L’imprevisto del concilio
“La Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo (Gaudium et Spes) è, nel senso letterale della parola, l’imprevisto del Concilio Vaticano II” scriveva il Cardinale Kasper. Nessuno prima ci aveva pensato, né le commissioni preparatorie avevano predisposto qualche proposta sul rapporto della chiesa con il mondo moderno. Eppure, a rileggere il discorso di inaugurazione di Giovanni XXIII, sembra che proprio per questo il Concilio sia stato convocato: per superare la situazione di un plurisecolare conflitto della Chiesa con la cultura e la società moderna, per aprire strade di dialogo in modo tale che il messaggio cristiano potesse trovare più facilmente porte aperte, se non per accoglierlo nella fede, almeno per ascoltarlo e trarne qualche beneficio. Una visione positiva della storia come luogo in cui cogliere l’appello concreto di Dio. Dissentendo da profeti di sventura che annunziavano eventi sempre infausti, papa Giovanni si dichiarava convinto che “nel presente momento storico la Provvidenza ci sta conducendo ad un nuovo ordine di rapporti umani, che, per opera degli uomini e al di là della loro stessa aspettativa, si volgono verso il compimento dei disegni superiori e inattesi”. Questa visione per cui la storia attuale degli uomini non era una storia degradata, da riportare al passato medioevale per redimersi, risultava una novità rispetto al magistero cattolico della Restaurazione. Per richiamare qualche esempio, il concilio di Trento (1545-1563) si impose per ricostruire l’equilibrio dottrinale e disciplinare della chiesa cattolica dopo le lacerazioni del secolo XVI e la nascita del protestantesimo. L’enciclica Mirari vos di Gregorio XVI (15 agosto 1832) dichiarava la storia contemporanea sotto il segno di una “congiura dei malvagi” che non permetteva benignità ed indulgenza per nessuno da parte della chiesa; imponeva, piuttosto, di “reprimere con il bastone” i vari errori. Il tema fu poi ripreso da Pio IX con le condanne del Sillabo (1864). Con un giudizio globalmente negativo sulla storia e sulla società occidentale il Concilio Vaticano I (1869-1870) fu pensato come mezzo adeguato per reagire alla negazione dell’autorità della chiesa e alla scristianizzazione della vita sociale, frutto ultimo della rivoluzione francese.
Nel riprendere in mano il documento oggi, ad oltre cinquant’anni dalla promulgazione, si avverte il contesto di un mondo, gli anni ’60, ormai lontano da noi, ma cruciale nella seconda metà del secolo scorso, perché contrassegnato da fenomeni di rottura con i secoli immediatamente precedenti della modernità: la fine della colonizzazione, l’emergere della realtà del Terzo mondo, la consapevolezza crescente delle disuguaglianze economiche tra le aree del pianeta, la preoccupazione per lo sviluppo non solo per i colonizzatori ma anche per gli ex “sudditi” delle colonie ormai in via di emancipazione politica, sociale ed economica. Lo “sviluppo” o l’essere “in via di sviluppo” identifica e riunisce la sorte variegata dei nuovi popoli indipendenti e sovrani. Il testo conserva un proprio valore perché è ancora capace di ispirare quel modo di esistere della chiesa “realmente e intimamente solidale con il genere umano e la sua storia”. Consapevole ancor più che “per svolgere questo compito è dovere permanente della Chiesa scrutare i segni dei tempi e interpretarli alla luce del Vangelo, così che, in modo adatto a ciascuna generazione, possa rispondere ai perenni interrogativi degli uomini sul senso della vita presente e futura e sulle loro relazioni reciproche” (n. 4). L’espressione, a parte il suo retroterra biblico, non era nuova. Nell’Ottocento era impegnata soprattutto nella teologia protestante per sottolineare la dimensione escatologica del messaggio cristiano. Nel 1947 era apparsa a Berlino una rivista per i collaboratori pastorali che portava il titolo “Segni dei tempi” (Zeichen der Zeit). In Italia don Primo Mazzolari usava l’espressione in senso “messianico” a voler indicare il dovere di cercare adesso, nella storia concreta, le tracce della venuta di Dio in mezzo agli uomini. Ma la data d’ingresso ufficiale della espressione “segni dei tempi” nel linguaggio della vita della chiesa è il 25 dicembre del 1961, nella bolla di indizione del Concilio Vaticano II, Humanae salutis, in cui papa Giovanni scriveva che “facendo nostra la raccomandazione di Gesù di saper distinguere i segni dei tempi (Mt 16,4) ci sembra di scorgere in mezzo a tante tenebre indizi non pochi che fanno bene sperare sulle sorti della chiesa e dell’umanità”.
L’inizio di un inizio, con questa espressione alcuni teologi seguendo un suggerimento di Karl Rahner, sottolineano come il concilio abbia avviato una nuova epoca nella storia della chiesa, ricca di possibilità ulteriori che attendono ancora di essere sviluppate. Nel concilio infatti la chiesa ha “proclamato anche se solo inizialmente e non sempre chiaramente, il passaggio dalla chiesa occidentale alla chiesa universale in un modo che fino adesso è avvenuto una sola e unica volta, quando la chiesa dei giudei è diventata chiesa dei pagani”. Possiamo comprendere, quindi, come il nuovo atteggiamento nei confronti della storia espresso dalla Gaudium et Spes, – secondo cui “la chiesa non ignora quanto essa abbia ricevuto dalla storia e dallo sviluppo del genere umano” (n.47) – implica una nuova collocazione della dimensione dottrinale dell’esperienza cristiana. Si intravvede nella storia un ruolo positivo che esige di essere riconosciuto dai credenti come luogo nel quale Dio li interpella perché tutte le possibilità contenute nella storia concreta vengano a loro volta aperte al messaggio evangelico. Questo “affinamento del sentire ecclesiale” non è problema esclusivo di quelli che riflettono, dei teologi, ma di quanti si sanno porre spiritualmente in sintonia con l’avventura umana in ogni epoca storica. Il concilio ha posto un inizio. Ogni credente ed ogni chiesa deve affinare il suo sentire per ritrovare la freschezza della sua fonte originaria: tutta la libertà di Gesù Cristo che sedendo a tavola con i peccatori del suo tempo mostrava loro la vicinanza del Padre. ☺
