Preservare non distruggere
29 Ottobre 2024
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Preservare non distruggere

“Uscivano dal viale alberato non lontano dallo Scalo Merci, dirigendosi in via dei Volsci, quando, non preavvisato da nessun allarme, si udì avanzare nel cielo un clamore d’orchestra metallico e ronzante. Useppe levò gli occhi in alto, e disse: ‘Lioplani’. In quel momento l’aria fischiò, mentre già in un tuono enorme tutti i muri precipitavano alle loro spalle e il terreno saltava d’intorno a loro, sminuzzato in una mitraglia di frammenti”.
Non appaia irriverente o azzardato – anche se, credo, attinente – esordire scomodando una pagina drammatica e desolante di Elsa Morante dal suo romanzo La storia, in cui l’autrice racconta del bombardamento del quartiere San Lorenzo di Roma, durante la Seconda guerra mondiale. Proverò a spiegarmi, partendo da un termine inglese che si riferisce al campo dell’architettura: rendering.
Con questo vocabolo si indica l’ “elaborazione elettronica di un disegno che consente di trasformarlo in un’immagine realistica tridimensionale”. Tale operazione permette di vedere il risultato di un progetto in maniera quasi fedele a ciò che dovrebbe essere nella realtà. E tutto grazie all’avanzata tecnologia che si specializza continuamente ed è di valido aiuto: il processo di rendering, infatti, offre un’immagine ‘artificiale’ molto realistica.
Linguisticamente rendering viene dal verbo render il cui significato in italiano è ‘restituire, dare indietro’ o anche ‘rispondere’. La tecnologia, poi, se ne è impossessata prendendolo quale sintetica denominazione di tutto quanto concerne la visione anticipata di un’idea progettuale con le sue trasformazioni e implicazioni.
La scienza dello spazio, che ha accompagnato e accompagna la civiltà umana, ha come scopo quello di offrire luoghi fruibili per le persone, a livello individuale e come collettività. Le innovazioni degli ultimi anni forniscono formidabili agevolazioni che contribuiscono in pochi minuti alla visualizzazione precisa di ciò che sarà realizzato.
Quanti di noi non sono rimasti meravigliati nell’ammirare una bella piazza, una basilica, un monumento antico? Se il nostro Paese ha un pregio che molte altre nazioni ci invidiano è proprio il patrimonio artistico e architettonico – che anche la nostra Costituzione protegge e valorizza (articolo 9) – e se c’è un’attrattiva per il mercato turistico italiano, quella è rappresentata per la gran parte proprio da questo patrimonio.
I vantaggi innegabili che l’ operazione di rendering offre, con la proiezione fedele di un progetto e la possibilità di operare correttivi, cambiamenti, miglioramenti rappresentano un grande passo in avanti per le attività umane. Dal mio modesto punto di osservazione, però, rendering – con tutto ciò che esso comporta – si oppone a quanto stiamo assistendo negli ultimi tempi: vale a dire alle immagini sempre più violente ed atroci a cui purtroppo i nostri occhi si stanno abituando. Con estrema facilità la cronaca contemporanea, veicolata dai media, ci parla di distruzioni, di macerie – vuoi per conflitti bellici, vuoi per calamità ‘naturali’. E queste ultime in passato hanno riguardato anche il territorio molisano!
Se da una parte con l’azione del rendering si sogna, si costruisce, ci si proietta nel futuro, dall’altra l’egoismo, il desiderio di potere, la malvagità, il culto delle armi annientano, spengono, riducono in macerie l’esistente, l’ordinario necessario perché famiglie possano vivere la propria quotidianità. “Da un anno vivo lontano dal mio villaggio, dai miei amici, dalla mia famiglia. Ho perso la mia casa e la mia città è diventata una zona militare chiusa, chiamata ‘Asse di Netzarim’, senza alcuna speranza di farvi ritorno. Mi mancano mia nonna e mio nonno. Mi mancano mio zio Ibrahim e la mia amica Elena. Ho perso il significato di casa e mi sento strana quando i miei piedi toccano un pavimento di marmo, e mi sento strana quando vedo l’ elettricità, una cucina o un bagno. Dopo un anno, mi sento come se mi stessi perdendo, e mi sento estranea alla normale vita umana che continua fuori da questo punto geografico chiamato Gaza, mentre i numeri continuano a contare i corpi dei nostri morti”.
Basti questa testimonianza della giovane Aya Ashour da Nuseirat (Striscia di Gaza), del 7 ottobre scorso, per rendersene conto: a più di un anno di distanza la giovane e la sua famiglia sono state costrette, molto spesso, a cambiare il luogo di residenza, e trovando rifugi di fortuna, non abitazioni conformi. E, purtroppo, la guerra – anzi le guerre – continuano, portando con sé un carico di violenza inimmaginabile: bombardamenti, distruzioni, esodi forzati di popolazioni sfollate dalle proprie terre, condizioni di vita insopportabili soprattutto per i bambini, molti dei quali morti o feriti gravemente!
Con il rendering riusciamo a risparmiare tempo ed energie nella realizzazione di un progetto: non sarebbe auspicabile trovare una soluzione simile per evitare disastri, macerie, disagi, e quindi preservare i nostri ambienti urbani dalla distruzione e le nostre vite dal dolore e dalla disperazione?☺

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