Nelle indagini più recenti sul rapporto che si registra tra i cittadini e la politica si coglie un indice vertiginosamente in crescita in termini di separazione tra i due contesti. L’Italia sta toccando il fondo in un orizzonte diffuso di disincanto sul tema della partecipazione. Pur non diversificandoci tale tendenza da molti altri paesi europei, ma non tutti, da noi siamo arrivati a livelli storici davvero preoccupanti.
Sono sulla bocca di tutti dati ed elencazioni sulla malapolitica contenuti in recenti pubblicazioni e ricerche (vedi il dilagante saggio “La Casta” e i dibattiti e servizi di canali televisivi non assoggettati in maniera invasiva dalla politica). Si direbbe che sembra di essere giunti al fondo del degrado. E la gente continua a prendere le distanze dall’impegno politico. Ma non ci si può rassegnare ad un atteggiamento che finisce per legittimare ancor più la riduzione della politica ad affare di pochi, con tutto ciò che ne consegue, in termini di degrado dello stato sociale, della carenza di equa legislazione, di rilancio di una cultura e di uno stato garante dei diritti dei cittadini, a partire dai più deboli. Ed ecco, molto a proposito, venirci incontro su tale terreno una riflessione di Gandhi: “La vera fonte dei diritti è il dovere. Se adempiamo ai nostri doveri, non dovremo andare lontano a cercare i diritti”. Come a dire: chi si limita a rivendicare diritti ma non si adopera, non si fa carico dei doveri e delle responsabilità che gli appartengono, non si illuda di trovare qualcuno che gli garantisca i diritti. Se di diritti si parla e non di favori.
E siamo al tema della responsabilità sociale che è divenuto uno dei cardini di alcuni recenti filoni delle dottrine economiche che si vanno affermando e il cui perno di riferimento non è solo ed esclusivamente il profitto a qualsiasi prezzo ma la qualità della vita e, nello specifico del contesto lavorativo, il senso comunitario e la qualità dei rapporti che si vanno a creare all’interno dell’azienda. Questa società, di cui tutti siamo parte, ha favorito ed alimentato uno scarico diffuso delle responsabilità da parte di individui e gruppi ai quali pure sembrerebbe, con sovrabbondanza di parole, stare a cuore il destino comune. Perché, ad esempio, si continua a tollerare che le prebende dei signori della politica siano semplicemente scandalose, sia a livello locale che nazionale, rispetto agli indici medi di stipendio del lavoratore di qualunque settore? Ed ecco piovere finalmente su tutti i video e sulle pagine dei giornali i dati che portano a registrare che il numero dei ministeri in Italia sono quasi raddoppiati rispetto alla media dei paesi europei. E con i ministri crescono i sottosegretari e gli staff che affiancano e affollano le stanze del potere.
E ancora. Perché si tarda così tanto a legiferare su questioni riguardanti la tutela della legalità? Perché si indugia ad approvare in parlamento una legge che garantisca una rappresentanza “legale” dei cittadini, in termini di divieto di eleggibilità per quanti hanno subito condanne? Pare che siano intorno agli 80 i rappresentanti dei cittadini, tra camera e senato, che presentano tali “macchie” nel loro curricolo. Come ci giustifichiamo noi, società adulta, di fronte ai nostri figli? E avanti ancora in questioni relative a consulenze lucrosissime assegnate ad amici, a candidati non appagati da buoni risultati elettorali, parenti …
E, da ultimo: quando si porrà fine alla legge elettorale che ha spossessato i cittadini del potere elettivo loro assegnato dalla costituzione (art. 48) per riversarlo ai partiti che hanno ormai il potere esclusivo di formulare l’elenco delle candidature, di stabilire il candidato presidente al quale, per di più, assegnare ampio spazio discrezionale nella scelta dei propri affiancatori e collaboratori (il famigerato “listino”) senza invece rifarsi alla normativa che stabilisce criteri e regole per l’assunzione nei ruoli a qualsiasi livello? E se queste norme non ci sono dovranno pur essere i cittadini a vigilare perché questo avvenga. E questo lo si fa in nome dei criteri ispirati al cosiddetto modello presidenziale: “Fin che ci sono io faccio come credo… poi si vedrà”. Il che è legalizzare l’illegalità.
Per chiudere un discorso… lacrimogeno: i partiti sono degenerati in lobby ristrette di potere, tradendo lo spirito e la lettera della costituzione che li disegna come libere associazioni di cittadini. I cittadini si sono defilati; i partiti si sono consolidati.
Ma, a proposito di cittadini, le loro responsabilità, le nostre responsabilità se le sono, ce le siamo assunte?
C’è una fascia di società che si va adoperando per ricreare e rilanciare il senso della “comunità” e della relazione di qualità tra singoli e gruppi. Anche se con fatica. Si tratta di quel mondo che ancora regge alla sfida defaticante dell’individualismo pervasivo che non lascia scampo e che mette a dura prova tutti, soprattutto i più deboli, i più poveri, i più giovani.
L’universo di terzo settore va crescendo in voglia di partecipazione e di dignitoso rapporto con le istituzioni, geloso della propria autonomia, garante di una distanza dai partiti come singole identità ideologiche e programmatiche, per favorire la tessitura di un modello di società più relazionale, più comunitaria appunto.
In Molise si sta percorrendo questa strada nel ritrovarci, in forma di delegazione, ai tavoli istituzionali, per confrontarci in termini propositivi e, all’occorrenza, presentando le nostre posizioni dignitosamente critiche. Lo abbiamo fatto in occasione della convention sul bilancio nella sede del consiglio regionale e aperta anche all’associazionismo di impronta sociale. Lo abbiamo fatto e lo faremo ancora quando sarà necessario. Ma, soprattutto, saremo propositivi e proseguiremo nel sollecitare il dialogo e nel formulare proposte.
Al nostro mondo e ai cittadini singoli e associati torniamo a ripetere che è di comodo scaricare sulla “politica” le responsabilità sul malessere diffuso che dilaga in Italia su giustizia, legalità, e disagio economico e sociale. Noi ne siamo corresponsabili. Non fosse altro perché non siamo presenti nei luoghi deputati per testimoniare l’adempimento di nostri doveri, prima di rivendicare diritti.
Nel rileggere il Manifesto del Forum del Terzo Settore del Molise non può non sorprendere il senso positivo, il cogliere tra i primi due passi del testo i seguenti che ci riportano ad una storia della nostra costituzione che sembra divenuta remota e che invece va recuperata con forza e con deciso senso di responsabilità. Dopo aver affermato che il terzo settore è nato per merito dell’iniziativa dei cittadini e che fonda le sue radici nella Costituzione Italiana, nel tracciare i suoi obiettivi così procede:
“Superare la separazione fra i vertici e la base della politica e tra gli stessi cittadini;
Promuovere la coscienza civile e la partecipazione attiva, riducendo il fenomeno dell’astensionismo…”.
E’ questa la strada che va percorsa per ritrovare le radici valoriali e storiche su cui si fonda la nostra repubblica. Compiere lo sforzo di sottrarsi alla diffusa tendenza a ripiegarsi nel proprio orto, singolo o di gruppo; tendere a ricostruire quei sistemi di rete, di rapporti che portarono il paese a liberarsi da modelli autoritari e liberticidi e che favorirono la crescita di una cultura democratica, partecipativa e della solidarietà sociale di cui non basta più avere solo nostalgia.
E questo messaggio va riproposto ai giovani di oggi in termini di testimonianza e non di chiacchiere. Anche per invitarli a dare il loro contributo perché si cambi strada e perché non si accomodino all’esistente. Antonino Caponnetto, maestro e “padre” di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, così si esprimeva con i giovani di un istituto commerciale del Friuli: “Non chiedete mai come elemosina quello che le leggi vi accordano come diritti. Chiedeteli, esigeteli con fermezza, con dignità, senza piegare la schiena, senza abbassarvi al più forte, al più potente, al politico di turno. Dovete esigerli! Questo è un imperativo che deve sorreggere la vostra vita”. Da un maestro e un testimone come lui possono i giovani e possiamo apprendere tutti.
Il mondo del terzo settore può proseguire a dare il suo solido contributo, come lo si riscontra nella storia che vide nascere la cooperazione, la solidarietà e la mutualità quando sorsero i monti di pietà, le misericordie e altre, tante forme associative promosse dal mondo cattolico e laico che disseminarono sul territorio il senso della compartecipazione e della condivisione. A beneficio di tutti.
E il tempo è tornato. Purché ci decidiamo ad esserci. ☺
Nelle indagini più recenti sul rapporto che si registra tra i cittadini e la politica si coglie un indice vertiginosamente in crescita in termini di separazione tra i due contesti. L’Italia sta toccando il fondo in un orizzonte diffuso di disincanto sul tema della partecipazione. Pur non diversificandoci tale tendenza da molti altri paesi europei, ma non tutti, da noi siamo arrivati a livelli storici davvero preoccupanti.
Sono sulla bocca di tutti dati ed elencazioni sulla malapolitica contenuti in recenti pubblicazioni e ricerche (vedi il dilagante saggio “La Casta” e i dibattiti e servizi di canali televisivi non assoggettati in maniera invasiva dalla politica). Si direbbe che sembra di essere giunti al fondo del degrado. E la gente continua a prendere le distanze dall’impegno politico. Ma non ci si può rassegnare ad un atteggiamento che finisce per legittimare ancor più la riduzione della politica ad affare di pochi, con tutto ciò che ne consegue, in termini di degrado dello stato sociale, della carenza di equa legislazione, di rilancio di una cultura e di uno stato garante dei diritti dei cittadini, a partire dai più deboli. Ed ecco, molto a proposito, venirci incontro su tale terreno una riflessione di Gandhi: “La vera fonte dei diritti è il dovere. Se adempiamo ai nostri doveri, non dovremo andare lontano a cercare i diritti”. Come a dire: chi si limita a rivendicare diritti ma non si adopera, non si fa carico dei doveri e delle responsabilità che gli appartengono, non si illuda di trovare qualcuno che gli garantisca i diritti. Se di diritti si parla e non di favori.
E siamo al tema della responsabilità sociale che è divenuto uno dei cardini di alcuni recenti filoni delle dottrine economiche che si vanno affermando e il cui perno di riferimento non è solo ed esclusivamente il profitto a qualsiasi prezzo ma la qualità della vita e, nello specifico del contesto lavorativo, il senso comunitario e la qualità dei rapporti che si vanno a creare all’interno dell’azienda. Questa società, di cui tutti siamo parte, ha favorito ed alimentato uno scarico diffuso delle responsabilità da parte di individui e gruppi ai quali pure sembrerebbe, con sovrabbondanza di parole, stare a cuore il destino comune. Perché, ad esempio, si continua a tollerare che le prebende dei signori della politica siano semplicemente scandalose, sia a livello locale che nazionale, rispetto agli indici medi di stipendio del lavoratore di qualunque settore? Ed ecco piovere finalmente su tutti i video e sulle pagine dei giornali i dati che portano a registrare che il numero dei ministeri in Italia sono quasi raddoppiati rispetto alla media dei paesi europei. E con i ministri crescono i sottosegretari e gli staff che affiancano e affollano le stanze del potere.
E ancora. Perché si tarda così tanto a legiferare su questioni riguardanti la tutela della legalità? Perché si indugia ad approvare in parlamento una legge che garantisca una rappresentanza “legale” dei cittadini, in termini di divieto di eleggibilità per quanti hanno subito condanne? Pare che siano intorno agli 80 i rappresentanti dei cittadini, tra camera e senato, che presentano tali “macchie” nel loro curricolo. Come ci giustifichiamo noi, società adulta, di fronte ai nostri figli? E avanti ancora in questioni relative a consulenze lucrosissime assegnate ad amici, a candidati non appagati da buoni risultati elettorali, parenti …
E, da ultimo: quando si porrà fine alla legge elettorale che ha spossessato i cittadini del potere elettivo loro assegnato dalla costituzione (art. 48) per riversarlo ai partiti che hanno ormai il potere esclusivo di formulare l’elenco delle candidature, di stabilire il candidato presidente al quale, per di più, assegnare ampio spazio discrezionale nella scelta dei propri affiancatori e collaboratori (il famigerato “listino”) senza invece rifarsi alla normativa che stabilisce criteri e regole per l’assunzione nei ruoli a qualsiasi livello? E se queste norme non ci sono dovranno pur essere i cittadini a vigilare perché questo avvenga. E questo lo si fa in nome dei criteri ispirati al cosiddetto modello presidenziale: “Fin che ci sono io faccio come credo… poi si vedrà”. Il che è legalizzare l’illegalità.
Per chiudere un discorso… lacrimogeno: i partiti sono degenerati in lobby ristrette di potere, tradendo lo spirito e la lettera della costituzione che li disegna come libere associazioni di cittadini. I cittadini si sono defilati; i partiti si sono consolidati.
Ma, a proposito di cittadini, le loro responsabilità, le nostre responsabilità se le sono, ce le siamo assunte?
C’è una fascia di società che si va adoperando per ricreare e rilanciare il senso della “comunità” e della relazione di qualità tra singoli e gruppi. Anche se con fatica. Si tratta di quel mondo che ancora regge alla sfida defaticante dell’individualismo pervasivo che non lascia scampo e che mette a dura prova tutti, soprattutto i più deboli, i più poveri, i più giovani.
L’universo di terzo settore va crescendo in voglia di partecipazione e di dignitoso rapporto con le istituzioni, geloso della propria autonomia, garante di una distanza dai partiti come singole identità ideologiche e programmatiche, per favorire la tessitura di un modello di società più relazionale, più comunitaria appunto.
In Molise si sta percorrendo questa strada nel ritrovarci, in forma di delegazione, ai tavoli istituzionali, per confrontarci in termini propositivi e, all’occorrenza, presentando le nostre posizioni dignitosamente critiche. Lo abbiamo fatto in occasione della convention sul bilancio nella sede del consiglio regionale e aperta anche all’associazionismo di impronta sociale. Lo abbiamo fatto e lo faremo ancora quando sarà necessario. Ma, soprattutto, saremo propositivi e proseguiremo nel sollecitare il dialogo e nel formulare proposte.
Al nostro mondo e ai cittadini singoli e associati torniamo a ripetere che è di comodo scaricare sulla “politica” le responsabilità sul malessere diffuso che dilaga in Italia su giustizia, legalità, e disagio economico e sociale. Noi ne siamo corresponsabili. Non fosse altro perché non siamo presenti nei luoghi deputati per testimoniare l’adempimento di nostri doveri, prima di rivendicare diritti.
Nel rileggere il Manifesto del Forum del Terzo Settore del Molise non può non sorprendere il senso positivo, il cogliere tra i primi due passi del testo i seguenti che ci riportano ad una storia della nostra costituzione che sembra divenuta remota e che invece va recuperata con forza e con deciso senso di responsabilità. Dopo aver affermato che il terzo settore è nato per merito dell’iniziativa dei cittadini e che fonda le sue radici nella Costituzione Italiana, nel tracciare i suoi obiettivi così procede:
“Superare la separazione fra i vertici e la base della politica e tra gli stessi cittadini;
Promuovere la coscienza civile e la partecipazione attiva, riducendo il fenomeno dell’astensionismo…”.
E’ questa la strada che va percorsa per ritrovare le radici valoriali e storiche su cui si fonda la nostra repubblica. Compiere lo sforzo di sottrarsi alla diffusa tendenza a ripiegarsi nel proprio orto, singolo o di gruppo; tendere a ricostruire quei sistemi di rete, di rapporti che portarono il paese a liberarsi da modelli autoritari e liberticidi e che favorirono la crescita di una cultura democratica, partecipativa e della solidarietà sociale di cui non basta più avere solo nostalgia.
E questo messaggio va riproposto ai giovani di oggi in termini di testimonianza e non di chiacchiere. Anche per invitarli a dare il loro contributo perché si cambi strada e perché non si accomodino all’esistente. Antonino Caponnetto, maestro e “padre” di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, così si esprimeva con i giovani di un istituto commerciale del Friuli: “Non chiedete mai come elemosina quello che le leggi vi accordano come diritti. Chiedeteli, esigeteli con fermezza, con dignità, senza piegare la schiena, senza abbassarvi al più forte, al più potente, al politico di turno. Dovete esigerli! Questo è un imperativo che deve sorreggere la vostra vita”. Da un maestro e un testimone come lui possono i giovani e possiamo apprendere tutti.
Il mondo del terzo settore può proseguire a dare il suo solido contributo, come lo si riscontra nella storia che vide nascere la cooperazione, la solidarietà e la mutualità quando sorsero i monti di pietà, le misericordie e altre, tante forme associative promosse dal mondo cattolico e laico che disseminarono sul territorio il senso della compartecipazione e della condivisione. A beneficio di tutti.
E il tempo è tornato. Purché ci decidiamo ad esserci. ☺
Nelle indagini più recenti sul rapporto che si registra tra i cittadini e la politica si coglie un indice vertiginosamente in crescita in termini di separazione tra i due contesti. L’Italia sta toccando il fondo in un orizzonte diffuso di disincanto sul tema della partecipazione. Pur non diversificandoci tale tendenza da molti altri paesi europei, ma non tutti, da noi siamo arrivati a livelli storici davvero preoccupanti.
Sono sulla bocca di tutti dati ed elencazioni sulla malapolitica contenuti in recenti pubblicazioni e ricerche (vedi il dilagante saggio “La Casta” e i dibattiti e servizi di canali televisivi non assoggettati in maniera invasiva dalla politica). Si direbbe che sembra di essere giunti al fondo del degrado. E la gente continua a prendere le distanze dall’impegno politico. Ma non ci si può rassegnare ad un atteggiamento che finisce per legittimare ancor più la riduzione della politica ad affare di pochi, con tutto ciò che ne consegue, in termini di degrado dello stato sociale, della carenza di equa legislazione, di rilancio di una cultura e di uno stato garante dei diritti dei cittadini, a partire dai più deboli. Ed ecco, molto a proposito, venirci incontro su tale terreno una riflessione di Gandhi: “La vera fonte dei diritti è il dovere. Se adempiamo ai nostri doveri, non dovremo andare lontano a cercare i diritti”. Come a dire: chi si limita a rivendicare diritti ma non si adopera, non si fa carico dei doveri e delle responsabilità che gli appartengono, non si illuda di trovare qualcuno che gli garantisca i diritti. Se di diritti si parla e non di favori.
E siamo al tema della responsabilità sociale che è divenuto uno dei cardini di alcuni recenti filoni delle dottrine economiche che si vanno affermando e il cui perno di riferimento non è solo ed esclusivamente il profitto a qualsiasi prezzo ma la qualità della vita e, nello specifico del contesto lavorativo, il senso comunitario e la qualità dei rapporti che si vanno a creare all’interno dell’azienda. Questa società, di cui tutti siamo parte, ha favorito ed alimentato uno scarico diffuso delle responsabilità da parte di individui e gruppi ai quali pure sembrerebbe, con sovrabbondanza di parole, stare a cuore il destino comune. Perché, ad esempio, si continua a tollerare che le prebende dei signori della politica siano semplicemente scandalose, sia a livello locale che nazionale, rispetto agli indici medi di stipendio del lavoratore di qualunque settore? Ed ecco piovere finalmente su tutti i video e sulle pagine dei giornali i dati che portano a registrare che il numero dei ministeri in Italia sono quasi raddoppiati rispetto alla media dei paesi europei. E con i ministri crescono i sottosegretari e gli staff che affiancano e affollano le stanze del potere.
E ancora. Perché si tarda così tanto a legiferare su questioni riguardanti la tutela della legalità? Perché si indugia ad approvare in parlamento una legge che garantisca una rappresentanza “legale” dei cittadini, in termini di divieto di eleggibilità per quanti hanno subito condanne? Pare che siano intorno agli 80 i rappresentanti dei cittadini, tra camera e senato, che presentano tali “macchie” nel loro curricolo. Come ci giustifichiamo noi, società adulta, di fronte ai nostri figli? E avanti ancora in questioni relative a consulenze lucrosissime assegnate ad amici, a candidati non appagati da buoni risultati elettorali, parenti …
E, da ultimo: quando si porrà fine alla legge elettorale che ha spossessato i cittadini del potere elettivo loro assegnato dalla costituzione (art. 48) per riversarlo ai partiti che hanno ormai il potere esclusivo di formulare l’elenco delle candidature, di stabilire il candidato presidente al quale, per di più, assegnare ampio spazio discrezionale nella scelta dei propri affiancatori e collaboratori (il famigerato “listino”) senza invece rifarsi alla normativa che stabilisce criteri e regole per l’assunzione nei ruoli a qualsiasi livello? E se queste norme non ci sono dovranno pur essere i cittadini a vigilare perché questo avvenga. E questo lo si fa in nome dei criteri ispirati al cosiddetto modello presidenziale: “Fin che ci sono io faccio come credo… poi si vedrà”. Il che è legalizzare l’illegalità.
Per chiudere un discorso… lacrimogeno: i partiti sono degenerati in lobby ristrette di potere, tradendo lo spirito e la lettera della costituzione che li disegna come libere associazioni di cittadini. I cittadini si sono defilati; i partiti si sono consolidati.
Ma, a proposito di cittadini, le loro responsabilità, le nostre responsabilità se le sono, ce le siamo assunte?
C’è una fascia di società che si va adoperando per ricreare e rilanciare il senso della “comunità” e della relazione di qualità tra singoli e gruppi. Anche se con fatica. Si tratta di quel mondo che ancora regge alla sfida defaticante dell’individualismo pervasivo che non lascia scampo e che mette a dura prova tutti, soprattutto i più deboli, i più poveri, i più giovani.
L’universo di terzo settore va crescendo in voglia di partecipazione e di dignitoso rapporto con le istituzioni, geloso della propria autonomia, garante di una distanza dai partiti come singole identità ideologiche e programmatiche, per favorire la tessitura di un modello di società più relazionale, più comunitaria appunto.
In Molise si sta percorrendo questa strada nel ritrovarci, in forma di delegazione, ai tavoli istituzionali, per confrontarci in termini propositivi e, all’occorrenza, presentando le nostre posizioni dignitosamente critiche. Lo abbiamo fatto in occasione della convention sul bilancio nella sede del consiglio regionale e aperta anche all’associazionismo di impronta sociale. Lo abbiamo fatto e lo faremo ancora quando sarà necessario. Ma, soprattutto, saremo propositivi e proseguiremo nel sollecitare il dialogo e nel formulare proposte.
Al nostro mondo e ai cittadini singoli e associati torniamo a ripetere che è di comodo scaricare sulla “politica” le responsabilità sul malessere diffuso che dilaga in Italia su giustizia, legalità, e disagio economico e sociale. Noi ne siamo corresponsabili. Non fosse altro perché non siamo presenti nei luoghi deputati per testimoniare l’adempimento di nostri doveri, prima di rivendicare diritti.
Nel rileggere il Manifesto del Forum del Terzo Settore del Molise non può non sorprendere il senso positivo, il cogliere tra i primi due passi del testo i seguenti che ci riportano ad una storia della nostra costituzione che sembra divenuta remota e che invece va recuperata con forza e con deciso senso di responsabilità. Dopo aver affermato che il terzo settore è nato per merito dell’iniziativa dei cittadini e che fonda le sue radici nella Costituzione Italiana, nel tracciare i suoi obiettivi così procede:
“Superare la separazione fra i vertici e la base della politica e tra gli stessi cittadini;
Promuovere la coscienza civile e la partecipazione attiva, riducendo il fenomeno dell’astensionismo…”.
E’ questa la strada che va percorsa per ritrovare le radici valoriali e storiche su cui si fonda la nostra repubblica. Compiere lo sforzo di sottrarsi alla diffusa tendenza a ripiegarsi nel proprio orto, singolo o di gruppo; tendere a ricostruire quei sistemi di rete, di rapporti che portarono il paese a liberarsi da modelli autoritari e liberticidi e che favorirono la crescita di una cultura democratica, partecipativa e della solidarietà sociale di cui non basta più avere solo nostalgia.
E questo messaggio va riproposto ai giovani di oggi in termini di testimonianza e non di chiacchiere. Anche per invitarli a dare il loro contributo perché si cambi strada e perché non si accomodino all’esistente. Antonino Caponnetto, maestro e “padre” di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, così si esprimeva con i giovani di un istituto commerciale del Friuli: “Non chiedete mai come elemosina quello che le leggi vi accordano come diritti. Chiedeteli, esigeteli con fermezza, con dignità, senza piegare la schiena, senza abbassarvi al più forte, al più potente, al politico di turno. Dovete esigerli! Questo è un imperativo che deve sorreggere la vostra vita”. Da un maestro e un testimone come lui possono i giovani e possiamo apprendere tutti.
Il mondo del terzo settore può proseguire a dare il suo solido contributo, come lo si riscontra nella storia che vide nascere la cooperazione, la solidarietà e la mutualità quando sorsero i monti di pietà, le misericordie e altre, tante forme associative promosse dal mondo cattolico e laico che disseminarono sul territorio il senso della compartecipazione e della condivisione. A beneficio di tutti.
E il tempo è tornato. Purché ci decidiamo ad esserci. ☺
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