etica medica
19 Aprile 2010 Share

etica medica

 

Si può consentire al medico di staccare la spina e procurare la morte? E’ giusto comunicare la diagnosi ad un uomo ammalato e come comunicargliela?  E' giusto posticipare la fine di una vita per qualche settimana attraverso interventi terapeutici, anche se è chiaro alle persone coinvolte che con tali interventi non si arriverà a risultati concreti dal punto di vista medico e che una vita umana comunque si sta spegnendo?

             Oggi la realtà ordinaria della medicina, la diagnostica e le terapie messe in atto in ogni campo, si misurano con decisioni e risposte di valore etico. Domande che, sulla base della sola medicina e dal punto di vista meramente scientifico, non possono trovare una risposta soddisfacente. La medicina acquista sempre più spazio nell’aiutare a comprendere la fenomenologia della vita fino ai confini tra vita e morte, ma non può essere la medicina, da sola, con i saperi ad essa collegata,  capace di definire il senso della vita, il valore di una vita, i diritti e doveri di un vivente.

Il progresso ci ha portato a risultati tali da richiedere decisioni di natura globali, perciò non solo mediche, bensì filosofiche, antropologiche, teologiche, nonché giuridiche. L'etica medica, sotto questo aspetto, non è un'etica particolare o di un gruppo particolare, bensì l'etica della comunità  per situazioni particolari in cui un soggetto umano viene a trovarsi, laddove entra in gioco la salute e la vita, primo e fondativo diritto.

La particolarità di questo contesto etico risiede nel fatto che al medico (e a tutti gli operatori concomitanti) è chiesto di intervenire su un bene assai alto: la salute umana, unita ai temi del dolore e della morte che racchiudono il mistero della vita. Il medico, per giunta, si trova ad agire all’interno di una relazione fortemente asimmetrica ed impari  tra lui e il paziente. La responsabilità per la diagnosi e la terapia ricade sul medico; il paziente può accettarla o rifiutarla, (consenso informato) ma non è lui, bensì il medico a decidere la terapia sulla vita del paziente.

Le conoscenze scientifiche e ciò che la tecnologia applicata consente, affidano al medico un ruolo cardine, sempre più importante e sempre più frammentato tra numerose competenze specialistiche, convergenti, però, sull’unico soggetto che è il paziente. Nel triangolo che si determina, costituito da paziente – medico – familiari/società, l’operatività terapeutica più incisiva ed efficace, normalmente, ha nel medico l’operatore protagonista, ma il soggetto principe rimane il malato, al cui bene deve obbedire il medico, la società, le strutture e le applicazioni tecnologiche.

Il medico e la medicina vivono, oggi sempre più,  stretti tra una  tentazione di onnipotenza e una fragilità istituzionale crescente. Le società moderne hanno acquisito un “bio-potere”, espressione che assumo nel significato semplice del potere di entrare dentro la vita biologica. Le  motivazioni originarie sono in gran parte positive: vaccinazioni, accertamenti epidemiologici, prevenzioni, in forme obbligatorie o facoltative, oppure si ci muove per finalità desiderabili come sconfiggere malattie non ancora curabili e nuove che sorgono. Si accompagna un potentissimo apparato di “ricerca e sperimentazione”, sorretto e alimentato da un potere economico che sulla vita  ha scoperto un settore privilegiato di profitto in termini di puro consumo, dentro uno spettro di azione  esteso ad ogni forma di vita: umana, animale e vegetale.

Al medico, presenza fisica e finale, accanto al malato che posto spetta in questo scenario? Rischia di diventare un “funzionario” paradossalmente efficace ma impotente di questo sistema.

Oggi, proponendosi per l’autodenuncia, alcuni medici vorrebbero che il loro gesto li portasse ad avere, da un potere politico e giuridico che giudicano stantio, l’autorizzazione a “staccare la spina”.

Se la convenzione internazionale di Oviedo del 4 aprile 1997, firmata da tutti gli stati moderni e dall’Italia ratificata con legge  n. 145 del 28 marzo 2001, dal titolo “Convenzione per la protezione dei diritti dell’uomo e della dignità dell’essere umano riguardo alle applicazioni della biologia e della medicina” all’art. 21 recita testualmente, in modo secco e definito «Il corpo umano e le sue parti non debbono essere, in quanto tali, fonti di profitto», come fa una medicina ufficiale a quantificare il profitto che si ricava dalla diversa manipolazione del corpo umano del paziente? Ma questa è prassi legale delle nostre ASL. Noi tutti, chiese, politici, associazioni, ordini professionali, sindacati e quanti altri, abbiamo sentito, visto, taciuto. Oggi abbiamo primari che al termine del turno o del mese – non conosco la tempistica – sono presi più a riempire carte che servono alla quantificazione monetaria che non cartelle cliniche o tempo per i loro pazienti. Ci siamo inchinati ad una imbecillità amministrativa i cui risultati sono sotto gli occhi: i debiti aumentano, i servizi traballano, i posti letto si riducono, gli amministrativi aumentano, gli infermieri mancano, i medici sono giudicati per capacità di guadagno più che per competenza specifica, e tutto… “a servizio del malato”.

Un sogno mi accompagna, sebbene sia stato già “paziente” più volte negli ospedali, che quando dovesse accadere di nuovo, che ci vada con le mia gambe, che vi arrivi in ambulanza, che sia cosciente o in coma, ho il sogno che tutti gli operatori sanitari, possano operare per una sola cosa: che io viva e che la mia salute migliori, se è possibile, senza che mai abbiano il potere di giocare con la mia vita. ☺

 

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