che dicesse il pittore. Anzi, spesso, credendolo semplicemente pazzo, gli regalavano pagnotte, pesci ed altre cose da mangiare, per accogliere il nuovo arrivato.
Per non parlare del nome: Anton Sminck Van Pitlo era impronunciabile per qualunque napoletano. Nacquero così decine di storpiature che facevano ridere il pittore olandese, amante della spontaneità dei suoi nuovi amici. Nell’ignoranza, poi, tutti trovarono un accordo: i napoletani, anche i più dotti, lo battezzarono “signor Pitloo”, perché, d’altronde, tutti gli stranieri hanno un cognome con due o. E così diventò per tutti il “Signor Pitlù” (o Pitlò!), perché, altra regola universale, in Italia le due “o” finali nel cognome si leggono sempre all’inglese, anche quando si è olandesi.
Scuola di pittura di paesaggi
Gli stessi funzionari dellantica capitale borbonica avevano numerose difficoltà nello scrivere il suo nome e così, quando fu invitato a diventare professore dell’Accademia di Belle Arti, Pitlo decise di napoletanizzarsi del tutto: cominciò lui stesso a firmarsi Antonio Pitloo sui documenti ufficiali e sulle sue opere, proprio come veniva chiamato dai pescatori di Chiaia. Così, da ospite imbarazzato, in pochi anni diventò un olandese napoletano.
Nel 1810 fondò poi una scuola di pittura nella quale si formarono i più importanti pittori paesaggisti napoletani, fra cui Giacinto Gigante e Teodoro Duclère (il cognome inganna: è nato e morto a Napoli!).
Eppure, la città che tanto amò e che visse con tanto sentimento, lo tradì. Durante il 1837 ci fu una epidemia di colera e proprio il signor Pitloo fu una delle prime vittime del morbo, a soli 48 anni.
Al suo funerale parteciparono centinaia di persone, tutte affezionate a quel pittore olandese dai modi così semplici e simpatici che, nessuno lo previde, fu anche il padre della pittura en plein air divenuta famosa in Francia vent’anni dopo, con gli impressionisti.☺

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