Coscienza planetaria – la conta dei morti nell’era della globalizzazione
4 Settembre 2016
La Fonte (351 articles)
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Coscienza planetaria – la conta dei morti nell’era della globalizzazione

Globalizzazione = Distrazione di massa?

Quanta consapevolezza abbiamo dei gesti che compiamo ogni giorno? Consultare le news che il nostro smartphone, in tempo reale, ci propone; sfogliare o leggere un quotidiano; guardare un telegiornale oppure ascoltare un notiziario: queste sono ormai diventate abitudini, e le azioni ripetitive, o di routine, non sono sempre accompagnate dalla consapevolezza di ciò che si sta compiendo.

Tutti i giorni ognuno di noi compie qualcuna di queste azioni e, sempre con maggiore frequenza, lo fa distrattamente, inseguendo altri pensieri o ricordi, a volte incuriosito dalla stranezza di quanto viene narrato, concentrato per un breve momento e poi immerso di nuovo nell’usuale stato d’animo. Distratto, peggio ancora indifferente, appare il nostro atteggiamento. Si potrebbe obiettare che è impossibile farsi carico di tutti i problemi del mondo; di contro osservo che non possiamo trarre vantaggio dalla globalizzazione solo quando superiamo, tutti, in aereo, distanze fino a qualche decennio fa proibitive o quando, nei supermercati, troviamo frutti esotici. E allora mi chiedo: qual è il nostro rapporto con i fatti che accadono nel mondo? Quanto ci sentiamo responsabili del lontano e del vicino a noi? Abbiamo una coscienza “planetaria”?

Il nostro rapporto con la realtà è sempre più impoverito, e crudele è purtroppo il linguaggio che lo rappresenta. Esistono parole – nella nostra e in altre lingue – che veicolano spessore culturale, profondità e rispetto; ve ne sono altre che, al contrario, traducono disinteresse e approssimazione. L’aridità del linguaggio non appartiene soltanto a chi parla o scrive senza alcun coinvolgimento; aridità – e direi crudeltà – traspaiono anche da vocaboli apparentemente innocui, che definiremmo oggettivi.

Body count, la conta dei morti

Avete mai sentito l’espressione inglese body count [pronuncia: bodicaunt]? La sua traduzione italiana è molto semplice: count è un verbo (contare, calcolare) e body, in questo caso, indica “persona/persone” ma letteralmente “corpo” o “cadavere”.

Anche se con esso sono stati denominati un’applicazione per la playstation ed un gruppo musicale heavy metal, il termine anglofono, molto usato in campo giornalistico, sta ad indicare il numero delle persone uccise in un’azione bellica o attacco militare, il numero delle vittime a seguito di un disastro naturale o di un grave incidente; vi si ricorre inoltre per riferire il numero di persone coinvolte in una particolare attività – presenza ad una manifestazione, adesione ad uno sciopero. In campo più strettamente militare è il conteggio dei soldati uccisi e delle vittime civili: numeri a volte impressionanti tanto che – ipocritamente – durante la seconda guerra del Golfo l’esercito statunitense vietò il body count per evitare pubblicità negativa di fronte all’opinione pubblica!

Paradossalmente al giorno d’oggi il numero detta legge. È diventato la base su cui impostare programmi, pianificare attività, operare scelte. I sempre più diffusi sondaggi, che ormai condizionano la vita politica ed il mercato, ricorrono al body count; e stranamente, sul piano linguistico, perifrasi e definizioni meno aride ci rappresentano la realtà dei diversi orientamenti delle persone, le loro preferenze, i loro gusti. Non semplici dati numerici ma una animata – e modificata – “visione del mondo”. E non lo chiamiamo body count!

Non cadiamo nell’assuefazione

Da anni il pianeta è insanguinato da conflitti che i mezzi di comunicazione rappresentano a fasi alterne: è agghiacciante la nostra assuefazione all’aumento vertiginoso dei numeri che descrivono situazioni drammatiche; i morti sotto i bombardamenti non si contano più, i profughi che cercano di sopravvivere alla distruzione che li travolge aumentano continuamente, la povertà e la disperazione dilagano. E dietro alle cifre, che nella loro asetticità rendono efficacemente l’idea, ci sono purtroppo persone con le loro storie, e quelle vittime, quei bambini soprattutto, come il recente caso del piccolo Omran di Aleppo, fanno appello alla nostra coscienza.

In un tempo in cui prevale la rassegnazione, queste cifre devono condurci alla consapevolezza. È tempo di disabituarci! Noi tutti dobbiamo necessariamente avere un’idea su ciò che ci circonda, su ciò che di importante accade. Noi tutti dobbiamo avere opinioni su ciò di cui la politica discute, non importa quanto complesso sia e quanto lontano tutto appaia dal nostro mondo (Roberto Saviano).☺

 

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