Dietro i fronti
7 Gennaio 2026
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Dietro i fronti

Non è iniziata il 7 ottobre. Da oltre 80 anni il popolo palestinese subisce le conseguenze dirette del sistema coloniale sionista, oggi genocidiario. Non è iniziata il 7 ottobre, anche se non è semplice né scontato, per noi occidentali (storicamente e socialmente coinvolti nel progetto sionista), riuscire a comprendere cosa significhi vivere una vita intera in regime di occupazione, sottostare quotidianamente all’oppressione.
Il libro Dietro i fronti. Cronache di una psichiatra psicoterapeuta palestinese sotto occupazione (Sensibili alle foglie, 2019) di Samah Jabr, psichiatra e scrittrice palestinese, permette di comprendere le molteplici conseguenze sulla salute di donne, uomini e bambini che, da decenni, in Palestina, vivono sotto occupazione. Attraverso testimonianze dirette raccolte tra il 2003 e il 2017, l’autrice (nata a Gerusalemme Est, che vive e lavora in Cisgiordania) condivide “la sua esperienza di terapeuta sotto occupazione, affermando che la psichiatria e la psicoterapia non possono guarire le persone oppresse senza contemplare nella propria etica professionale la giustizia e i diritti umani come elementi essenziali per la salute mentale e il benessere dei pazienti”.
In uno degli articoli (L’adolescente arrestato: lo sviluppo interrotto dei minorenni palestinesi incarcerati) la psichiatra riflette sulle condizioni dei settecento giovani arrestati ogni anno (età media 15 anni e periodo medio di detenzione 147 giorni): “la consuetudine di arrestare i minorenni ha l’obiettivo di colpire l’avvenire della nazione palestinese. È un’aggressione contro il corpo, la personalità, il sistema di credenze, le speranze e i sogni dei giovani palestinesi. Questi atti rendono le loro famiglie disfunzionali e frantumano i legami con la loro comunità”. L’articolo risale esattamente a 10 anni fa, dicembre 2015. Sono innumerevoli le storie di ingiustizie, soprusi arbitrari, angherie, torture ed umiliazioni di ogni tipo riportate da Samah Jabr nel suo libro; storie che lei stessa ha vissuto in prima persona o attraverso gli occhi e i racconti dei suoi pazienti: “dal punto di vista psicologico, l’esperienza dell’ umiliazione è altamente patogena. Distrugge l’ego e conduce a stati di collera impotente. In effetti, quando in un Centro di salute mentale si presenta un paziente con profili diagnostici di forte depressione, ansietà o addirittura tendenze suicide, è spesso possibile risalire a un passato di umiliazioni. A volte, l’umiliazione porta a un’intensa collera attiva: impotente di fronte all’aggressore, la vittima può vedere in chiunque la rappresentazione dell’‘Altro’”.
Indebolimento dei ruoli e dei legami familiari, frantumazione del tessuto sociale comunitario, corruzione e collusione con il dominio israeliano, violenza generalizzata, la tirannia permanente cui il popolo palestinese è soggetto genera, tra gli effetti peggiori, l’interiorizzazione dell’oppressione e, talvolta, un’identificazione con l’oppressore: “l’ esperienza dell’oppressione erode la coesione interna degli oppressi e crea tra loro una polarizzazione che spesso li porta a indirizzare la loro collera contro chi si trova nella loro stessa situazione. L’oppressione rende le persone egoiste ed avide, soggette a conflitti interni e pronte a contendersi le magre risorse – i resti delle opportunità lasciate dagli oppressori”.
Non sembra poi troppo “blasfemo” e fuori luogo, come si dice pure nell’introduzione al libro, “rintracciare anche nel nostro Paese alcuni dispositivi propri dell’occupazione”.
“Combattiamo contro degli animali umani e agiamo di conseguenza”: così il ministro della difesa israeliano il 9 ottobre 2023. La deumanizzazione dell’altro, la sua totale oggettivazione sono le premesse logiche, psicologiche e politiche di un sistema di morte generalizzato. Come scriveva già Franco Basaglia ne L’istituzione negata (1968): “dove non ci sono alternative, dove non c’è la possibilità di scegliere e di responsabilizzarsi, l’unico futuro possibile è la morte, come rifiuto di una condizione di vita invivibile, come protesta al grado di oggettivazione in cui si è ridotti, come l’unica illusione possibile di libertà, come l’unico progetto possibile”.
È uno sguardo prezioso quello che Samah Jabr apre sulla complessa realtà palestinese, uno sguardo che, nonostante tutto, sa offrire scenari di liberazione possibili: “scegliere il sumud permette di conservare l’ottimismo, la solidarietà morale e sociale, pur continuando a fronteggiare la sinistra realtà e le strutture oppressive. Si tratta di questa posizione dolorosa in cui si cerca la nostra libertà perduta con la speranza di ritrovarla un giorno”. Dovremmo attrezzarci bene a comprendere cosa accade anche dietro i “nostri” fronti, nel corpo della società europea nuovamente militarizzata. Sarebbe una forma di resistenza contro lo stato di oppressione a cui i potenti del mondo ci stanno condannando. È un modo per iniziare a disertare le loro guerre.☺

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