Un neonato a testa in giù, un’immersione nell’infernale palude stigia e l’eroe più celebrato dell’Iliade si ritrova vulnerabile e… mortale. È Achille, il piè veloce, il nemico giurato di Agamennone, l’amico fedele di Patroclo, l’uccisore spietato di Ettore, l’uomo rispettoso del vecchio Priamo. Una vera iattura per uno come lui, che vivrà il resto dei suoi giorni blindato come in una corazza, con il solo scopo di imporre agli altri un rapporto di forza monolitico.
Per giustificare l’atteggiamento del suo eroe Omero non avvertì quasi mai il bisogno di accennare alla “precarietà psicologica” di Achille. Ma ad affiancare l’Iliade, poema dell’odio, della guerra, della vendetta, a sminuirne quasi la portata, intervenne probabilmente il racconto di qualche cantore più smaliziato, che a proposito del Pelìde svelò un aspetto non trascurabile della sua esistenza, quello che lo vedeva segnato, lui figlio di dea, dalla profezia di un oracolo infausto, che lo voleva morto in guerra in giovane età. Di qui la discesa agli inferi della madre Teti e la richiesta a Plutone, re dell’Ade, di suggerirle un rimedio.
Poteva mai il dio dei morti rifiutare l’accorata preghiera di una madre oltre che dea, senza peraltro violare la volontà del fato e contraddire l’oracolo? Un modo c’era: immergesse il piccolo nelle acque del fiume che attraversava la ribollente, fetida e nera palude infernale. Si fidò Teti del suggerimento e con premura incauta di madre tuffò il pargolo in acqua, tenendolo saldamente per il tallone. La conseguenza fu che Achille divenne invulnerabile in tutto il corpo meno che nel tallone di un piede.
Su di uno smacco dunque, una parziale invulnerabilità, poggia l’esisten- za dell’eroe, che da questo momento vivrà nel tentativo continuo di rafforzare se stesso con la tracotanza, la sfida continua, la fiducia smisurata nei propri indiscutibili meriti. Può permettersi tutto Achille, anche di sfidare il responso dell’oracolo e partecipare alla guerra di Troia.
È questo l’uomo che Omero ci presenta: invulnerabile, inattaccabile, capace di avventurarsi in azioni rischiose, non necessariamente legate ad oggettivi vantaggi, ma indirizzate spesso ad appagare il proprio personale narcisismo. La lite personale con Agamennone e il rifiuto di ogni tipo di conciliazione gli faranno trascurare la morte di un gran numero di soldati achei; l’amicizia profonda con Patroclo non gli impedirà di concedere all’amico di partecipare ad una battaglia al posto suo. Quando quest’ultimo si scontrerà con Ettore e verrà ucciso, la vendetta di Achille sarà estrema. Sorretto dalla sua forza smisurata, in preda ad una furia e ad un dolore altrettanto smisurati, riprenderà le armi, sfiderà a duello Ettore e non si accontenterà di ucciderlo, ma infierirà barbaramente sul suo cadavere. Alla fine, davanti al dolore di un vecchio padre in ginocchio, renderà il corpo del nemico perché riceva degna sepoltura. Esasperata ed eccessiva anche la sua pietà.
Sembra quasi di assistere ad un continuo smascheramento da parte dell’eroe: i ruoli che assume sono diversi e, come dinanzi ad un istrione, non riusciamo a riconoscere quando recita, quando mente, quando fa sul serio.
La contesa è senza dubbio parte essenziale del suo stile di vita perché solo il contrasto portato avanti con calcolata determinazione lo rassicura e rafforza la sua autostima. Anche l’amicizia con Patroclo appare interessata, quasi la garanzia dell’ammirazione incondizionata da parte del proprio simile, e ricercata perché accresca il mito della sua onnipotenza. La vendetta costituisce infine l’apice di questa escalation: è la convalida dei successi ottenuti, ratifica la posizione di giudice assoluto della vita e della morte altrui.
Un vincitore Achille? Sì, ma destinato a svuotarsi in maniera proporzionale alle proprie vittorie. La parabola del potere non fa altro che confermare questa condanna. Mascheramento, contesa, amicizia, vendetta: sono strategie di cui oggi si sono impossessati piccoli e grandi poteri, che si ritengono invulnerabili e non fanno conto, come Achille, che può arrivare improvvisa ed inattesa la fine.
Per l’eroe greco fu la freccia di Paride. Per quelli colpiti dallo stesso delirio di onnipotenza lo strale può giungere da parte di chi coraggiosamente decide di impegnarsi per ostacolare le vittoriose cavalcate dei potenti di turno, smascherandone gli inganni e i falsi miraggi. ☺
annama.mastropietro@tiscali.it
Un neonato a testa in giù, un’immersione nell’infernale palude stigia e l’eroe più celebrato dell’Iliade si ritrova vulnerabile e… mortale. È Achille, il piè veloce, il nemico giurato di Agamennone, l’amico fedele di Patroclo, l’uccisore spietato di Ettore, l’uomo rispettoso del vecchio Priamo. Una vera iattura per uno come lui, che vivrà il resto dei suoi giorni blindato come in una corazza, con il solo scopo di imporre agli altri un rapporto di forza monolitico.
Per giustificare l’atteggiamento del suo eroe Omero non avvertì quasi mai il bisogno di accennare alla “precarietà psicologica” di Achille. Ma ad affiancare l’Iliade, poema dell’odio, della guerra, della vendetta, a sminuirne quasi la portata, intervenne probabilmente il racconto di qualche cantore più smaliziato, che a proposito del Pelìde svelò un aspetto non trascurabile della sua esistenza, quello che lo vedeva segnato, lui figlio di dea, dalla profezia di un oracolo infausto, che lo voleva morto in guerra in giovane età. Di qui la discesa agli inferi della madre Teti e la richiesta a Plutone, re dell’Ade, di suggerirle un rimedio.
Poteva mai il dio dei morti rifiutare l’accorata preghiera di una madre oltre che dea, senza peraltro violare la volontà del fato e contraddire l’oracolo? Un modo c’era: immergesse il piccolo nelle acque del fiume che attraversava la ribollente, fetida e nera palude infernale. Si fidò Teti del suggerimento e con premura incauta di madre tuffò il pargolo in acqua, tenendolo saldamente per il tallone. La conseguenza fu che Achille divenne invulnerabile in tutto il corpo meno che nel tallone di un piede.
Su di uno smacco dunque, una parziale invulnerabilità, poggia l’esisten- za dell’eroe, che da questo momento vivrà nel tentativo continuo di rafforzare se stesso con la tracotanza, la sfida continua, la fiducia smisurata nei propri indiscutibili meriti. Può permettersi tutto Achille, anche di sfidare il responso dell’oracolo e partecipare alla guerra di Troia.
È questo l’uomo che Omero ci presenta: invulnerabile, inattaccabile, capace di avventurarsi in azioni rischiose, non necessariamente legate ad oggettivi vantaggi, ma indirizzate spesso ad appagare il proprio personale narcisismo. La lite personale con Agamennone e il rifiuto di ogni tipo di conciliazione gli faranno trascurare la morte di un gran numero di soldati achei; l’amicizia profonda con Patroclo non gli impedirà di concedere all’amico di partecipare ad una battaglia al posto suo. Quando quest’ultimo si scontrerà con Ettore e verrà ucciso, la vendetta di Achille sarà estrema. Sorretto dalla sua forza smisurata, in preda ad una furia e ad un dolore altrettanto smisurati, riprenderà le armi, sfiderà a duello Ettore e non si accontenterà di ucciderlo, ma infierirà barbaramente sul suo cadavere. Alla fine, davanti al dolore di un vecchio padre in ginocchio, renderà il corpo del nemico perché riceva degna sepoltura. Esasperata ed eccessiva anche la sua pietà.
Sembra quasi di assistere ad un continuo smascheramento da parte dell’eroe: i ruoli che assume sono diversi e, come dinanzi ad un istrione, non riusciamo a riconoscere quando recita, quando mente, quando fa sul serio.
La contesa è senza dubbio parte essenziale del suo stile di vita perché solo il contrasto portato avanti con calcolata determinazione lo rassicura e rafforza la sua autostima. Anche l’amicizia con Patroclo appare interessata, quasi la garanzia dell’ammirazione incondizionata da parte del proprio simile, e ricercata perché accresca il mito della sua onnipotenza. La vendetta costituisce infine l’apice di questa escalation: è la convalida dei successi ottenuti, ratifica la posizione di giudice assoluto della vita e della morte altrui.
Un vincitore Achille? Sì, ma destinato a svuotarsi in maniera proporzionale alle proprie vittorie. La parabola del potere non fa altro che confermare questa condanna. Mascheramento, contesa, amicizia, vendetta: sono strategie di cui oggi si sono impossessati piccoli e grandi poteri, che si ritengono invulnerabili e non fanno conto, come Achille, che può arrivare improvvisa ed inattesa la fine.
Per l’eroe greco fu la freccia di Paride. Per quelli colpiti dallo stesso delirio di onnipotenza lo strale può giungere da parte di chi coraggiosamente decide di impegnarsi per ostacolare le vittoriose cavalcate dei potenti di turno, smascherandone gli inganni e i falsi miraggi. ☺
Un neonato a testa in giù, un’immersione nell’infernale palude stigia e l’eroe più celebrato dell’Iliade si ritrova vulnerabile e… mortale. È Achille, il piè veloce, il nemico giurato di Agamennone, l’amico fedele di Patroclo, l’uccisore spietato di Ettore, l’uomo rispettoso del vecchio Priamo. Una vera iattura per uno come lui, che vivrà il resto dei suoi giorni blindato come in una corazza, con il solo scopo di imporre agli altri un rapporto di forza monolitico.
Per giustificare l’atteggiamento del suo eroe Omero non avvertì quasi mai il bisogno di accennare alla “precarietà psicologica” di Achille. Ma ad affiancare l’Iliade, poema dell’odio, della guerra, della vendetta, a sminuirne quasi la portata, intervenne probabilmente il racconto di qualche cantore più smaliziato, che a proposito del Pelìde svelò un aspetto non trascurabile della sua esistenza, quello che lo vedeva segnato, lui figlio di dea, dalla profezia di un oracolo infausto, che lo voleva morto in guerra in giovane età. Di qui la discesa agli inferi della madre Teti e la richiesta a Plutone, re dell’Ade, di suggerirle un rimedio.
Poteva mai il dio dei morti rifiutare l’accorata preghiera di una madre oltre che dea, senza peraltro violare la volontà del fato e contraddire l’oracolo? Un modo c’era: immergesse il piccolo nelle acque del fiume che attraversava la ribollente, fetida e nera palude infernale. Si fidò Teti del suggerimento e con premura incauta di madre tuffò il pargolo in acqua, tenendolo saldamente per il tallone. La conseguenza fu che Achille divenne invulnerabile in tutto il corpo meno che nel tallone di un piede.
Su di uno smacco dunque, una parziale invulnerabilità, poggia l’esisten- za dell’eroe, che da questo momento vivrà nel tentativo continuo di rafforzare se stesso con la tracotanza, la sfida continua, la fiducia smisurata nei propri indiscutibili meriti. Può permettersi tutto Achille, anche di sfidare il responso dell’oracolo e partecipare alla guerra di Troia.
È questo l’uomo che Omero ci presenta: invulnerabile, inattaccabile, capace di avventurarsi in azioni rischiose, non necessariamente legate ad oggettivi vantaggi, ma indirizzate spesso ad appagare il proprio personale narcisismo. La lite personale con Agamennone e il rifiuto di ogni tipo di conciliazione gli faranno trascurare la morte di un gran numero di soldati achei; l’amicizia profonda con Patroclo non gli impedirà di concedere all’amico di partecipare ad una battaglia al posto suo. Quando quest’ultimo si scontrerà con Ettore e verrà ucciso, la vendetta di Achille sarà estrema. Sorretto dalla sua forza smisurata, in preda ad una furia e ad un dolore altrettanto smisurati, riprenderà le armi, sfiderà a duello Ettore e non si accontenterà di ucciderlo, ma infierirà barbaramente sul suo cadavere. Alla fine, davanti al dolore di un vecchio padre in ginocchio, renderà il corpo del nemico perché riceva degna sepoltura. Esasperata ed eccessiva anche la sua pietà.
Sembra quasi di assistere ad un continuo smascheramento da parte dell’eroe: i ruoli che assume sono diversi e, come dinanzi ad un istrione, non riusciamo a riconoscere quando recita, quando mente, quando fa sul serio.
La contesa è senza dubbio parte essenziale del suo stile di vita perché solo il contrasto portato avanti con calcolata determinazione lo rassicura e rafforza la sua autostima. Anche l’amicizia con Patroclo appare interessata, quasi la garanzia dell’ammirazione incondizionata da parte del proprio simile, e ricercata perché accresca il mito della sua onnipotenza. La vendetta costituisce infine l’apice di questa escalation: è la convalida dei successi ottenuti, ratifica la posizione di giudice assoluto della vita e della morte altrui.
Un vincitore Achille? Sì, ma destinato a svuotarsi in maniera proporzionale alle proprie vittorie. La parabola del potere non fa altro che confermare questa condanna. Mascheramento, contesa, amicizia, vendetta: sono strategie di cui oggi si sono impossessati piccoli e grandi poteri, che si ritengono invulnerabili e non fanno conto, come Achille, che può arrivare improvvisa ed inattesa la fine.
Per l’eroe greco fu la freccia di Paride. Per quelli colpiti dallo stesso delirio di onnipotenza lo strale può giungere da parte di chi coraggiosamente decide di impegnarsi per ostacolare le vittoriose cavalcate dei potenti di turno, smascherandone gli inganni e i falsi miraggi. ☺
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