Un popolo si ribella
La ribellione della Tuscia contro la possibilità di ospitare nel suo territorio un deposito (discarica) di 95mila metri cubi di scorie nucleari ha sorpreso quasi tutti.
Ha sorpreso i governi che avevano ritenuto di utilizzare la tradizionale sudditanza dei viterbesi per chiudere definitivamente l’annoso problema della pessima eredità del nucleare nel nostro Paese. In molti, nel mondo delle istituzioni e della politica, dei tanti fasulli tecnici e affaristi, dei nuovi retori del nucleare avevano pensato che non si sarebbe ripetuta la rivolta di Scanzano Ionico, quando decine e decine di migliaia di lucani nel novembre del 2003 bloccarono il treno delle scorie nucleari che, con un decreto, il governo Berlusconi voleva spedire in Lucania.
Ha sorpreso una parte importante del mondo ambientalista, basta leggere le dichiarazioni ufficiali dei vertici nazionali di Lega Ambiente e del WWF che incredibilmente, e al di fuori di ogni logica, sono divenuti fra i primi difensori delle scelte del governo e della società Sogin. Detta società pubblica, che da anni e anni avrebbe dovuto occuparsi dello smantellamento degli impianti nucleari, è stata commissariata per ben due volte, essendosi dimostrata una costola della politica e delle correnti politiche piuttosto che un luogo neutro dedito alla scienza e alla tecnica.
Ha sorpreso gli stessi abitanti della Tuscia, 292mila cittadini, più o meno quanti sono gli abitanti del Molise, un territorio, quello viterbese abituato a subire da anni varie servitù: migliaia e migliaia di ettari di campagna fertile destinati ad essere occupati da pannelli solari e pale eoliche, cave trasformate in discariche, pozzi geotermici, pesticidi e tanto altro.
L’opinione diffusa negli ambienti che contano e nel senso comune era che Viterbo, la città dei Papi, sarebbe divenuta la capitale delle scorie nucleari d’Italia. Le cose hanno però preso un’altra direzione. La Tuscia si è ribellata ed ha accettato la sfida dei poteri forti e meno forti che la volevano agnello sacrificale del nucleare di ieri e del nucleare del futuro. Le ragioni di questa resistenza sono semplici e al pari tempo utili per quanti non intendano rassegnarsi all’andazzo dei nostri tempi.
Nel 2021, quando ben 22 siti su 67 per lo stoccaggio di scorie nucleari furono individuati nella Tuscia, vi fu una sorpresa, uno smarrimento diffuso, ma non certo una ribellione. Poi i primi comitati spontanei, associazioni ambientaliste locali, i biodistretti e in primo luogo il Biodistretto della via Amerina iniziarono ad interrogarsi, a studiare la materia, a mobilitare intellettuali ed accademici, esattamente il contrario di quanto sostengono alcuni soloni ambientalisti. Non vi fu una istintiva difesa del proprio giardino, una scesa nella piazze dei cittadini, ma l’analisi sulla compatibilità fra le caratteristiche obiettive e sociali del territorio e la presenza di una discarica nucleare. Sono stati necessari quasi tre anni per arrivare, il 25 Febbraio del 2024, alla prima mobilitazione di popolo a Corchiano, nel cuore del territorio del Biodistretto della via Amerina e delle Forre, altro che sindrome NIMBI (mai nel mio giardino). Abbiamo partecipato al seminario nazionale, abbiamo chiesto il confronto con le massime autorità italiane, abbiamo fatto un gran lavoro di ricerca, abbiamo intensificato il dialogo con i cittadini, ma soprattutto abbiamo potuto disporre di uno straordinario patrimonio sociale e politico, una eredità preziosa, risultato da una attività sul territorio per più di dieci anni del Biodistretto della via Amerina.
Questa storia, che non è certo un pranzo di gala, ci parla della possibilità di ridare senso e dignità alla politica, ma ad una condizione ben chiara: il territorio come laboratorio che ha al centro il progetto della sostenibilità ambientale e sociale. Ovvero trasformazione sociale e conflitti con quei poteri che disgregano e degradano società ed ambiente, partecipazione diretta dei cittadini e dialettica con le istituzioni locali.
Un tempo lontano, nella sinistra con ragione si affermava che la “Politica” era la chiave della mediazione per contrastare i corporativismi della società e i produttori sarebbero stati la garanzia sociale di questo processo. Molta acqua è passata sotto i ponti e la “globalizzazione” ha dato il peggio di sé. La classe operaia ha perso la sua centralità e il sistema politico stesso si nutre della disgregazione e frammentazione sociale. Qui la chiave per comprendere i populismi, il tramonto della democrazia e il ritorno dei nazionalismi.
I territori con le loro contraddizioni e i loro bisogni possono rappresentare la fabbrica dei nostri giorni, i luoghi ove ricostruire le ragioni del cambiamento, il filo della ricomposizione sociale, dei diritti e della democrazia. Nella Tuscia qualche primo passo si è fatto, ancora pochi e incerti, però essenziali per fermare il treno della divisione e del corrompimento sociale guidato dai venditori delle scorie. “Vi ricopriremo d’oro”, questa era la buona novella dei nuovi spacciatori. Promesse e lusinghe che sono cadute nel vuoto. ☺
