Una rivoluzione tra i banchi
Nelle scuole italiane c’è un piccolo terremoto silenzioso. Finalmente! Non scuote i muri ma tante certezze, e sta cambiando il modo in cui migliaia di ragazzi leggono, scrivono e pensano. Si chiama Writing and Reading Workshop, WRW per chi lo pratica ogni giorno, ed è un metodo che nasce lontano da qui, negli Stati Uniti, negli anni Ottanta, quando alcune studiose – tra cui Nancie Atwell e Lucy Calkins – iniziano a chiedersi se davvero la lingua si possa insegnare solo spiegandola, e osano dire che la lingua… non si insegna proprio: si pratica.
Per imparare a “leggere e scrivere”, affermano candidamente, bisogna “leggere e scrivere”. Non come esercizio meccanico, ma come attività autentica, quotidiana, personale. Da questa intuizione prende forma un modello che assomiglia più a una bottega artigiana che a una lezione frontale: un percorso-laboratorio dove si osservano testi veri, si sperimenta, si sbaglia, si riscrive, si parla di libri come fanno i lettori veri e si costruiscono testi come fanno gli scrittori veri.
Per anni resta un fenomeno soprattutto americano, poi europeo. In Italia arriva più tardi, quasi in sordina. Ma negli ultimi dieci anni qualcosa cambia: insegnanti curiosi, reti professionali e gruppi di formazione iniziano a sperimentarlo nelle classi, adattandolo al nostro contesto culturale.
Oggi esiste una vera e propria via italiana al WRW, come racconta il gruppo Italian Writing Teachers, che dialoga con i maestri statunitensi ma attinge anche alla nostra tradizione umanistica e ai pedagogisti che hanno messo al centro studenti e comunità di apprendimento.
A dare un impulso decisivo è stata Jenny Poletti Riz, insegnante e formatrice, che ha introdotto il metodo in Italia circa un decennio fa. I suoi manuali – tra cui Educare alla lettura con il WRW (Erickson, con Silvia Pognante) – sono oggi punti di riferimento per chi vuole trasformare la classe in un laboratorio di lettura e scrittura. Il volume definisce la cornice metodologica del WRW, ne illustra l’ambiente di apprendimento e offre piste di lavoro concrete, materiali operativi e indicazioni per la valutazione. Un ottimo punto di partenza per una formazione fai-da-te, almeno iniziale.
“Il laboratorio non è un metodo, è un modo di stare in classe”, ripete spesso Poletti Riz nelle sue formazioni. Una frase che sintetizza bene la filosofia del WRW: non una tecnica da applicare, ma un “cambio di postura”. L’insegnante diventa guida, non giudice; il tempo di lavoro diventa spazio di ricerca; l’errore diventa occasione, non colpa.
La formatrice Silvia Pognante sottolinea come il WRW “immerga mente e corpo degli studenti in un apprendimento attivo”, favorendo autonomia e consapevolezza. E la ricerca internazionale conferma che pratiche di lettura e scrittura autentiche aumentano motivazione, competenze e partecipazione.
Non è un’onda travolgente, anzi è ancora sconosciuto ai più, ma avanza in modo lento e costante, e cresce grazie all’entusiasmo de- gli insegnanti più curiosi (forse coraggiosi?) e alla voglia di rinnovamento di chi, ogni giorno, vede quanto sia difficile motivare gli studenti con strumenti ormai logori.
Oggi il WRW è presente in moltissime realtà italiane, anche se non è ancora un metodo “ufficiale”, e su di esso si basa l’ impostazione di numerosi manuali didattici per le scuole. È una pratica che si diffonde dal basso, come spesso accade alle innovazioni più autentiche. E convince perché funziona: gli studenti leggono di più, scrivono meglio, partecipano con maggiore consapevolezza. Scoprono che la scrittura non è un compito, ma un modo per dire chi sono; che la lettura non è un dovere, ma… un incontro.
Questo approccio, nato per l’ italiano, si rivela sorprendentemente efficace anche nelle altre discipline, ovunque ci sia bisogno di pensare, argomentare, costruire significato.
Le Nuove Indicazioni Nazionali lo stanno recependo? Riflettiamoci. La scuola italiana ha bisogno non solo e non tanto di visori, ma di trasformarsi in un laboratorio. Un luogo dove si impara facendo, dove la teoria nasce dalla pratica e non il contrario, dove la conoscenza è un’esperienza da vivere. Don Milani lo avrebbe amato, il WRW, oso pensare, e lo avrebbe promosso. Anche perché lo praticava. L’emancipazione dei nostri ragazzi, e lui lo sapeva bene, passa attraverso il piacere e l’utilità dell’imparare. Ricordiamocelo sempre.☺
