Un territorio che frana
13 Maggio 2026
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Un territorio che frana

I dissesti idrogeologici, oggi come nell’antichità, sono eventi che rientrano tra le “calamità naturali”, ossia eventi dannosi provocati dalle forze della natura. L’entità di una calamità naturale dipende non solo da cause naturali, ma anche da fattori antropici, quali i cambiamenti climatici, urbanizzazione incontrollata, deforestazione e degrado ambientale.
L’umano ha la tendenza a sottrarsi da queste responsabilità. La concezione che la natura sia finalizzata all’uomo ha radici profonde e ben radicate. “Le piante esistono in vista degli animali e gli altri animali in vista dell’uomo … Se la natura non fa nulla di inutile né di imperfetto, è necessario che essa abbia fatto tutte queste cose in vista dell’uomo” sosteneva Aristotele e “Tutto … è stato creato in funzione di qualcos’altro: le messi e i frutti che la terra produce furono creati per gli animali, gli animali per gli uomini” scriveva Cicerone. E, altri filosofi, intellettuali, prima e dopo di questi menzionati, hanno legittimato ogni tipo di intervento dell’umano sull’ambiente.
Gli aspetti di tipo economico prevalgono sulla morale e, le deforestazioni, i disboscamenti, legati alle esigenze dell’agricoltura, della pastorizia, alle attività edilizie, alla cantieristica navale, fino a pochi decenni or sono, hanno costituito i fattori di maggiore degrado ambientale. L’abate Longano nel suo Viaggio per lo Contado di Molise scrisse: “Questa provincia, prima dell’anno ‘64 del secolo che corre, aveva vastissime e foltissimi boschi di querce, fargne e cerri, per cui il bestiame tanto grosso quanto minuto fioriva. Ma il preallegato anno fu quello di una rivoluzione agraria e di pastorale. Pressoché invasati i coloni di un entusiasmo massimo di coltivare per assicurare la sussistenza di loro stessi e delle loro famiglie, … si diedero a devastare boschi e boscaglie e venne così meno da una parte la pastorale e dall’altra l’agricoltura”. Questo lo scrisse nel 1796.
Quest’opera di accaparramento di terreni da destinare all’agricoltura e di legna da destinare alle varie attività umane si protrasse nell’Ottocento e ancora nel secolo scorso. Da una cartina del 1809 si evince la presenza di estesi boschi nel basso Molise. Il bosco di Ramitelli si estendeva dal fiume Saccione al vallone di Canne e dal mare a Difesa Grande. Il bosco di Petacciato occupava un’area delimitata dal Sinarca e dal Trigno e dal mare fino al vallone di Sologne. Oggi di questi boschi litoranei, quelli in adiacenza del fiume Biferno (bosco Tanassi), del bosco Pontoni, non ne resta che qualche sparuto albero.
Ecco, nonostante la consapevolezza e il timore delle conseguenze di tale arroganza, l’uomo ha, avvalendosi di conoscenze e tecniche, perpetuato questa aggressione alla natura per raggiungere i propri fini, allontanandosi sempre più da una pacifica convivenza. L’uomo ha sfidato costantemente la natura, alterandone equilibri fondamentali. E questo osare, anche in zona di montagna, espressione di scelte politiche, oggi definite neoliberiste, ha determinato notevoli trasformazioni paesaggistiche e gravi dissesti idrogeologici, contribuendo a quelle problematiche ambientali di cui oggi tanto si parla.
Il Molise risulta essere la regione italiana più colpita dal dissesto idrogeologico. Il 30% del territorio regionale è classificato a pericolo frane e, dal censimento dei fenomeni franosi dell’ISPRA del 2025, risultano ben 23.950 frane attive e/o in stato di quiescenza, come la frana di Petacciato. Quest’ultima è attiva da oltre 100 anni e per la quale nel 1963 un decreto prevedeva la delocalizzazione del paese. Una frana “intermittente”, ossia un dissesto che si riattiva dopo una fase di apparente stabilità, a seguito di intense piogge. Una frana con la quale bisogna convivere. Una frana di interesse nazionale in quanto attraversata da infrastrutture strategiche, quali A-14, linea ferroviaria, viabilità costiera statale.
Studiata sin dagli anni ‘90, la Commissione Tecnico Scientifica incaricata dalla Presidenza del Consiglio, elaborò una relazione scientifica consegnata nel 2002, che, tra le altre cose, proponeva possibili interventi. Sono stati assegnati dal 2016 più di 40 milioni di euro per il consolidamento idrogeologico della frana di Petacciato, ma bisogna arrivare a dicembre del 2025 per l’affidamento dei lavori.
Follia! Nonostante una crescente consapevolezza dei danni ambientali, la Regione dorme. Era possibile mitigare la eventuale riattivazione e rendere il versante più stabile se si fossero realizzati i lavori progettati. Eppure la Regione dal suo sito fa sapere che “i programmi per l’attuazione degli interventi urgenti e prioritari per la mitigazione rischio idrogeologico … sono al momento dell’ordine di 150 milioni di euro”. Una disponibilità economica rilevante ma l’ inefficienza vanifica i risultati.
I molisani meritano una politica finalizzata alla prevenzione, ad una gestione del territorio rispettosa delle sue vocazioni, passando da un fare emergenziale ad uno che guarda al futuro.☺

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