Il 13 febbraio si è celebrata la giornata del riscatto delle donne, il giorno dell'orgoglio. Grandi numeri a livello nazionale, un milione di presenze a Roma, e da noi?
Poche, poche donne e ancor meno uomini. Eppure le motivazioni erano alte, e fondate, e storicamente rilevanti.
Cosa: condannare una idea generalizzante della donna di cui “fruire” con il suo pieno consenso; bocciare l'immagine, della stessa, che cede il proprio corpo come merce di scambio; protestare il nostro diritto alla dignità.
Strumentalizzazioni: hanno detto che le vecchie femministe, che un tempo predicavano la libertà sessuale, sono diventate, ora, suore e moraliste; che ci hanno armato la mano col solo scopo di destabilizzare Berlusconi. In verità, semplicemente, abbiamo smesso di tacere. Libertà sessuale non ha mai avuto l'accezione di mercificazione e la prassi politica degli ultimi dieci anni (ma non solo) costituisce motivo sufficiente per armare mano, testa, cuore e persino i piedi di chiunque, indipendentemente dal genere di appartenenza.
Poche presenze, dicevo, soprattutto pochissime giovani donne, poiché proprio su di loro ha maggiormente inciso il messaggio del corpo come bene economico, su di loro ha avuto presa l'iconografia contemporanea della velina-letterina-sederina e sopra ogni cosa, su di loro è caduto, come pietra tombale, il prolungato silenzio delle sorelle più consapevoli e della società intera.
Quella di Campobasso è stata una piccola ma significativa giornata; abbiamo compreso che, anche se in numero esiguo, era importante esserci per dar voce a tutte le madri, mogli, figlie che silenziosamente, faticosamente e dignitosamente affrontano e onorano impegni e responsabilità. E ancora per rivendicare il diritto ad una immagine e ad un ruolo lontanissimi dagli stereotipi degradanti e umilianti propagandati oggi. Le donne che si sono avvicendate al microfono hanno testimoniato l'impossibilità delle (dei) neo laureate (i) di trovare una sia pur precaria collocazione nel mondo del lavoro in Italia, la difficoltà di trovare spazi adeguati per lavori autonomi, lo sgomento per la perdita del lavoro, la rabbia per i continui tentativi di annullare conquiste epocali quali la legge sull'autodeterminazione della donna (legge n. 194), l'impotenza davanti alle preclusioni imposte alle portatrici di handicap. Insomma la catastrofe Italia che diviene sempre più pesante se declinata al femminile.
Domenica in piazza c'erano donne abituate a pensare, a riconoscersi dignità e autonomia e, vi garantisco, veramente molto belle. ☺
cristina.muccilli@gmail.com
Il 13 febbraio si è celebrata la giornata del riscatto delle donne, il giorno dell'orgoglio. Grandi numeri a livello nazionale, un milione di presenze a Roma, e da noi?
Poche, poche donne e ancor meno uomini. Eppure le motivazioni erano alte, e fondate, e storicamente rilevanti.
Cosa: condannare una idea generalizzante della donna di cui “fruire” con il suo pieno consenso; bocciare l'immagine, della stessa, che cede il proprio corpo come merce di scambio; protestare il nostro diritto alla dignità.
Strumentalizzazioni: hanno detto che le vecchie femministe, che un tempo predicavano la libertà sessuale, sono diventate, ora, suore e moraliste; che ci hanno armato la mano col solo scopo di destabilizzare Berlusconi. In verità, semplicemente, abbiamo smesso di tacere. Libertà sessuale non ha mai avuto l'accezione di mercificazione e la prassi politica degli ultimi dieci anni (ma non solo) costituisce motivo sufficiente per armare mano, testa, cuore e persino i piedi di chiunque, indipendentemente dal genere di appartenenza.
Poche presenze, dicevo, soprattutto pochissime giovani donne, poiché proprio su di loro ha maggiormente inciso il messaggio del corpo come bene economico, su di loro ha avuto presa l'iconografia contemporanea della velina-letterina-sederina e sopra ogni cosa, su di loro è caduto, come pietra tombale, il prolungato silenzio delle sorelle più consapevoli e della società intera.
Quella di Campobasso è stata una piccola ma significativa giornata; abbiamo compreso che, anche se in numero esiguo, era importante esserci per dar voce a tutte le madri, mogli, figlie che silenziosamente, faticosamente e dignitosamente affrontano e onorano impegni e responsabilità. E ancora per rivendicare il diritto ad una immagine e ad un ruolo lontanissimi dagli stereotipi degradanti e umilianti propagandati oggi. Le donne che si sono avvicendate al microfono hanno testimoniato l'impossibilità delle (dei) neo laureate (i) di trovare una sia pur precaria collocazione nel mondo del lavoro in Italia, la difficoltà di trovare spazi adeguati per lavori autonomi, lo sgomento per la perdita del lavoro, la rabbia per i continui tentativi di annullare conquiste epocali quali la legge sull'autodeterminazione della donna (legge n. 194), l'impotenza davanti alle preclusioni imposte alle portatrici di handicap. Insomma la catastrofe Italia che diviene sempre più pesante se declinata al femminile.
Domenica in piazza c'erano donne abituate a pensare, a riconoscersi dignità e autonomia e, vi garantisco, veramente molto belle. ☺
Il 13 febbraio si è celebrata la giornata del riscatto delle donne, il giorno dell'orgoglio. Grandi numeri a livello nazionale, un milione di presenze a Roma, e da noi?
Poche, poche donne e ancor meno uomini. Eppure le motivazioni erano alte, e fondate, e storicamente rilevanti.
Cosa: condannare una idea generalizzante della donna di cui “fruire” con il suo pieno consenso; bocciare l'immagine, della stessa, che cede il proprio corpo come merce di scambio; protestare il nostro diritto alla dignità.
Strumentalizzazioni: hanno detto che le vecchie femministe, che un tempo predicavano la libertà sessuale, sono diventate, ora, suore e moraliste; che ci hanno armato la mano col solo scopo di destabilizzare Berlusconi. In verità, semplicemente, abbiamo smesso di tacere. Libertà sessuale non ha mai avuto l'accezione di mercificazione e la prassi politica degli ultimi dieci anni (ma non solo) costituisce motivo sufficiente per armare mano, testa, cuore e persino i piedi di chiunque, indipendentemente dal genere di appartenenza.
Poche presenze, dicevo, soprattutto pochissime giovani donne, poiché proprio su di loro ha maggiormente inciso il messaggio del corpo come bene economico, su di loro ha avuto presa l'iconografia contemporanea della velina-letterina-sederina e sopra ogni cosa, su di loro è caduto, come pietra tombale, il prolungato silenzio delle sorelle più consapevoli e della società intera.
Quella di Campobasso è stata una piccola ma significativa giornata; abbiamo compreso che, anche se in numero esiguo, era importante esserci per dar voce a tutte le madri, mogli, figlie che silenziosamente, faticosamente e dignitosamente affrontano e onorano impegni e responsabilità. E ancora per rivendicare il diritto ad una immagine e ad un ruolo lontanissimi dagli stereotipi degradanti e umilianti propagandati oggi. Le donne che si sono avvicendate al microfono hanno testimoniato l'impossibilità delle (dei) neo laureate (i) di trovare una sia pur precaria collocazione nel mondo del lavoro in Italia, la difficoltà di trovare spazi adeguati per lavori autonomi, lo sgomento per la perdita del lavoro, la rabbia per i continui tentativi di annullare conquiste epocali quali la legge sull'autodeterminazione della donna (legge n. 194), l'impotenza davanti alle preclusioni imposte alle portatrici di handicap. Insomma la catastrofe Italia che diviene sempre più pesante se declinata al femminile.
Domenica in piazza c'erano donne abituate a pensare, a riconoscersi dignità e autonomia e, vi garantisco, veramente molto belle. ☺
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