Gaza a scuola
La scuola, adesso più che mai, non può voltarsi dall’altra parte, non può dare ai ragazzi l’idea che le aule siano bolle isolate dal mondo, dove fluttuano in aria soltanto equazioni, traduzioni di latino, disegni tecnici, esercizi ginnici e testi argomentativi… Tutto questo va benissimo, ma non si può smettere di parlare di Gaza, non si può dare ai ragazzi la distorta ed egoista illusione che quella guerra non ci debba toccare per- ché noi, da qui, non possiamo fare niente. O, peggio, non può lasciare che i ragazzi si convincano che Trump è davvero un mediatore di pace o che la guerra, a Gaza, sia finita.
Dobbiamo parlarne: informarsi ed informare, oltre che un dovere civico, è già una forma di solidarietà, accorcia le distanze, ci consente di non rimanere spettatori inerti e complici di fronte ad uno dei più feroci massacri della storia. E, per chi nella scuola ci lavora, aggiungo che possiamo leggerne. I ragazzi amano le storie, sanno usarle molto più di noi per comprendere la realtà, per esplorare l’animo umano, per farsi un’idea della Storia.
Ho provato a selezionare tre bei romanzi (adatti ad un pubblico di preadolescenti, ma che si prestano sicuramente a letture a più livelli), da cui si può partire per cercare di spiegare le radici del conflitto arabo-israeliano e per proporre la possibilità di un filo di speranza, di un dialogo. Affidato, quest’ultimo, sempre ai bambini, o ai giovani.
Proprio I bambini di Gaza (di Nicoletta Bortolotti) è uno dei titoli. Nel cuore di Gaza City, estate 2003, due ragazzi – Mahmud, palestinese, e Samir, israeliano – vivono in mondi opposti, vittime silenziose di un conflitto antico che genera diffidenza. Eppure, entrambi condividono una passione: il surf. Quel momento sospeso sull’onda diventa per loro un simbolo di libertà, un modo per evadere dalla brutalità quotidiana della guerra. L’incontro con Bill, maestro di surf, è la scintilla che rompe le barriere culturali e familiari, dimostrando che l’amicizia può superare anche gli ostacoli più impegnativi.
In Una bottiglia nel mare di Gaza, invece, di Valerie Zenatti, c’è Tal che ha diciassette anni e vive a Gerusalemme. Dopo un attentato che scuote la sua città, non riesce ad accettare la spirale di odio e violenza che la circonda. Decide allora di scrivere una lettera, un messaggio di pace, e di affidarlo a una bottiglia che suo fratello getterà nel mare di Gaza. Dentro, il suo indirizzo email e il desiderio di dialogare con “l’altro”. Dall’altra parte risponde Naïm, un ragazzo palestinese che vive nella Striscia di Gaza. All’inizio è diffidente, ironico, persino provocatorio. Ma pian piano, tra i due nasce una corrispondenza che li avvicina, li mette in discussione, li fa crescere, perché Tal e Naïm non solo si confrontano con la guerra, ma anche con sé stessi, con le proprie emozioni e pa- ure, mentre la bottiglia diventa simbolo di apertura, di possibilità, di un ponte tra mondi apparentemente inconciliabili..
Per concludere questa brevissima carrellata cui eventualmente attingere per un percorso su Gaza e sui palestinesi, interessante e di gradevole lettura è anche Uri e Sami di Dalia B. Y. Cohen, in cui Uri è un ragazzo ebreo, mentre Sami è arabo. Cresciuti in mondi che li vogliono nemici, si incontrano per caso in un bosco del nord d’Israele. La paura iniziale lascia presto spazio alla curiosità, e poi alla fiducia. Insieme affrontano avventure, condividono cibo, parole e silenzi. La grotta in cui si rifugiano diventa il simbolo di un mondo possibile, dove l’amicizia non ha confini etnici o religiosi, perché Uri e Sami imparano a conoscersi, a rispettarsi, e a vedere l’altro non come un nemico, ma come un essere umano. In un contesto segnato da guerra e diffidenza, la loro amicizia è un atto di coraggio, di speranza e di resistenza.
È un invito a credere nel potere dell’incontro, nella possibilità di costruire ponti anche dove sembrano esserci solo muri.
Buona lettura!☺


