9 marzo 2012   di Loredana Alberti
27 Marzo 2012 Share

9 marzo 2012 di Loredana Alberti

 

L’8 marzo sono stata chiusa in casa, sola. Non avevo voglia di pensare a nulla. Ma ho aperto lo stesso il pc e navigando ho trovato stralci di eventi, commenti che comunque mi hanno portata a riflettere.

Si girellava fra le considerazioni serie, quasi vetero dell’Onorevole Anita Di Giuseppe (Idv) – “Sono molte le iniziative che celebrano la Festa delle Donne in ogni angolo del nostro Paese e, se è vero che ogni anno l’8 marzo dovrebbe essere l’occasione per riflettere sulla condizione femminile, è ancor più vero ed importante che questa data diventi il simbolo di una conquistata condizione di parità. In un mondo globalizzato, e ancor più in un momento di crisi come quello che stiamo affrontando, lo sviluppo sociale ed economico passa necessariamente attraverso la consapevolezza del ruolo della donna e  la scelta di investire risorse in politiche sociali, volte al miglioramento della condizione femminile in Italia, deve essere sostenuta da chi governa” alle notizie ammiccanti di un quotidiano, pagina locale : “in questa pagina saranno elencati tutti gli eventi ed appuntamenti relativi alla "festa della donna" dell' 8 marzo 2012 a Bologna con i party più trasgressivi, le cene più gustose, le notti in hotel a festeggiare. La giornata internazionale della donna a Bologna viene celebrata in molti locali notturni, ma anche in teatro con spettacoli culturali ma spesso hot e a luci rosse con giochi trasgressivi, divertendosi col classico spogliarello maschile nei pub o nelle discoteche che si riempiono di ragazze dopo la mezzanotte. E allora perché non organizzare la tua nottata in compagnia di tante amiche, al profumo della mimosa, e al tempo di musica?”.

Lontano, lontano vorrei essere lontanissimo, in un posto dove non sento ripetere sempre le stesse frasi di rivincita e di miglioramento della condizione femminile e dall’altra la godereccia visione di questa giornata. Oramai mi fa vomitare l’8 marzo!

La sera ho visto il docufiction di Alina Marazzi “Vogliamo anche le rose” mi è piaciuto, mi sono ritrovata nei suoi commenti, nel suo modo di tagliare i documenti e di porre il problema. Dichiara la regista: “Ho voluto ripercorrere la storia delle donne tra la metà degli anni Sessanta e la fine degli anni Settanta per metterla in relazione, a partire dal 'caso italiano', con il nostro presente globale, conflittuale e contraddittorio. Con l'intenzione di offrire uno spunto di riflessione su temi ancora oggi parzialmente irrisolti oppure addirittura platealmente rimessi in discussione”. Ne è uscito un documentario che ha una sorta di doppia valenza: quella negativa è legata alle generazioni di chi quelle vicende le ha vissute e si trova di fronte a un 'ripasso' ben realizzato ma poco coinvolgente anche sul piano della memoria. Per chi invece è nata dopo e dà per scontate numerose acquisizioni, che scontate non sono per nulla, il discorso è diverso. Vogliamo anche le rose in quest'ottica diviene un prezioso strumento per mostrare un'Italia che sembra perduta nel tempo e a tratti irreale come una fiaba grottesca ma che è stata drammaticamente reale.

Chiudo la televisione: mi rendo conto che qualcosa devo anche pensare sull’8 marzo, non posso essere così negativa. A chi offrirlo, a chi pensare per regalare non mimose, non rose, ma tutto proprio la forza di volere tutto? Scrivo un elenco al modo di Fazio:

A quelle che hanno organizzato picchetti e boicottaggi davanti alle catene di negozi di una azienda che licenzia le donne e poi pretende i soldi delle donne.

A quelle che hanno riempito le città di parole diverse.

A quelle che hanno attraversato in corteo centri storici in cui i venditori di mimose per una volta non hanno fatto affari.

A quelle che hanno detto pane al pane e vino al vino agli sceriffi leghisti.

A quelle che hanno parlato della grande omissione tra tutte le omissioni: la violenza contro le donne migranti, imprigionate, schiavizzate, rinchiuse nei CIE per il solo fatto di essere persone che vogliono lottare per guadagnarsi un futuro diverso.

A quelle che non sono perbene e permale ma solo donne.

A quelle che sono andate in giro per le strade assieme ai compagni di lotta di sempre per raccontare fiabe per adulti in cui il cattivo vince sempre ma il buono continua a resistere e… mai un passo indietro.

 A quelle che si svegliano la mattina presto per fare tanti chilometri di strada per andare a fare due ore di lavoro precario “che fa tanto punteggio”, e che tanto non servirà a nulla ma senza far niente non sai stare.

 A quelle che si organizzano con i bambini, fanno l’alba, li accompagnano a scuola, li riprendono, li nutrono, li vestono, li amano e in tutto questo non hanno tempo da sprecare in cazzate e anche se non sono scese in piazza è chiaro che lottano dalla mattina alla sera.

A quelle che si preparano in fretta per l’ennesimo colloquio di lavoro e nella fretta di indossare qualcosa di presentabile, inciampano sulla calza che si strappa e allora ne serve un’altra e vanno via altri tre euro, per arrivare da un tipo che ti guarda e ti dice che devi andare porta a porta praticamente gratis.

A quelle che hanno ballato, si sono truccate, mascherate, che per un giorno hanno attraversato la città prendendosi la libertà di dire quello che normalmente viene censurato. Lo sappiamo che l’intento nazionale è quello di “ma sì. lasciamole sfogare… che poi torna tutto come prima”.

A quelle che hanno contato le donne morte ammazzate da uomini violenti tutto l’anno e le hanno ricordate una ad una perché la memoria è un ingranaggio collettivo e il bollettino di guerra ti dimostra che la violenza maschile non è mai per caso.

A quelle che sono rimaste fino a tardi per preparare striscioni, cartelli, parole, disegni, perché le parole di donne fossero viste da lontano.

A quelle che hanno capito che i corpi costretti da un fascismo che ci limita tutte non sono solo quelli delle donne perché i corpi degli uomini sono massacrati allo stesso modo perché chi non è macho non esiste, chi non riproduce come chiesa vuole non esiste, chi ha una sessualità che non è nella norma non esiste, chi diserta i ruoli  del padre padrone non esiste, chi non produce per il capitale non esiste, chi non indossa una divisa militare non esiste, chi non accetta supino di vedersi sottratto ogni diritto non esiste.

Perché noi vogliamo tutto. Perché noi siamo donne fatte come lilith di terra e magia. Le nostre armi siano le parole. Proibite. Chiare. Precise. Dirette. Perché siamo eretiche e il fuoco non ci fa paura!

Bologna 9 marzo 2012

Seguito: mentre rileggevo queste parole quasi trionfanti da guerriera… leggo oggi di:

1) un poliziotto bolognese che era nell’immigrazione e richiedeva “favori sessuali” alla maggior parte delle donne immigrate. La denuncia di una donna maghrebina ha scoperto l’inganno. La difesa? La solita: loro ci stavano.

2) sono già agli arresti domiciliari i due stupratori della ragazza sedicenne.

Non mi sento più debole ma più cattiva e agguerrita e penso, come per la situazione economica, questa volta d’accordo con la Camussso, che la Tensione deve salire. Forse dobbiamo ritornare ad altri tipi di lotta. Se siamo stati venduti ad una nazionale di cui non sappiamo il nome, meglio vendere cara la pelle. E di più e senza ma dovrà essere per le donne. Per tutte ci vuole un basta: che nulla più passi sotto silenzio e sopportazione.

Solo pensandola in questo modo riesco a spedire quello che ho trascritto in questi giorni, con il tumulto del mio animo in questo periodo scuro ed anche ad agganciare una vignetta che fa sorridere ma fa anche assentire e dire ADESSO BASTA☺

 ninive@aliceposta.it

 

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